21 febbraio, Libia: caos a Tripoli. La folla assalta i palazzi del potere. Secondo Al Jazeera sole nella capitale si contano 250 morti, oltre 300 a Bengasi. Il Colonnello ordina alle truppe che gli sono rimaste fedeli di sparare senza pietà. Il regime impiega addirittura caccia per bombardare i dimostranti. Quattro piloti decidono di disertare e atterrano a Malta, chiedendo asilo politico. Altri fuggono a Bengasi, città in mano agli insorti, spiegando di essersi rifiutati di sparare sulla popolazione. Voci circa un ammutinamento dell'esercito si rincorrono per tutto il pomeriggio. Un colpo di stato ad opera dei militari viene dato per imminente; secondo altre fonti il capo delle Forze Armate libiche, il Colonnello Abu-Bakr Yunis Jaber sarebbe stato arrestato. Il regime comunque perde pezzi: si dimette il ministro della Giustizia, Mustafa Mohamed Abud el Jaleil, in polemica con il governo per l'uso eccessivo della forza. Il Segretario generale della Lega Araba Amr Moussa si appella a Gheddafi perché cessi la repressione. Contro il leader libico si schiera anche il Viceambasciatore di Tripoli presso le Nazioni Unite, Ibrahm Dabbashi, il quale chiede l'intervento internazionale per fermare "un genocidio". In serata il Colonnello appare in televisione per smentire di essere fuggito in Venezuela. Marocco: manifestazioni a Rabat, la capitale, ma anche a Casablanca. A Fez si sono raccolte tremila persone in un corteo di protesta pacifico. Cinque cadaveri sono stati trovati in una banca data alle fiamme ad al-Holceimas, dove si sono verificati scontri violenti.
20 febbraio, Libia: la popolazione prende il controllo di Bengasi. Le proteste raggiungono Tripoli, dove le forze di sicurezza intervengono brutalmente. Sessanta i morti secondo un primo bilancio ma le poche testimonianze che filtrano raccontano di ospedali pieni e lasciano intuire che il numero potrebbe essere di gran lunga superiore. Secondo voci insistenti Gheddafi avrebbe lasciato il Paese e si sarebbe rifugiato in Venezuela. Nella notte viene diffuso un video in cui il secondogenito del Colonnello, Saief al Islam, ammette gli errori del regime, promette aperture ma annuncia che suo padre non è fuggito e che rimarrà al suo posto a difendere il popolo e che la rivolta, fomentata dalle potenze straniere con l'appoggio dei criminali libici, verrà repressa nel sangue.
19 febbraio, Libia: le forze di sicurezza attaccano un corteo funebre a Bengasi. Human Rights Watch diffonde un primo bollettino un cui si parla di 84 morti. A sera le agenzie parleranno di 120 morti, prevalentemente civili uccisi dalle truppe fedeli al leader Muammar Gheddafi. Tuttavia si registrano le prime crepe nell'esercito. La prova arriverebbe dalla comparsa di mercenari africani assoldati per reprimere nel sangue la rivolta. Alcuni di questi vengono catturati dalla folla. Su Youtube viene diffuso un video in cui un mercenario di colore, dopo un pestaggio, confessa di aver ricevuto l'ordine di sparare sui civili. Testimoni raccontano di cecchini che dai palazzi fanno fuoco sui cortei.
18 febbraio, Bahrein: il Paese è sempre più in fibrillazione. Ma nel mirino oggi no è più solo il premier ma tutta la famiglia reale. Dopo la preghierà del Venerdì, una folla si riunisce nel sobborgo di Duraz e comincia a intonare cori contro gli al Khalifa, il clan dei monarchi sunnita, alla guida di uno stato a maggioranza scita. E dallo sceicco Issa Qassem, uno dei leader della cominità religiosa sciita, gli al Khalifa stanno commettendo un massacro. Gibuti: in migliaia scendono in piazza contro il presidente Ismael Omar Guelleh, al potere sin dall'indipendenza dalla Francia, nel 1977. Viene occupato uno stadio. I manifestanti sostengono che vi resteranno fino a quando Guelleh, che ha recentemente emendato la costituzione per potersi ricandidare, non si sarà fatto da parte. Libia: la situazione precipita drammaticamente. In tutto il Paese è il caos. Gheddafi scegli il pugno di ferro contro qualsiasi tentativo di insurrezione. Le agenzie battono in continuazione notizie di scontri e di uccisioni sommarie. Fonti ospedaliere libiche parlano di 35 morti ma si tratta di un bilancio provvisorio. Secondo Human Rights Watch, sono quattro le città in cui si contano le rivolte più serie: al-Bayda, Ajdabiya, Zawiya e Darnah. Al-Bayda in particolare sarebbe nelle mani degli insorti. Qui sarebbero stati impiccati due poliziotti.
17 febbraio, Bahrein: l'esercito riprende il controllo della capitale Manama e soffoca la rivolta. I militari allestiscono posti di blocco, schierano tank e stendono il filo spilato nelle aree nevralgiche della capitale. Il bilancio è di tre morti e 231 feriti. Secondo la ricostruzione del ministero dell'Interno, i reparti antisommossa hanno attaccato i manifestanti accampati a Pearl Square nel cuore della notte, sorprendendoli nel sonno. I contestatori chiedono una più lavoro, più diritti, una riforma costituzionale e le dimissioni del premier Sheikh Khalifa Bin Salman Al Khalifa, al governo da quasi 40 anni. Libia: a Tripoli, nella Piazza Verde, si tiene una manifestazione pro-Gheddafi, mentre i disordini scoppiano a Benghazi e ad al-Bayda, dove secondo la Bbc si registrano rispettivamente sei e quattro morti. Non è chiara la situazione nel resto del Paese. Fonti diverse parlano di una serie città in cui sarebbero in corso scontri tra polizia e cittadini scesi in strada per protestare contro Muammar Gheddafi, al potere dal 1969.
16 febbraio, Libia: disordini scoppiano nella notte a Bengasi. Flash d'agenzia parlano di 14 feriti nei tafferugli con le forze di polizia. La protesta deflagra dopo l'arresto di Fethi Tarbel, avvocato coordinatori di un'associazione di parenti dei prigionieri uccisi nella sparatoria avvenuta nel carcere di Tripoli nel 1996. Bahrein: Nella mattinata, scoppiano altri scontri in occasione del funerale di un ragazzo, Fadel Salman Matrouk, rimasto ucciso il giorno prima, nei disordini degli ultimi giorni. Duemila manifestanti passano la notte in tende allestite in una delle piazze centrali della capitale Manama.
15 febbraio, Bahrein: nuovi scontri tra polizia e manifestanti, scesi numerosi in strada approfittando di un giorno di festa, il compleanno del profeta Maometto. Un corteo funebre viene attaccato dai militari. Sempre più forti le proteste contro il governo del Primo ministro Sheikh Khalifa bin Salman al Khalifa, che amministra lo staterello del Golfo dal 1971. Al momento, i manifestanti non chiedono le dimissioni del re, Hamd bin Isa al-Khalifa, il nipote del premier. I centri del dissenso sono anche qui le università. Gli studenti chiedono maggiori libertà e più diritti. Il simbolo della protesta è un lenzuolo bianco, macchiato con inchiostro rosso, a indicare la determinazione a sacrificare se stessi in nome della libertà.
14 febbraio, Egitto: l'esercito comincia a sgombrare piazza Tahrir, occupata da presidi anti-Mubarak dal 25 gennaio. Per tutto il giorno si rincorrono voci su un improvviso aggravamento delle condizioni di salute del Faraone. Secondo le agenzie, l'ex presidente sarebbe entrato in coma a causa del persistente rifiuto di assumere i medicinali che gli sono stati prescritti. Yemen: terzo giorno di tensione nella capitale Sana'a. Circa tremila studenti si sono riuniti davanti all'edificio dell'università, per chiedere ancora una volta le dimissioni di Ali Abdullah Saleh. La polizia interviene prima che il corteo si scontri con una manifestazione di segno opposto, organizzata dai sostenitori del presidente, al potere da 32 anni. Oltre duecento fermi, invece, nella città di Taiz, dove i reparti antisommossa intervengono con decisione. Human Rights Watch denuncia la brutalità della polizia yemenita. Iran: tornano a protestare per le strade di Teheran contro il regime di Mahmud Ahmadinejad gli studenti dell'Onda verde. Interviene la polizia e si muovono anche i Basiji. Il corrispondente della Bbc parla di "città nel caos totale". Circondata l'università di Teheran. Incidenti anche a Isfahan e Shiraz. Alla fine della giornata si conteranno due morti e decine di arresti. Bahrein: tumulti anche nel piccolo piccolo emirato. Il governo schiera i reparti antisommossa per spegnere la protesta che ha i suoi focolai a Bani Jamrah e Diraz. Nella mattinata, la polizia aveva disperso alcuni fedeli musulmani a Nuwerdait, che si erano raccolti in piazza per la preghiera del mattino. Gruppi di attivisti umani denunciano la brutalità delle forze di sicurezza. Negli scontri, sarebbero morti alcuni manifestanti.
13 febbraio Egitto: si riunisce il Consiglio Supremo dell'esercito. I militari sciolgono il Parlamento e annunciano la sospensione della Costituzione. I militari rimarranno al potere per sei mesi, fino alle nuove elezioni, da tempo fissate per il prossimo settembre.
12 febbraio, Algeria: panico ad Algeri. I contestatori del presidente Abdelaziz Bouteflika si radunano in piazza a migliaia, per un appuntamento organizzato via internet diversi giorni prima. Il governo risponde blindando la capitale con trentamila soldati, check-point creati nei luoghi nevralgici e disperdendo i manifestanti, che si erano riuniti in piazza Primo maggio per marciare piazza dei Martiri. In serata, via twitter, si diffonde la notizia che gli apparati di sicurezza avrebbero arrestato oltre 400 persone. Nel Paese dal 1992 è in vigore la legge d'emergenza. Yemen: gli studenti organizzano una manifestazione contro il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1978 e intenzionato a restarci fino al 2013, anno in cui ha promesso di farsi da parte. I manifestanti marciano verso l'ambasciata egiziana di Sana'a dietro caretlli che recitano "Alì, dopo Mubarak è il tuo turno". La protesta viene dispersa dai supporter del presidente, che attaccano il corteo, armati di pugnali tradizionali e bastoni.
11 febbraio, Egitto: manifestazioni al Cairo, Alessandria e nel Sinai. Nella capitale, i manifestanti protestano davanti alla sede della tv di stato. I carrarmati impediscono alla folla di raggiungere il palazzo presidenziale. Nel primo pomeriggio si diffondono voci, poi confermate, circa una fuga del rais verso Sharm el Sheikh. Viene annunciato un nuovo, importante discorso di Mubarak. Poco dopo le 17, ora italiana, il vicepresidente Omar Suleiman legge un comunicato in cui annuncia che il Faraone ha passato i poteri all'esercito. E' ufficiale, Mubarak si è dimesso. Scene di giubilo in piazza Tahrir.
10 febbraio, Egitto: scoop della Bbc che annuncia le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. Secondo una prima ricostruzione, dopo una riunione del Consiglio delle Forze Armate, un ufficiale avrebbe annunciato al megafono alla folla di piazza Tahrir che le richieste del popolo sarebbero state accolte e anticipando che in serata sarebbero arrivate importanti comunicazioni ufficiali. Più tardi, però, il presidente gela la folla dichiarando in un comunicato letto alla televisione di stato che non intende farsi da parte e che, pur passando i poteri al suo vice, resterà al suo posto fino alla fine del mandato. A piazza Tahrir la tensione sale di nuovo. Algeria: sale la tensione nel Paese. In vista della manifestazione di sabato, secondo il quotidiano Echourouk, sarebbero stati allertati 25 mila agenti, la maggior parte dei quali in tenuta antisommossa. Il governo, minacciato da una massiccia protesta, contro la disoccupazione e la corruzione, lancia un allarme di secondo grado.
8 febbraio, Egitto: incontro tra il presidente Hosni Mubarak e il suo vice Omar Suleiman. Secondo quanto riferito da quest'ultimo, il governo avrebbe già pronta una "road map" pe run rapido traferimento dei poteri. L'ex capo dei servizi segreti dell'esercito ha aggiunto che lo stesso Mubarak vuole che non si proceda in alcun modo contro i manifestanti, anche coloro che ne hanno ripetutamente chiesto le dimissioni. Le voci raccolte a piazza Tahrir però dicono che la repressione continua anche se con una minore esibizione di forza. Nel pomeriggio centinaia di migliaia di persone si radunano nella piazza per chiedere una svolta reale. Manifestazione ad Alessandria, davanti alla moschea di Ibrahim. La polizia libera Wael Ghonim, il dirigente di Google incarcerato il 28 gennaio.
6 febbraio, Egitto: il vicepresidente Omar Suleiman incontra una delegazione in rappresentanza delle forze d'opposizione. Rifiuta categoricamente la possibilità che Mubarak possa dimettersi prima della scandenza del suo mandato o di conferire al suo vice i pieni poteri. Si può trattare, dice Suleiman, sulla liberazione dei prigionieri politici, sull'alleggerimento delle leggi d'emergenza e della censura. I Fratelli Musulmani, presenti all'incontro con due esponenti di spicco, dicono no all'offerta del vicepresidente. La situazione in piazza Tahrir è più tranquilla ma la tensione resta alta in altri punti della capitale. Le immagini dei reparti antisommossa che fanno fuoco su un civile che li affronta inerme, con le mani alzate, fanno il giro del mondo.
5 febbraio, Egitto: il politburo dell'Npd, il Partito nazional-democratico del presidente Hosni Mubarak si dimette. Viene nominato segretario della formazione Hossam Badrawi, un liberale. Il presidente incontra il premier Shafiq e con i ministri di Commercio, Industria, Finanze e Petrolio. Vengono annunciate misure per il rilancio economico del Paese. Nel frattempo, il Banco del credito agricolo rivela che la crisi costa alle finanze egiziane 310 milioni di dollari al giorno. A piazza Tharir, continua la protesta di migliaia di persone.
4 febbraio, Egitto: scade l'ultimatum lanciato da Mohammed el Baradei a Mubarak: dimettiti entro venerdì. In piazza arriva Amir Moussa, ex segretario della Lega Araba.;
Marocco: gruppi giovanili organizzano per il 20 febbraio una manifestazione contro il governo marocchino.
3 febbraio, Egitto: la situazione comincia a precipitare. L'esercito respinge un tentativo, da parte dei gruppi pro-Mubarak, di attaccare la folla. Vengono lanciate bottiglie molotov sui manifestanti, colpiti anche dal fuoco di cecchini. Nel pomeriggio gli oppositori riprendono il controllo della nevralgica piazza Tahrir. Si diffondono i primi bilanci degli scontri di ieri, che parlano di 10 morti e circa 1500 feriti. Il vicepresidente, Omar Suleiman, annuncia ufficialmente che il figlio del presidente Hosni Mubarak, Gamal, non parteciperà alle presidenziali previste per il prossimo settembre ma gela la piazza sulle dimissioni del presidente: Mubarak non deve dimettersi, altrimenti l'Egitto spofonda nel caos. L'Onu lascia il Paese. La collaboratrice dal Cairo conferma a Peacereporter che è cominciata la caccia ai giornalisti stranieri e che la polizia guida le perquisizioni a caccia di materiale fotografico. La Cnn ha reso noto che la sua troupe al Cairo è stata malmenata e che la polizia ha sequestrato il girato e distrutto le telecamere.
Algeria: il presidente Abdelaziz Bouteflika annuncia che lo stato di emergenza, in vigore dal 1992, verrà revocato a breve. Yemen:manifestazioni di protesta divampano in tutto il Paese. L'opposizione, dopo aver rifiutato l'offerta del presidente Ali Abdullah Saleh, da 30 anni al potere, non ricandidarsi nel 2013, celebrano la versione yemenita della "Giornata della rabbia", invocando un cambio di regime. A Sana'a si radunano 20 mila persone, chiamate in piazza dai gruppi della società civile e dai leader dei partiti d'opposizione.
Libano: un centinaio di dimostranti tenta l'assalto all'Ambasciata egiziana di Beirut. Gli scontri con i reparti antisommossa che creano un cordone di sicurezza intorno all'edificio durano 20 minuti circa.
2 febbraio, Egitto: arrivano in piazza anche i sostenitori del presidente Hosni Mubarak; si registrano scontri con i manifestanti. L'esercito chiede alla gente di tornare nelle proprie case e annuncia che da ora in poi il coprifuoco sarà fatto rispettare con maggiore decisione. Gli Stati Uniti chiedono al governo egiziano che la transizione sia reale e cominci subito, quasi rispondendo al messaggio con cui Mubarak aveva dichiarato di voler portare a termine il suo mandato.
1 febbraio, Egitto: continuano le manifestazioni in piazza Tahrir, dove secondo alcune stime si raccolgono due milioni di persone. Mohammed elBaradei lancia un ultimatum al presidente Hosni Mubarak, chiedendogli di farsi da parte entro venerdì. L'esercito si schiera apertamente con la popolazione, riconoscendo la legittimità della protesta e delle rischieste categoriche rivolte al regime. Si diffondono voci circa una presunta fuga del Faraone verso il Bahrein. Nella notte il presidente parla al popolo e promette di non ricandidarsi per le elezioni di settembre ma conferma di voler restare al suo posto fino alla scadenza del mandato e di non voler morire lontano dal suo Egitto.
Giordania: re Abdallah accetta le dimissioni, chieste a gran voce dalla piazza, del Primo ministro Samir Rifai, ritenuto il responsabile della crisi economica che paralizza il Paese. Al suo posto nomina Marouf Bakhit, con l'incarico di formare il nuovo governo e attuare "delle vere riforme economiche".
31 gennaio, Egitto: varato il nuovo esecutivo di Ahmed Shafiq. Tra i nuovi ministri figurano Joudat al-Malt, alle Finanze, e Mahmoud Wagdi agli Interni, al posto di habib al-Adli, considerato il vero responsabile della repressione. La mossa non spegne le proteste; per i manifestanti si tratta di un'operazione maquillage, oltretutto tardiva. Dure critiche di Israele all'Unione Europea e agli Stati Uniti per aver abbandonato Mubarak al suo destino. L'egitto, dicono gli israeliani, non va destabilizzato.
30 gennaio, Egitto: le proteste continuano in tutto il Paese. Si diffondono i primi bilanci di giorni di scontri tra polizia e manifestanti: oltre 150 morti, mille feriti e centinaia di arrestati.
Sudan: centinaia di studenti scendono in strada a el Obeid, 600 chilometri a ovest della capitale Khartoum, per chiedere la fine del regime del presidente Omar el Bashir. La polizia risponde con i lacrimogeni nonostante i manifestanti si fossero limitati ad urlare slogan contro il governo. Secondo alcuni testimoni, accanto ai reparti antisommossa si sarebbero schierati studenti aderenti al partito di el Bashir. Disordini anche a Khartoum, dove la polizia ha schierato 20 camion davanti all'università, nel tentativo di impedire a 300 studenti dissidenti di organizzare una manifestazione contro il regime. Anche qui gli agenti hanno fatto ricorso ai manganelli e ai lacrimogeni.
29 gennaio, Egitto: all'una di notte il presidente Mubarak parla alla nazione e annuncia le dimissioni del governo. Da lì a poche ore annuncerà la nomina di Omar Suleiman, potentissimo ex capo dei servizi segreti egiziani e da anni eminenza grigia del regime, come vice-presidente, carica creata ex novo. Viene nominato anche un nuovo premier, Ahmed Shafiq, ex ministro dell'Aviazione civile. Non cessano però le manifestazioni: per la folla la mossa di Mubarak è una presa in giro. Si pretende un rinnovamento vero. Al Cairo la folla continua a crescere: viene tentato l'assalto al Museo Egizio. Una quarantina di persona riescono a penetrare all'interno e a distruggere un paio di mummie e diverse teche. Interviene la polizia che arresta i saccheggiatori tra gli applausi dei manifestanti, che formano un cordone attorno al palazzo per impedire che altri sciacalli possano entrare. Tank vengono schierati davanti al museo e davanti alle piramidi. L'aereoporto del Cairo è preso d'assalto. I turisti vi si riversano in fuga, scene di caos. Dall'area riservata continuano le partenze di magnati e dei potenti dello stato verso i Paesi del Golfo. elBaradei riesce a lasciare la sua abitazione e a raggiungere i manifestanti in piazza Tahrir, il cuore della protesta. La folla chiede le dimissioni di Mubarak, il quale ordina il ripiegamento dei reparti antisommossa e gioca la carta dell'esercito, che gode di grande popolarità nel Paese. La folla sfida il coprifuoco.
28 gennaio, Egitto: continuano le proteste in tutto il Paese. Si registrano oltre mille feritim 170 solo a Suez. La rete telefonica (e quindi anche Internet) continua a essere interrotta. Al Cairo secondo Al Jazeera fa la sua comparsa una unità antiterrorismo d'elite, piazzata in punti strategici. La tensione resta altissima. Si diffondo voci circa la fuga della moglie e dei figli di Mubarak a Londra. Nel pomeriggio le agenzie battono la notizia dell'arresto di elBaradei. Lanci successivi spiegano che l'ex direttore dell'Aiea sarebbe stato trattenuto mentre si trovava a pregare in una moschea. Anomala rivolta in un carcere a un centinaio di chilometri dal Cairo: le guardie abbandonano la struttura, i prigionieri prima di scappare saccheggino l'armeria. Alcuni osservatori spiegano che il regime stia giocando la carta del disordine per poi poter giustificare il pugno di ferro nel ristabilire l'ordine.
27 gennaio, Egitto: l'ex capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, Moghammed elBaradei ha annunciato l'immediata partenza da Vienna, dove vive, per Il Cairo, dichiarando di "essere pronto a prendere il potere se il popolo glielo chiederà" e dicendosi disposto ad entrare ad un governo di transizione. Per l'agenzia Reuters, l'opposizione guadagna un personaggio di caratura internazionale che potrebbe cambiare il quadro politico. Scontri a Suez e nel Sinai settentrionale. Il regime chiude l'accesso a Facebook, Twitter e Blackberry. Giordania: il re Abdallah II annuncia un programma di riforme economiche e sociali, nel tentativo di disinnescare lo scontento che ha portato per le strade di Amman centinaia di persone. Per la stessa ragione, ha invitato politici e funzionari a dare una risposta alle domande e ai bisogni della popolazione.
Yemen: dimostrazioni nel Paese contro il governo di Ali Abdallah Saleh, al potere da 32 anni. Manifestazioni in mattinata nella capitale Sana'a e in altri centri.
26 gennaio, Tunisia: la polizia spara lacrimogeni sui manifestanti nella Casbah di Tunisi.
Egitto: Un manifestante e un agente di polizia muoiono negli scontri. I reparti antisommossa sparano lacrimogeni. Disordini anche a Suez, dove si registrano 55 feriti tra i civili e 15 tra gli agenti di polizia. Un portavoce del presidente americano Barack Obama dichiara che la Casa Bianca auspica che il governo egiziano risponda ai cittadini e riconosca i loro diritti universali.
25 gennaio, Egitto: viene indetto "la giornata della rabbia": scontri tra manifestanti e forze di sicurezza nella capitale. Si radunano circa 30 mila persone in piazza Taharir, chiedendo riforme politiche e sociali, sul modello dei "fratelli tunisini". I manifestanti si dirigono verso la sede del partito di governo Pnd (Partito nazionaldemocratico), verso il ministero degli Esteri e la televisione di stato. Il ministro degli Interni, Habib el-Hadli promette il pugno di ferro "contro ogni manifestazione non autorizzata del dissenso". Il bilancio è di quattro morti, uno dei quali è un agente di polizia schiacciato dalla folla. Circa 400 le persone arrestate.
24 gennaio, Tunisia: cominciano negoziati per formare un governo ad interim, il cui compito è quello di "difendere la rivoluzione del Gelsomino".
23 gennaio, Tunisia: la polizia arresta il portavoce di Ben Alì, Abdelaziz in Dhia, e Abdallah Qallal, ex ministro dell'Interno e poi presidente della Camera alta del Parlamento. Arrestati anche Larbi Nasra e suo figlio, proprietari di Hannibal Tv, con l'accusa di tradimento, sospettati di favorire il ritorno di ben Alì dall'Arabia Saudita.
22 gennaio, Tunisia: circa duemila poliziotti si uniscono alla folla, chiedendo la dissoluzione del partito di governo. Alcuni manifestanti irrompono nell'ufficio del Primo ministro. Ai dipartimenti di esercito e servizi di sicurezza viene ordinato di non distruggere nessun documento.
Algeria: secondo Al Jazeera, in due settimane di proteste, otto persone si sono date fuoco, anche se alcuni casi sarebbero riconducibili a malattia mentale.
21 gennaio, Tunisia: indetto un lutto nazionale di tre giorni in memoria delle vittime della repressione. Manifestazioni pacifiche chiedeono la dissoluzione del nuovo ganibetto. Ghannouci promette di dimittersi subito dopo le prime libere elezioni, che verranno indette - dice - quanto prima.
20 gennaio, Tunisia: i ministri si dimettono in massa dall'Rcd (raggruppamento per la cultura e la democrazia), il partito di governo, come segno di discontinuità ma mantengono il posto.
19 gennaio, Tunisia: la Svizzera annuncia di aver congelato i beni della famiglia presidenziale. Intanto, viene avviata un'inchiesta per accertare l'entità della ricchezza di Ben Alì e del suo clan.
18 gennaio, Tunisia: nuove preteste scoppiano in diverse città. I manifestanti denunciano la presenza di troppi uomini della vecchia guardia nel nuovo governo.
Egitto, due persone si danno fuoco al Cairo e Alessandria.
16 gennaio, Tunisia: viene arrestato l'ex ministro dell'Interno, Rafik Belhaj, responsabile della repressione delle manifestazioni e della morte di decine di civili. Finiscono in carcere alcuni componenti del clan di Ben Alì.
Marocco: a Rabat, scontri tra polizia e dimostranti che provavano ad organizzare una manifestazione, sempre contro l'inflazione galoppante. Gli agenti sparano lacrimogeni.
Yemen: cresce la tensione a causa della mancanza di prodotti di carburante, per problemi di approvvigionamento. Il presidente Ali Abdullah Saleh silura Omar Arhabi, capo della Yemen Petroleum Company. Lunghe code davanti ai distributori.
Mauritania: un uomo, Ya'coub Ould Dahoud, si dà fuoco per protestare contro l'inflazione, davanti al Parlamento.
15 gennaio, Tunisia: la Corte Costituzionale ordina che il presidente ad interim sia lo speaker del Parlamento, Fouad Mebazaa, il quale chiama Mohammed Ghannouci per formare il nuovo governo. Scoppiano disordini in molte cittadine del Paese: si moltiplicano le denunce di piccole gang di saccheggiatori e criminali che approfittano della confusione.
14 gennaio, Tunisia: Ben Alì impone lo stato d'emergenza, scioglie il governo e promette nuove elezioni entro sei mesi. Vengono vietati i raduni di più tre persone. Nella notte il presidente riesce a lasciare il Paese con la sua famiglia. Arriverà, dopo il rifiuto della Francia di ospitarlo, in Arabia Saudita. L'esercito prende il controllo dell'aereoporto e lo spazio aereo viene chiuso.
Giordania: centinaia di persone si riuniscono nella cittadina meridionale di Rakak per gridare slogan contro il Primo ministro Samir al-Rifai. Altre proteste eplodono nella capitale Amman e a Irbid, nel nord.
13 gennaio, Tunisia: Una Ong parigina, ripresa da Al Jazeera, diffonde un bilancio provvisorio di due settimane di scontri nel Paese: 66 morti. Per il regime i morti sono 23. Ben Alì, in un discorso televisivo, promette una svolta liberale, riforme, un indagine sulle uccisioni dei manifestanti e di non ricandidarsi nel 2014.
Giordania: anche la popolazione giordana insorge contro l'inflazione. Il Movimento Islamico annuncia l'adesione alle manifestazioni indette dai partiti di sinistra contro il carovita previste per il giorno dopo ad Amman, Irbid, Aqaba, Madaba e Karnak.
10 gennaio, Algeria: continuano i disordini. Il bilancio provvisorio è di cinque morti e 800 feriti.
9 gennaio, Tunisia: la polizia uccide altri due manifestanti a Miknassi.
Algeria: il ministro dell'Interno, Daho Ould Kabila, conferma la morte di tre cittadini durante gli scontri a M'sila, Tipasa e Boumerdes.
8 gennaio, Tunisia: sei persone vengono uccise dai reparti antisommossa a Tala, al confine con l'Algeria. Altri tre morti nella regione di Kasserine.
Algeria: i manifestanti sfidano il divieto delle autorità e scendono in piazza per protestare contro il caroprezzi dei generi alimentari e degli affitti. La polizia interviene con violenza. Secondo la Cnn, tre persone sono rimaste uccise durante le manifestazioni in diverse città algerine. Oltre 300 i feriti.
7 gennaio, Tunisia: le autorità arrestano un gruppo di blogger e giornalisti, alcuni dei quali risultano scomparsi. Tra questi, figura Hamadi Kaloutcha.
6 gennaio, Tunisia: il 95 per cento degli avvocati tunisini sciopera per protesta contro la brutalità della polizia, chiedendo agli apparati di sicurezza di fermare la repressione.
Algeria: cortei e manifestazioni a Bab El Wadi, Zaralda e Wahran.
5 gennaio, Tunisia: muore il ragazzo che aveva dato il via alla protesta, incendiandosi.
Algeria: esplodono le proteste per l'inflazione dei generi alimentari.
3 gennaio, Tunisia: la protesta raggiunge le sedi del partito di governo. A Thala una manifestazione pacifica di 250 studenti viene repressa: seguono disordini, con camion e macchine date alle fiamme.
2 gennaio, Tunisia: Un gruppo di hacker attacca alcuni siti web governativi, mettendoli fuori uso. Il governo risponde sabotando i profili Facebook e Twitter di utenti che avevano raccontato in diretta le manifestazioni.
30 dicembre, Tunisia: morte di un manifestante colpito da proiettili sei giorni prima. Il Partito Socialista francese condanna la "brutale repressione del regime".
29 dicembre, Tunisia: la polizia disperde le proteste a Sbikhta e Chebba. Un network privato, Nessma Tv, comincia a coprire le manifestazioni, dando così una risonanza nazionale ad ogni corteo di protesta.
28 dicembre, Tunisia: il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali condanna le manifestazioni come "inaccettabili", opera di "pochi estremisti". I sindacati organizzano un altro corteo a Gafsa. Intanto 300 avvocati protestano davanti alla sede del governo contro la repressione dei manifestanti. Vengono dimessi, senza spiegazione, i governatori di Sidi Bouzid, Jendouba e Zaghouan. Anche tre ministri (Comunicazioni, Commercio e Affari religiosi) vengono sostituiti.
27 dicembre, Tunisia: Le proteste arrivano a Tunisi, dove la gente scende in piazza per chiedere lavoro e in segno di solidarietà con i manifestanti delle regioni più povere. I disordini intanto si estendono a Sousse.
25 dicembre, Tunisia: le proteste si estendono a Kairouan, Sfax e Ben Guerdane. Un portavoce del ministro dell'Interno giustifica la polizia che spara sulla folla per "legittima difesa".
24 dicembre, Tunisia: Mohammed Ammari, 18 anni, viene ucciso dalla polizia intervenuta per sedare una manifestazione trasformatasi in rivolta. Centinaia di persone si radunano davanti alle sede dei sindacati, protestando contro la disoccupazione. Scoppiano scontri violenti ad al-Ragab e Miknassi. La polizia tortura, Abderraman Ayedi, avvocato.
22 dicembre, Tunisia: Stesso villaggio, si uccide Houcine Falci durante una manifestazione. Esponeva un cartello con scritto "No alla miseria, no alla disoccupazione".
17 dicembre, Tunisia: Mohammed Bouazizi si dà fuoco davanti al municipio di Sidi Bouzid, in Tunisia. La polizia gli aveva sequestrato il banco di frutta e verdura, sostenendo che non avesse la licenza per vendere. Il giovane aveva protestato ed era stato picchiato, tanto da dover essere portato in ospedale. In questo primo episodio c'è la spiegazione di come la protesta contro la galoppante inflazione dei prezzi dei generi alimentari sia diventata subito politica e diretta all'ottenimento di riforme politche e sociali.
a cura di Alberto Tundo