Diciassette anni, non di governo continuo, ma di continua e assillante presenza. Le dimissioni di Silvio Berlusconi hanno questa sera il sapore di un'era che si chiude.
L'ostaggio, il nostro Paese, è libero e sicuramente disorientato. Non è solo per sindrome di Stoccolma. Ma per la certezza che a Berlusconi sopravviverà il berlusconismo e perché una forma di potere assoluto condotto a suon di quattrini, propagato da potenti altoparlanti, nella quotidianità di ogni singolo giorno da così lungo tempo non possono che lasciare un solco profondo.
La politica secondo Berlusconi, che non è stata mai politica, è diventata negli anni una sorta di brand che ha avuto un forte richiamo fra emergenti caimani e che ha provocato una mutazione genetica anche nel fare opposizione. Bipolarismo con premi maggioritari, accentramento sul culto della personalità, stretta individualistica, mediatizzazione esasperata, sono solo alcuni ingredienti.
Diciassette anni sono un periodo che compete ai sociologi e agli storici. Il nostro tentativo, nel proporvi le opinioni che trovate sulle pagine di PeaceReporter, è quello di fornire chiavi di lettura aperte, non esaustive, di un periodo che si chiude e che lascia, inevitabilmente come in ogni transizione incompiuta, strascichi pericolosi per la salute della democrazia a venire.
Ognuno di noi ha l'occasione, con queste dimissioni, di guardare la propria storia privata degli ultimi diciassette anni e di valutare quanto sia stata invasiva l'immagine, l'apparire e le conseguenze di questo sistema di potere in frantumi. Tutto riassunto in quel corpo, il corpo del Capo.
Confusione e incertezza sono caratteristiche degli sfaldamenti degli imperi. Divisioni e lacerazioni, particolarismi e ricerche di via di fuga, abiti nuovi per vecchie spoglie e maquillage sfrontati. È certo che la stagione che si apre non ci farà mancare nulla di tutto ciò. L'incognita più alta di questo risveglio, come lo chiama il sociologo Marco Revelli o come ci ricorda il suo collega Salvatore Palidda, sta proprio nella scommessa su un nuovo senso comune, civile, condiviso, che diventi base di una rifondazione etica e politica. Per fronteggiare lo strapotere della finanza, per combattere e dare risposte politiche alla cessione della sovranità nazionale comandata dai mercati, proprio per la debolezza e il malcostume di comportamenti debosciati eletti a modello, o giustificati in un criminale richiamo alla privacy di chi è personaggio non pubblico, ma delle Istituzioni.
PeaceReporter in questi giorni arricchirà il parco delle opinioni con nuove idee.
La chiusura del personaggio Berlusconi non è la fine del berlusconismo, non siamo ingenui.
Ma sicuramente l'occasione più fulgida degli ultimi lustri per tornare a cercare uno scatto in avanti e l'energia per dare vita a un contemporaneo rinascimento (non miracolo) italiano.
Buona lettura.
Angelo Miotto