Scritto per noi da
Stefano Zoja
Fate turchine, alcuni Bush di cartapesta, una piratessa assetata di petrolio.
La fantasia delle maschere si è unita a tante persone normali che, lo scorso fine-settimana, hanno
sfilato contro la guerra nelle strade di Londra: fra le quaranta e le sessantamila
presenze secondo gli organizzatori di Stop the War.
Cinque anni fa. Nel quinto anniversario dell'invasione in Iraq, il corteo si è snodato da Trafalagar
Square fino al Parlamento, per rivendicare la fine di questo e altri conflitti:
l'occupazione afghana, l'assedio ai Territori Palestinesi, la tentazione militare
nei confronti dell'Iran. Proprio cinque anni fa su queste strade si era animata
la più imponente marcia di protesta pacifista della storia britannica: Stop the
War aveva guidato due milioni di persone, che insieme ad altri trenta milioni
in giro per il mondo invocavano la sospensione dell'imminente invasione dell'Iraq
di Saddam Hussein. Da allora il governo britannico e il movimento sono andati
ciascuno per la sua strada.
Guerra e consenso. "Oggi in Inghilterra oltre il 60 percento delle persone chiede il ritiro sia dall’Iraq
che dall’Afghanistan. Che rappresentanza politica ha questo punto di vista?",
abbiamo chiesto a Lindsey German, organizzatrice della storica manifestazione
di cinque anni fa e oggi candidata a sindaco di Londra per la coalizione alla
sinistra del Labour. Con sfumature diverse, laburisti, conservatori e liberal-democratici
hanno sempre sostenuto le campagne irachena e afghana, assecondando il primato
statunitense. Le recenti prese di posizione di Gordon Brown e del ministro degli
Esteri Milliband seguono lo stesso solco, mentre il dibattito su guerra e sicurezza
interna si salda con quello sui diritti civili, come è accaduto per la recente
proposta governativa di innalzare il limite legale per la carcerazione preventiva
da 28 a 56 giorni. Un provvedimento poco popolare e di efficacia contestabile,
secondo gli attivisti, che inquinerebbe ulteriormemente il calderone dei rapporti
con la vasta comunità islamica britannica. "Ma questa manifestazione è un monito
per Gordon Brown - spiega Lindsey German -. Sul tema della guerra è già caduto
Tony Blair, costretto a promettere le dimissioni dopo l'appoggio a Israele nel
conflitto in Libano del 2006. E per il supporto alla guerra irachena hanno perso
le loro cariche Rumsfeld in America, Aznar e Berlusconi in Europa e Howard in
Australia".
La corsa all'oro nero. Ma non c'è solo la politica sotto accusa. Diverse multinazionali, come le britanniche
Bp e Shell, vengono aggiunte alla lista degli imputati di una guerra vista come
conflitto per la privatizzazione del petrolio iracheno a favore dei colossi energetici
occidentali. E ricorre il nome dell'americana Halliburton e il suo legame con
l’attuale vicepresidente Cheney. "Al di là delle ragioni morali, è necessario
arrestare la speculazione economica celata da questa guerra", ci dice John Rees,
co-fondatore di Stop the War, ricollegandosi alla recente pubblicazione di "The
three trillion dollar war", il libro dell'economista e premio Nobel americano
Joseph Stiglitz che fa i conti in tasca al conflitto iracheno. Una guerra che
beneficia i petrolieri e i grandi contractors privati, ma che riversa nelle casse
americane e sull'economia globale l'esorbitante costo di seimila miliardi di dollari.
"Un calcolo economico che alimenta un ulteriore rivendicazione morale, se si pensa
ai mille modi in cui gli americani avrebbero potuto utilizzare questi soldi, dai
pensionati che muoiono per strada ai malati cronici", ragiona ancora Rees. Un
esempio di come, nella visione di manifestanti e attivisti, scelte politiche e
priorità economiche finiscano per saldarsi e confondersi quando si parla di Iraq.
Senza dimenticare Aghanistan, Iran e Palestina.