Nel bazar di Kashgar l’atmosfera evoca quella dei viaggi di Marco Polo. Il traffico dei
carretti trainati dagli asini si snoda lungo le rive fangose del fiume
Tuman, attraversato da cavalli, cammelli e distese di malinconici
greggi. Sulle sponde, vecchi che brandiscono le falci, esaminano i
ferri di cavallo, le selle e le fruste. Nei vicoli polverosi del
mercato cittadino si trovano montagne di tappeti di Hotan, sacchi di
spezie, scatole laminate delle doti, pezzi di animali morti, polli e
anatre vivi, le famose lame di Yengisar, cappelli di ogni modello e
colore, pentole e padelle, frutta, verdura, calzature da cavallo, radio
preistoriche a transistor, calze di seta pachistane, attrezzi
agricoli fatti a mano. Insomma la classica accozzaglia di
articoli disponibili in qualunque souk orientale che si rispetti. Non
mancano le bancarelle che vendono cibo, delizioso: dal pane spruzzato
con i semi di sesamo o di papavero di lahgman, agli spaghetti con carne
di montone e verdure, dal kebab di jiger (fegato) al girde nan – la
tipica focaccia dello Uygur. I solenni barbieri con le loro lunghe lame
appena affilate lavorano sulla strada. La folla si raccoglie davanti al
karaoke che viene proiettato in tv.
Il cast dei personaggi con le loro barbe lunghe e aguzze, cappelli
decorati, mantelli scuri e stivali neri è tutto Uyguro: una minoranza
etnica di origine turca che ha dominato la Mongolia nell’VIII e IX
secolo. La lingua, naturalmente, è l’Uygur. La musica, ancora solo
musicassette, è arabesk di gecekondu, pop turco. La maggior parte delle
donne portano sciarpe multicolori, ma non poche indossano il
chador o un pesante panno marrone gettato sopra le loro teste. L'aria è
pesante per la sabbia proveniente dal deserto, la polvere dei vecchi
tappeti, i fuochi caliginosi al carbone. Questo filtro ottico naturale
dà l’impressione di trovarsi dentro la scena di una vecchia, sbiadita,
foto della Kashgar del XIX secolo. La città vive al ritmo dei
traballanti carretti trainati dai muli, dei grassi kebab, del latte di
cavalla e delle preghiere quotidiane alla suggestiva moschea di Id Kah,
la più grande della Cina occidentale e una delle più grandi dell’Asia
centrale.
Centomila nomadi e contadini convergono ogni settimana su questo
delirium antropologico, il mercato di Kashgar della domenica. Siamo a
più di quattromila chilometri da Pechino e l’orologio è indietro di due
ore rispetto a quello della capitale cinese, che invece dovrebbe valere
per tutta la nazione. Ma qui ognuno è guidato dal tempo locale dello
Xinjiang. In giro per il bazar non si vede nemmeno una faccia di cinese
Han. Questa è l’ultima frontiera della Cina. Di qui, in direzione ovest
e sud, ci sono soltanto il deserto, la steppa dove vivono alcuni nomadi
Kyrghisi e Tagiki, e le montagne del Karakorum.
Kashgar, come Samarcanda più a ovest (nell’attuale Uzbekistan), era, un
nodo chiave nella leggendaria via della seta che collega il mondo
cinese con il subcontinente indiano e, in generale, la Cina con
l’Occidente.
Il mercato domenicale di Kashgar è il peggior incubo del
governo di Pechino, soprattutto da quando il movimento
indipendentista degli Uyguri dello Xinjiang è stato dichiarato nemico
numero uno dello Stato cinese, ancor più pericoloso dei “separatisti”
tibetani e dei seguaci del governo-in-esilio del Dalai Lama a
Dharamsala, in India. Ma dal punto di vista di ogni Uyguro, il nemico,
interno ed esterno, è il cinese Han. Il problema è che gli Uyguri sono
incapaci di definirsi come nazione. Quando gli si chiede da dove
vengono, rispondono: “Io sono un kashgarlik”, l’uomo duro del deserto.
L’Uyguro ragiona in termini di oasi natale, non certo di Stato. La
gente di Kashgar, ultimo baluardo della cultura Uygura, non si aspetta
nulla dalla Cina. La loro cultura è stata vittima delle politiche di
Mao Tse-Tung nei confronti di queste desolate regioni di confine.
La schizofrenia culturale qui è la norma. La città di Kashgar è divisa
in due: i quartieri vecchi uyguri, kadimi shahr, e quelli nuovi
cinese-Han, yangi shahr. Se la moschea di Id Kah è il fulcro della vita
degli uyguri, per i cinesi il punto di ritrovo è la Piazza del Popolo,
dove svetta una delle più grandi statue di Mao di tutta la Cina. Questo
gigante, che indica verso l’eterna gloria delle masse, rimane il
simbolo orwelliano del conquistatore che proviene da una civiltà più
organizzata e tecnologicamente avanzata. La Piazza del Popolo è
affollata di soldati cinesi che portano a passeggio le loro fidanzate
che indossano i tipici vestiti ersatz degli anni settanta che, rispetto
alla passeggiata del mercato, sembrano francamente post-moderni. Un
triste parallelo con Lhasa, capitale sacra del Tibet, è inevitabile.
Anche lì una tremenda Piazza del Popolo è stata imposta alla nobile
facciata del Palazzo di Potala. Come in Tibet, nello Xinjiang il
divario culturale, linguistico, religioso, architettonico e perfino
gastronomico è incolmabile.
Gli Uyghuri scoprirono l’Islam solo nel X-XI scolo, e non attraverso
gli Arabi, ma per via della dinastia Turco-Persiana che dominava a
Buchara (in Uzbekistan). Gengis Khan conquistò Kashgar nel XIII secolo.
Tamerlano vi giunse nel XIV. Gli europei la videro per la prima volta
solo cinque secoli più tardi. Gli esploratori britannici alla fine del
diciannovesimo secolo dicevano che poche zone al mondo sono più remote
e inaccessibili dello Xinjiang. Questo è vero ancora oggi perché lo
Xinjiang è separato dalla Cina dal deserto di Gobi. Tuttora, un cinese
Han non riuscirà mai a capire perchè uno straniero desidererebbe andare
oltre l’estremità a ovest della Grande Muraglia.
Gli Uyguri, nomadi del deserto, non sono particolarmente religiosi, ma
l’islam è stato un mezzo potente per esprimere le loro angosce. La
comunicazione con gli Uyghuri è un incubo. Si rifiutano di parlare il
mandarino, la lingua dei colonizzatori. Parlano soltanto uyguro, la
lingua dei Mongoli. Non prendono i taxi guidati da cinesi Han e
mangiano soltanto cibi halal. I giovani non ascoltano pop cinese, ma i
suoni pungenti della chitarra di Akbar Kahriman. Questa è l’unica forma
di disobbedienza civile praticabile in una situazione in cui persino i
laureati dell’Università si lamentano di non riuscire a trovare lavoro
perché le principali aziende sono tutte Han ed assumono soltanto
cinesi.
Xinjiang, letteralmente, significa “nuovi domini”. Il dominatore,
ovviamente, è Pechino. I dominati sono gli Uyguri. Prima che il
comunismo prendesse potere in Cina nel 1949, la regione era conosciuta
come Turkestan Orientale. Duemila anni fa la dinastia degli Han,
temendo i nomadi turchi, qui manteneva già stabilmente una guarnigione
militare. Ma lo Xinjiang è stato annesso alla Cina soltanto dagli
invasori Manchu nel 1759. L’obiettivo strategico di Pechino è sempre
stato lo stesso: isolare questa zona dell'Asia centrale dai Turchi,
nemici storici della Cina. La resistenza era inevitabile. Gli uyguri si
sono ribellati agli Han almeno quattrocento volte. Lo Xinjiang è
riuscito persino a strappare l’indipendenza per alcuni brevi periodi.
Ma Mao ha messo fine alle loro aspirazioni quando ha imposto
l’immigrazione di massa degli Han allo scopo di “civilizzare” il
Turkestan Orientale. Nel 1949 i dominatori erano circa il 10 per cento
della popolazione. Ora sono almeno la metà e stanno aumentando.
È quasi un miracolo riuscire a trovare a Kashgar una persona come Ali,
uno Uyguro di trent’anni che ha studiato a Pechino e oggi è direttore
di una compagnia mineraria. Parla un inglese passabile. Dopo alcune
tazze di tè, Ali inizia a parlare di politica. “Lo Xinjiang è la
provincia più ricca della Cina. Abbiamo moltissimo petrolio nel deserto
di Taklamakan, almeno 80 miliardi di barili. Abbiamo gas e abbiamo
uranio. Ma gli Uyguri non ne possono tenere niente. I cinesi rubano
tutto. Avete mai incontrato un uomo d’affari occidentale a Kashgar?
Naturalmente no, ci sono soltanto turisti che non hanno soldi da
spendere. Pechino dice agli occidentali che qui non conviene investire.
Dappertutto in Cina si parla di sviluppo. Qui siamo soltanto
disoccupati. Un giorno la gente dirà ‘basta!’, un ‘basta’ che per
Pechino significa ‘separatismo’ o, peggio ancora, ‘terrorismo’”.
La resistenza degli Uyguri non ha un Dalai Lama che riesca a catturare
i titoli dei giornali, ma ciò non significa che essa non sia attiva.
Sono stati condotti attentati e attacchi contro obiettivi cinesi. Armi
e soldi arrivano dalla diaspora Uygura in Germania, Turchia e Asia
centrale, che conta almeno 400mila persone. All'inizio degli
anni novanta il Kazakhstan ha permesso che due gruppi di liberazione
uyguri aprissero una sede nella capitale Almaty. Ma la Cina di Jiang
Zemin ha scatenato un’offensiva diplomatica fortissima che ha condotto
Kazakhstan e Kyrgyzstan a fare marcia indietro. Le autorità di questi
Paesi hanno chiuso le sedi dei movimenti indipendentisti, arrestando
tutti gli uyguri che criticavano Pechino, e hanno chiuso le frontiere
per impedire l’afflusso di armenti e finanazimanti agli
indipendentisti.
La capitale dell’estremo ovest cinese è Urumqi, secondo Pechino
l’ultima frontiera della civilizzazione. E’ una città surreale. A
tremila chilometri da Pechino, letteralmente nel mezzo del nulla
(isolata a sud dalle innevate montagne del Tian Shan e a nord dal
minaccioso deserto del Taklamakan, il cui nome in uyguro significa
“puoi entrare ma non puoi uscire”), si trova una metropoli di più di un
milione di abitanti. Una città indefinita importata direttamente dalla
costa orientale cinese, con il 90 per cento di abitanti Han,
trapiantato con la forza dal comunismo.
Urumqi è la vetrina della dominazione cinese. Grandi magazzini che
vendono tutti i tipi di chincaglieria a basso costo, grattacieli che
spuntano come funghi, gru, fumo nero, inquinamento infernale che si
mischia con i venti del deserto. Qui l’orologio segna la stessa ora che
a Pechino: il sole sorge alle 8 del mattino. Nella città si respira
tutta l’impressionate potenza dello Stato centrale. Nel centro di
Urumqi è impossibile trovare Uyguri che non siano mendicanti.
Ricompaiono solo nelle bancarelle sotto forma di souvenir-bambole in
feltro dal dubbio gusto. La maggior parte sono stati deportati in
periferia, ai margini del deserto. Ma in centro stanno spuntando i
minareti delle moschee.
Al mercato di Erdaoqao, i commercianti vendono gli stessi articoli che
si trovano al Kashgar. La zona è una mini-replica di Kashgar. Qui i
cinesi Han hanno costruito la loro versione ritoccata, il gran bazar
internazionale dello Xinjiang, completo di moschea, una collezione di
statue di cammelli, musica di sottofondo (Natalie Imbruglia o pop
cinese: nessuna musica uygura) e una Piazza della Felicità di
cinquemila metri quadri. Ma non c’è molta felicità nell’aria a dire la
verità. Scolpito nelle facce degli anziani Uyguri si legge un
sentimento non tanto di rabbia quanto di profonda tristezza per la
scomparsa della loro cultura e per l’impotenza nel non poter neppure
raccogliere le briciole dal grande banchetto materialista degli Han.
Pechino ha tagliato radicalmente i sussidi alle cosiddette “minoranze
etniche”. Se ne trovano dodici solo nello Xinjiang e oltre agli Uyguri
(42 per cento della popolazione) includono gli Hui (musulmani cinesi),
i Manchu, i Mongoli, i Kazakhi, i Kyrgyzi, i Tajiki, gli Uzbechi e i
Tatari. Pechino è interessata a promuovere il “misterioso” Xinjiang
solamente per il turismo: ma deve essere uno Xinjiang ridotto a parco a
tema. Un Uyguro che, per miracolo, lavori per un’azienda cinese non può
andare in moschea. Agli Uyguri sono proibite tutte le manifestazioni
pubbliche. Se un Uyguro parla dell’indipendenza viene arrestato
sul posto.
Nel marzo del 2000 Pechino ha adottato un programma ambizioso per “lo
sviluppo su grande scala dell’ovest”. Il punto chiave è la grande
campagna “andate a ovest”, che ha lo scopo di stabilire nello Xinjiang
altri milioni di cinesi Han. L’obiettivo di lungo termine è di
costringere i 7,5 milioni di Uyghuri e gli 1,3 milioni Kazakhi a
migrare a ovest nelle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.