Il dramma iracheno ha toccato profondamente anche il Nepal. Ieri nel piccolo
regno himalayano una folla inferocita ha attaccato la moschea di Jama Masjid e
altri edifici per protestare contro l’uccisione in Iraq di 12 ostaggi nepalesi
ad opera del gruppo islamico radicale Esercito di Ansar. I manifestanti hanno
accusato il governo di non aver fatto abbastanza per salvarli. L’autorità centrale
ha risposto imponendo il coprifuoco a tempo indeterminato nella capitale Kathmandu
e nella valle circostante. La tragedia di una guerra lontana aggiunge dolore a
una popolazione stremata da un altro sanguinoso conflitto che si combatte in casa,
dalle campagne desolate ai villaggi densamente popolati. Qui dal 1996 si scontrano
l’esercito governativo e i guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento
maoista (Ncp). “E’ la prima volta nella storia del Paese che si verificano scontri
davanti a una moschea”, dice un albergatore locale. “Fino a ieri (martedì per
chi parla) gli hindu – circa 80 per cento della popolazione – e le minoranze buddista
e musulmana convivevano in pace”.
Le tensioni che nelle ultime due settimane hanno paralizzato il Paese, seppure
slegate dalle vicende irachene, hanno preparato il terreno a queste ultime violenze.
Il 18 agosto i ribelli dell’Ncp hanno fatto esplodere quattro bombe contro un
hotel del centro di Kathmandu. Si trattava di una risposta alla massiccia offensiva
messa in atto nella prima metà di agosto dalle truppe del re Gyanendra nell’Accham,
seicento chilometri a ovest dalla capitale. Il Nepal si è fermato: grandi aziende
(accusate dai maoisti di sfruttare i dipendenti), alberghi e negozi hanno chiuso
i battenti sotto la minaccia di attentati. Molte delle compagnie prese di mira
dai guerriglieri sono di proprietà dello stesso re, che è anche un uomo d’affari.
Due giorni dopo, il 18 agosto, gli antigovernativi hanno dimostrato tutta la loro
forza accerchiando Kathmandu e bloccando ogni via d’accesso alla città. Per una
settimana – l’assedio è stato tolto il 24 agosto – un milione e mezzo di persone
hanno temuto di essere ridotte alla fame: in sei giorni il pr ezzo delle verdure era già cresciuto del 25 per cento. “Il Nepal è il nono Paese
più povero al mondo”, afferma Clare Castillejo, ricercatrice di Amnesty International.
Un lavoratore nepalese guadagna in media un dollaro al giorno, mentre la disoccupazione
è un male endemico.
La povertà spinge migliaia di nepalesi a migrare in Medio Oriente, anche in luoghi
rischiosi come l’Iraq. I 12
ostaggi giustiziati facevano i cuochi e i lavapiatti in un’azienda giordana.
Aavevano raggiunto l'Iraq nonostante il divieto del governo di recarsi nel Paese
mediorientale dopo l’invasione anglo-americana del marzo 2003. “Siamo disposti
ad andare ovunque”, dicono alcuni migranti. “Lasciamo casa perché la situazione
non è sostenibile a causa del conflitto che oppone i maoisti al governo”. La maggior
parte pagano una cifra compresa tra i mille e 2mila dollari alle agenzie di lavoro
solo per il viaggio. In Medio Oriente possono guadagnare fino a 550 dollari al
mese, una cifra immensa. E le agenzie di collocamento sono diventate obiettivo
di assalto da parte di centinaia di giovani che le ritengono responsabili di inviare
i lavoratori in Iraq senza alcuna protezione. Insieme a queste non sono state
risparmiati gli uffici della Qatar Airways e l’ambasciata d’Egitto.
In Nepal regna l’incertezza. Il blocco è stato tolto perché il governo – cosa
mai accaduta prima – si è detto disponibile a discutere con i maoisti la richiesta
di istituire un’assemblea costituente. L’Ncp, secondo ambienti diplomatici simile
al movimento guerrigliero peruviano di Sendero Luminoso anche per crudeltà d’azione,
vuole abbattere la monarchia e instaurare un regime comunista. D’altro canto il
governo di Kathmandu è da anni sotto accusa per le violazioni dei diritti umani,
le esecuzioni sommarie, gli arresti ingiustificati e la persecuzione dei dissidenti.
Molti partiti democratici sostengono a loro volta la formazione di un’assemblea
costituente che riscriva l’assetto del Paese guidato da una monarchia assoluta.
Nel 2002 Gyanendra aveva licenziato il premier Deuba - ritornato in carica solo
nel luglio scorso - e preso i pieni poteri, rifiutando la proposta dei democratici
di indire nuove elezioni.
“Di fronte alla promessa del governo di riaprire i negoziati di pace, nessuno
può dire con certezza cosa accadrà”, spiega Castillejo di Amnesty. “Il problema
è rendere la pace effettiva. In passato i colloqui sono stati avviati tre volte,
ma i combattimenti non sono mai cessati. Negli ultimi giorni la situazione è andata
peggiorando velocemen te. I maoisti controllano ormai la maggioranza delle campagne”. Il Paese sembra
prossimo al collasso e la miseria estrema potrebbe essere la condizione per un
epilogo rivoluzionario. In Nepal si sta giocando una partita dove è difficile
indovinare chi muove le pedine. All’incertezza degli sviluppi futuri, si aggiunge
quella su chi stia dietro ai gruppi ribelli. E’ chiara solo la posizione strategica
del regno: Stato cuscinetto tra India e Cina. Un altro mistero aleggia intorno
alla famiglia reale, appoggiata dagli Stati Uniti, Gyanendra è salito al potere
nel 2001 in seguito all’assassinio del fratello allora sovrano e di tutti i suoi
famigliari. Un massacro che, secondo molti osservatori, non si può leggere solo
come una congiura di palazzo e di cui potrebbe essere il mandante lo stesso attuale
re. Dopo la strage dell'11 settembre, Gyanendra giustificò la presa del potere
agli occhi della comunità internazionale garantendo il pugno di ferro contro il
terrorismo mondiale, poco importa se islamico o maoista.
Dopo la sospensione del blocco un operatore umanitario raccontava: “La situazione
a Kathmandu sembra essere tornata normale. Anche se non possiamo dire che cosa
accadrà, dove e quando. Alcune fabbriche e hotel a cinque stelle sono chiusi.
Il blocco di sette giorni non è stato così duro come annunciato. Le agenzie di
stampa indiane, per esempio, hanno esagerato il problema. Qui si pensa che questo
modo di agire dei ribelli sia una forma di trattativa per arrivare ai colloqui
di pace. Un modo per premere il governo in questa direzione. Il governo è sembrato
più serio nel promettere un impegno verso la pace, però è restio ad accettare
la mediazione delle Nazioni Unite richiesta dai maoisti. Quello che speriamo è
che i negoziati di pace inizino presto”.
Finora in Nepal sono morte a causa della guerra oltre 9mila persone. E secondo
l’ultimo rapporto di Amnesty 378 sono sparite solo nel 2003. Resta l’interrogativo
su come un Paese sia sprofondato in una guerra civile, probabilmente giostrata
a tavolino.
Francesca Lancini