Vito Calabretta
Rito
ben contestualizzato quello che Peter Greenaway celebra nella sala
delle cariatidi del Palazzo Reale di Milano: la morte dell’ultima
cena di Leonardo nei giorni del lutto della democrazia italiana.

Greenaway,
discutendo con il pubblico del lavoro di ricognizione e scomposizione
che ha fatto sulla Ultima Cena, ha evocato una storia secondo la
quale la tavola del quadro contiene una cosmogonia dalla quale emerge
la forza di Plutone.
Plutone
è il dio delle ombre, il dio dell’Ade, ogni tanto si fa un
giro in Sicilia per controllare che l’isola resti ben compatta e
non faccia passare luce sotto, dove sta lui e Greenaway ha messo la
tavola imbandita dell’ultima cena nel centro dello spazio che ha
allestito nella sala delle cariatidi. La ha illuminata con una luce
brillante come le decorazioni argentate degli orpelli funerari e la
ha fatta diventare uno squarcio luminoso in questa architettura
posticcia con la quale egli ha tentato di ricreare il contesto del
Cenacolo in una sala bombardata alcuni decenni fa e ora rimasta come
un contenitore potenziale di memoria. la cena della morte è
servita.
Così
come la tavola è estrapolata dall’opera e sparata nello
spazio di Palazzo Reale, così il quadro di Leonardo è
sezionato da Greenaway con la luce e con la manipolazione digitale
delle immagini e poi con la proiezione, su due fronti contrapposti,
di una sequela di frammenti o dettagli o altro ancora: una sagra di
escrescenze dell’universo greenawayano, di ciò che egli
definisce, con piglio istrionicamente anti-filologico, «classicismo». Il
risultato è denso di sprazzi visionari e commoventi e ci fa
vedere come un quadro, quando ormai è morto perché ha
perso il proprio significato artistico, perché è
diventato monumento di se stesso e perché influenza la cultura
visiva del mondo attraverso le riproduzioni che popolano i libri di
storia dell’arte e di turismo pseudo-culturale, quando quindi il
quadro è morto ed esiste solo in quanto simulacro, ha ancora
da dire enormi cose. Greenaway che è un necrofilo le indaga,
riesuma e ce le propone. Ecco qui due soli casi.

Le
mani, il gioco delle mani, la loro distribuzione dinamica nello
spazio del racconto leonardesco fanno venire in mente quei versi di
Roberto Roversi cantati da Lucio Dalla in
Il
giorno aveva cinque teste:
«gli occhi, no non ho visto gli occhi … eran coperti coi rami
erano neri di terra erano verdi di boschi … la bocca… noooo la
sua bocca taceva … la mano, la mano, sì la sua mano viveva
era coperta di rami di sassi era coperta di terra… la sua mano
splendeva, bruciava, sì, la sua mano cantava…»
Poi
c’ è il volto di Giovanni che è il volto di una donna
dal quale Greenaway stacca frammenti di pittura, ne celebra appunto
la morte in quanto volto stesso e trasforma questi frammenti che
galleggiano sulla superficie della proiezione in elementi effimeri,
volatili, in un canto lirico di farfalline fatte di pigmenti che si
spargono nello spazio virtuale (lo spazio della proiezione) in modo
del tutto gratuito, inutile, bello.
In
generale Greenaway celebra con questo intervento una radicale
sfiducia nella possibilità di rappresentare qualcosa. Quando
dice che il cinema che racconta è morto non allude
probabilmente a un cinema fondato sul plot, ma a un cinema che ha una
qualsivoglia ambizione di comunicare . Ma il gusto pletorico di
questo artista, che privilegia espressioni insopportabili come lo
sono la musica di accompagnamento e la pseudo-architettura con la
quale ha ricreato il Cenacolo, e simultaneamente seleziona sprazzi di
grande vigore, per quanto necrofilo, produce materia viva. Si
tratta di una materia virtuale che indugia compiaciuta sul paradosso
di continuità tra vero e falso (qual è la vera Cena, di
tutte quelle proposte?). È forse anche una materia di scarto,
escrementale. Ma è una materia viva e a questo punto quella di
Greenaway ci si configura non come una ri-costruzione del lavoro di
Leonardo, che egli bombarda con le immagini. Si tratta della
costruzione di un immaginario fondato, in modo molto soggettivo, su
Leonardo.
Speriamo
che anche in Italia, immersi nella attuale situazione escrementale,
si possa iniziare finalmente a costruire (per favore: non
ri-costruire!) qualcosa.