19/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Scritto per noi da
Vito Calabretta
 
 
Rito ben contestualizzato quello che Peter Greenaway celebra nella sala delle cariatidi del Palazzo Reale di Milano: la morte dell’ultima cena di Leonardo nei giorni del lutto della democrazia italiana.
 
Greenaway, discutendo con il pubblico del lavoro di ricognizione e scomposizione che ha fatto sulla Ultima Cena, ha evocato una storia secondo la quale la tavola del quadro contiene una cosmogonia dalla quale emerge la forza di Plutone.
Plutone è il dio delle ombre, il dio dell’Ade, ogni tanto si fa un giro in Sicilia per controllare che l’isola resti ben compatta e non faccia passare luce sotto, dove sta lui e Greenaway ha messo la tavola imbandita dell’ultima cena nel centro dello spazio che ha allestito nella sala delle cariatidi. La ha illuminata con una luce brillante come le decorazioni argentate degli orpelli funerari e la ha fatta diventare uno squarcio luminoso in questa architettura posticcia con la quale egli ha tentato di ricreare il contesto del Cenacolo in una sala bombardata alcuni decenni fa e ora rimasta come un contenitore potenziale di memoria. la cena della morte è servita.
Così come la tavola è estrapolata dall’opera e sparata nello spazio di Palazzo Reale, così il quadro di Leonardo è sezionato da Greenaway con la luce e con la manipolazione digitale delle immagini e poi con la proiezione, su due fronti contrapposti, di una sequela di frammenti o dettagli o altro ancora: una sagra di escrescenze dell’universo greenawayano, di ciò che egli definisce, con piglio istrionicamente anti-filologico, «classicismo». Il risultato è denso di sprazzi visionari e commoventi e ci fa vedere come un quadro, quando ormai è morto perché ha perso il proprio significato artistico, perché è diventato monumento di se stesso e perché influenza la cultura visiva del mondo attraverso le riproduzioni che popolano i libri di storia dell’arte e di turismo pseudo-culturale, quando quindi il quadro è morto ed esiste solo in quanto simulacro, ha ancora da dire enormi cose. Greenaway che è un necrofilo le indaga, riesuma e ce le propone. Ecco qui due soli casi.
 
Le mani, il gioco delle mani, la loro distribuzione dinamica nello spazio del racconto leonardesco fanno venire in mente quei versi di Roberto Roversi cantati da Lucio Dalla in Il giorno aveva cinque teste: «gli occhi, no non ho visto gli occhi … eran coperti coi rami erano neri di terra erano verdi di boschi … la bocca… noooo la sua bocca taceva … la mano, la mano, sì la sua mano viveva era coperta di rami di sassi era coperta di terra… la sua mano splendeva, bruciava, sì, la sua mano cantava…»
Poi c’ è il volto di Giovanni che è il volto di una donna dal quale Greenaway stacca frammenti di pittura, ne celebra appunto la morte in quanto volto stesso e trasforma questi frammenti che galleggiano sulla superficie della proiezione in elementi effimeri, volatili, in un canto lirico di farfalline fatte di pigmenti che si spargono nello spazio virtuale (lo spazio della proiezione) in modo del tutto gratuito, inutile, bello.
In generale Greenaway celebra con questo intervento una radicale sfiducia nella possibilità di rappresentare qualcosa. Quando dice che il cinema che racconta è morto non allude probabilmente a un cinema fondato sul plot, ma a un cinema che ha una qualsivoglia ambizione di comunicare . Ma il gusto pletorico di questo artista, che privilegia espressioni insopportabili come lo sono la musica di accompagnamento e la pseudo-architettura con la quale ha ricreato il Cenacolo, e simultaneamente seleziona sprazzi di grande vigore, per quanto necrofilo, produce materia viva. Si tratta di una materia virtuale che indugia compiaciuta sul paradosso di continuità tra vero e falso (qual è la vera Cena, di tutte quelle proposte?). È forse anche una materia di scarto, escrementale. Ma è una materia viva e a questo punto quella di Greenaway ci si configura non come una ri-costruzione del lavoro di Leonardo, che egli bombarda con le immagini. Si tratta della costruzione di un immaginario fondato, in modo molto soggettivo, su Leonardo.
 
Speriamo che anche in Italia, immersi nella attuale situazione escrementale, si possa iniziare finalmente a costruire (per favore: non ri-costruire!) qualcosa.


 
Parole chiave: vito calabretta, greenaway
Categoria: Costume