scritto per noi da
Barbara Carcone
Dall'inizio dell'anno più di trenta detenuti sono morti nei penitenziari italiani.
Di questi, undici si sono suicidati. Sono i dati raccolti nell'ambito del monitoraggio
"Morire di carcere", consultabile sul sito internet www.ristretti.it. Aggiornate
al mese di aprile, queste stime si basano su informazioni raccolte dai giornali
e agenzie di stampa, ma più spesso da comunicazioni di volontari e parenti dei
detenuti. Informazioni faticosamente costruite, non ufficiali, né certamente complete.
I decessi dei detenuti tendono a sfuggire all'attenzione pubblica e, non di rado,
vengono trascurate più o meno distrattamente dalle autorità competenti.

Sandro di Niso è morto in cella all'età di 35 anni, secondo il medico legale,
per "errore" mentre si drogava. E' svenuto con la testa in un sacchetto di plastica
senza riuscire a riprendersi dopo aver sniffato gas da un fornelletto per riscaldare
le vivande. Una pratica usuale tra i tossicodipendenti internati. Orazio I. è
morto nel reparto di isolamento del carcere di Frosinone per arresto cardiaco.
Lo stesso è accaduto nel carcere di Regina Coeli a Stefano M. , deceduto nella
notte tra il 22 e il 23 aprile. Entrambi erano in condizioni di invalidità psichica
grave. Aldo Bianzino è stato trovato morto nella sua cella di isolamento del carcere
di Perugia: un'inchiesta in corso sta verificando le responsabilità della morte,
che pare essere stata causata da un pestaggio da parte dei carcerieri.
Overdose, scioperi della fame, violenze, pestaggi, malattie curate male o non
curate affatto, stati di degenza mentale e fisica: così si muore nelle prigioni
italiane per "cause naturali". Oppure ci si impicca con un lenzuolo. I decessi
in carcere sono per buona parte suicidi, quelli che Adriano Sofri ha descritto
come la "forma di evasione più diffusa e subdola": un terzo dei 1.200 casi di
decesso rilevati dal dossier "Morire di carcere" dal 2000 ad oggi.
L'apparato medico sanitario e le strutture assistenziali che si occupano dei
detenuti lasciano molto a desiderare, così come le indagini giudiziarie che dovrebbero
chiarire le circostanze di morte nelle prigioni. Spesso messi a tacere o soffocati
dall'indifferenza dei media, questi decessi rivelano la presenza di realtà taciute
e responsabilità mancate, di chi è colpevole direttamente o comunque non fa abbastanza
per impedirle.

In base al Decreto Legislativo 230/99, i diritti di assistenza sanitaria e cure
mediche dei detenuti avrebbero dovuto essere equiparati a quelli dei cittadini
in stato di libertà, passando dalla responsabilità del ministero di Giustizia
a quello della Sanità. Tuttavia in nove anni poco è cambiato e il numero dei decessi
per cause di salute sono aumentati progressivamente. "I cittadini privati della
libertà sono sotto la responsabilità e la tutela dello Stato ancora di più dei
cittadini in libertà", spiega il sottosegretario di Stato alla Giustizia per le
carceri, Luigi Manconi. Le morti classificate per 'cause naturali', spesso per
arresto cardiaco, sottintendono situazioni in cui i soggetti in questione verserebbero
in condizioni psico-fisiche tali, da concludere che il carcere forse non è il
luogo dove dovrebbero trovarsi: "il numero dei soggetti che teoricamente sarebbero
'adatti' alla vita in carcere è ridottissimo: si tratta dei soggetti di comprovata
pericolosità sociale. Tutti gli altri, che soffrono di squilibri psichici o patologie
fisico mentali più o meno gravi, e più in generale tutti coloro che non recherebbero
danno alla società, non dovrebbero essere internati in istituti di detenzione.
Nei fatti il sistema penitenziario accoglie molte più persone di quante possa
prendersi cura."

Manconi smentisce tuttavia la trascuratezza nelle indagini giudiziarie per chiarire
le morti in circostanze controverse, rilevando una volontà precisa delle autorità
in tal senso. A tal proposito porta in esempio la vicenda di Bianzino: "in questo
caso specifico, che ho seguito personalmente, le indagini non sono state né frettolose
né superficiali. Anche se l'esito non è prevedibile, e le responsabilità penali
sono ancora da definire, si evidenziano una serie di comportamenti superficiali
e sbrigativi. Questi sono dati di fatto, per fare luce sui quali, gli uffici amministrativi
e giudiziari competenti hanno avviato una inchiesta seria".