E' passato quasi un secolo dall'ultima volta che nel nostro Paese si sono introdotti
leggi o regolamenti su base razziale o etnica. Nella memoria percepita dall'opinione
pubblica pare sia passato un millennio e più. Faceva il primo ottobre 1938. Tutti
gli ebrei, insegnanti o alunni, furono espulsi dalle scuole italiane di ogni
ordine e grado.
Nessuno allora pensò di prendere le impronte digitali a tutti gli ebrei, ma solo
perché non esisteva una tecnologia adatta a gestire un così imponente e complicato
quantitativo di dati.
Oggi, in Italia, si torna a parlare di regolamenti e leggi su base etnica.
Il mondo si allarma, l'Europa ammonisce, ma nessuno qui si preoccupa.
Lo scontro politico è sulle intercettazioni, sulla liceità o meno della pubblicazione
di brogliacci più o meno pornografici di telefonate fatte da illustri uomini politici.
Che la politica sia degenerata è sotto gli occhi di tutti. Ma sarebbe meglio
dire che la politica non esiste più. Non ha spazio. Quello con cui i cittadini
oggi devono confrontarsi è il potere, non la politica. Il potere di chi sta al
governo, il potere di chi sta all'opposizione. Ovunque. In Parlamento come in
ospedale o a scuola, o sui luoghi di lavoro o in ogni forma organizzata della
nostra società, i meccanismi della politica e della democrazia sono stati espulsi
anche loro, come i clandestini.
Fossimo normali, la schedatura su base etnica proposta dal governo e attuata
dai prefetti di alcune città avrebbe causato una sacrosanta rivolta.
Ma nessuno si indigna. Sono troppo occupati a far finta di essere indignati perché
un ministro o una attrice hanno il loro posto grazie non alla loro capacità di
esercitare il loro mestiere ma grazie a quella di esercitare il mestiere più antico
del mondo. Come se fosse, questa, una novità e una esclusiva di questo Governo,
o di questa dirigenza Rai.
Altrettanto sarebbe sbagliato erigere barricate su base etnica: nessuno va accusato
o difeso perché ha un colore di pelle piuttosto che un altro. Noi di PeaceReporter
lo diciamo ogni giorno con il nostro lavoro.
Come scriveva Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica di mercoledì scorso, questo
Governo "si gode gli utili di una società che ha trasformato il cittadino in consumatore,
i diritti in desiderio di benessere.
È favorito dal fallimento del progetto (democratico-capitalistico) di eliminare,
attraverso lo sviluppo, le classi povere. Osserva la fine del "progressismo" come
conciliazione di capitale e lavoro; democrazia e populismo; cultura e televisione;
cattiva coscienza e abiura della memoria. Scruta con compiacimento l'eclissi della
politica, subalterna all'economia e perfino alla religione. Prende atto della
morte del linguaggio stesso della politica: formule come popolo, nazione, democrazia,
Costituzione che cosa significano oggi? Indicano, al più, realtà ormai lontane
dai concetti che designavano un tempo".
Una novità? Nemmeno tanto. Avendo azzerato quella cultura e quelle conquiste
nate dalle lotte operaie e contadine dell'ottocento e del novecento, il potere
(non la politica) tutto sta utilizzando quel che resta dello Stato per autoalimentarsi,
per conservare se stesso. Sempre citando D'Avanzo, il potere (tutto) ha salvato
dell'organizzazione dello Stato così come ce l'ha lasciata lo scorso millennio
"la pura struttura di sovranità e dominio. E chiede di esercitarla senza limiti,
in nome del "potere costituente del popolo", con una "decisione" che lascia indistinto
il diritto e l'arbitrio, il lecito e l'illecito, l'umano e l'inumano, l'eccezione
e la regola.
È una tecnica di governo che gli permette (è cronaca) di inaugurare un "diritto
della diseguaglianza"; di organizzare "campi di identificazione" al di fuori di
ogni garanzia carceraria; di raccogliere le impronte di un'etnia; di trasformare
i soldati in poliziotti; presto di smontare gli istituti dello stato sociale che
reggono il patto costituzionale. In soldoni, di separare la legge da ogni principio
costituzionale, il giudizio da ogni possibile contenuto etico".
D'Avanzo attribuiva al solo Berlusconi, o al solo suo governo, quest'uso improprio
e in proprio del cadavere della democrazia e della Repubblica nata dalla Resistenza.
Ma sia il silenzio devastante dell'intera casta politica su questioni di evidente
importanza epocale, come appunto l'introduzione della schedatura su base etnica,
sia lo scimmiottamento che l'intera casta poltica fa di quest'uso spregiudicato
del "potere costituente del popolo" (non è su questa base che le cosiddette "primarie"
han preso piede anche da noi?) fanno pensare che dietro alla maschera funeraria
della Democrazia si nascondano in molti.
Noi, di nasconderci, non abbiamo nessuna intenzione.
Per questo ogni giorno proviamo a svelare questo gioco sporco. Perché crediamo
che l'etica debba essere comunque al centro della politica. E debba essere strumento
di misura delle azioni del potere.
Per questo saremo con l'Arci questo pomeriggio a Roma in piazza dell'Esquilino,
a partire dalle17.30. E per questo il nostro mensile esce con una edizione speciale,
con quasi il doppio delle pagine, tutto dedicato al popolo che oggi è al centro
del mirino del potere.