Scritto per noi da
Nicola Falcinella

È già nelle sale “La
terra degli uomini rossi” di Marco Bechis, il più bel film
italiano in concorso all’ultima Mostra di Venezia. Il regista
italo-argentino, autore del piccolo gioiello “Alambrado” e di un
capolavoro del cinema civile come “Garage Olimpo”, è meno
conosciuto dal grande pubblico di altri suoi colleghi ma ha le cose
più urgenti e forti da dire. In questo caso la storia degli
indios Kaiowa-Guaranì nel sud del Brasile, nel Mato Grosso del
sud: privati della terra, rinchiusi nelle riserve o costretti a
scappare in città e le loro foreste disboscate per far posto
alle sterminate piantagioni dei latifondisti bianchi. Una sfida per
la sopravvivenza che è emblema delle grandi sfide di oggi.
Bechis racconta con grande rispetto di ragazzini senza speranza che
si suicidano, di sciamani che cercano di trasmettere il loro sapere,
di piccole occupazioni di terre da parte degli indigeni e di bianchi
(ci sono anche Chiara Caselli, moglie di un fazendeiros, e Claudio
Santamaria, servitore che cattura le attenzioni sessuali delle
native) che vivono dentro le grandi ville, a guardare gli uccelli
(come il titolo originale “Birdwatchers” suggerisce) e a non
rendersi conto di essere invasori. Il film, toccante e carico di
dolore ma anche speranza (“noi abbiamo speranza, guardiamo i
bianchi con curiosità e rispetto e ci aspettiamo di essere
trattati allo stesso modo” ha affermato uno degli interpreti), è
nelle sale italiane da oggi completamente sottotitolato.
“Non voglio che il pubblico pensi si
tratti di un documentario – chiarisce Bechis – Ho raccontato una
situazione vera, tutti i fatti sono reali ma la storia è
costruita e i protagonisti non interpretano sé stessi. Non ho
neppure girato dentro le riserve per non dovermi rapportare con la
burocrazia. I sottotitoli avrebbero alimentato il malinteso, invece
ho voluto doppiare tutto perché chi guarda lo veda come una
finzione costruita su elementi veri”.
È un film su desaparecidos
come i suoi due precedenti o su dei sopravvissuti?
“Sui sopravvissuti al più
grande genocidio che la storia ricordi, quello degli indigeni
americani. Di desaparecidos
la storia dell’America Latina ne ha tanti. Però la mia
speranza è grande, sono convinto che gli indios abbiano
le idee molto più chiare di noi, nonostante la nostra tecnica,
di come si viva su questa terra. Spero ci trasmettano una speranza,
che la loro curiosità verso le cose ci contagi perché
senza uno scambio con loro non c’è speranza per noi
bianchi”.
Come vivono queste persone?
“Non ho inventato nulla nel film.
Molti ragazzini si suicidano perché non hanno sostegni nello
studio, non trovano lavoro. I fazendeiros hanno preso le loro
terre e con i grandi macchinari hanno bisogno di pochissima
manodopera e non gli danno nemmeno un lavoro. Invece l’idea che si
sono fatti i brasiliani è che gli indios si suicidano
perché sono pigri. Qualcuno di loro va in città ma è
tenuto ai margini come accade da noi con i rom. E quando tornano al
villaggio si sentono rifiutati e qualcuno si suicida”.
E le musiche del film?
“Sono di due tipi, ci sono quelle
composte apposta da Andrea Guerra e quelle di Domenico Zipoli,
missionario italiano che visse con i guaranì nel ‘700 e
scrisse queste musiche. Le suonava e cantava con gli indigeni che
pare fossero più bravi degli europei. Sono musiche ritrovate
solo 13 anni e per il pubblico saranno una vera scoperta”.
Il suo film vuole far conoscere
questi popoli ma non solo.
“All’inizio di questo progetto c’è
l’incontro con l’associazione Survival. Abbiamo creato un fondo
per dare delle risorse a queste persone perché possano
sopravvivere”