
Dietro i blindati dell’esercito federale spuntano le canne dei fucili dei soldati
e degli
Omon, la polizia speciale russa, puntati contro la piccola scuola elementare numero
1 di Beslan, capitale dell’Ossezia del Nord, repubblica russa del Caucaso settentrionale
confinante con la Cecenia. Questa mattina, primo giorno di scuola, diciassette
fra uomini e donne armati, vestiti di nero, con il volto coperto da passamontagna
neri e con cinture esplosive alla vita, hanno fatto irruzione nella scuola prendendo
in ostaggio centinaia di bambini. L’edificio scolastico di cemento armato è stato
subito circondato dalle forze di sicurezza. Al momento dell'irruzione dei terroristi
ci sono stati degli spari, e almeno un otto persone sono morte. Poi sono iniziate
le trattative.
Il commando terroristico ha detto che se i militari faranno irruzione nella scuola,
loro si faranno saltare in aria uccidendo tutti gli ostaggi. Le condizioni per
la loro resa sono due. La prima è il rilascio delle centinaia di persone imprigionate
nella vicina repubblica d’Inguscezia dalle forze russe nel corso dei violenti
rastrellamenti seguiti alla clamorosa azione della guerriglia filo-cecena, che
a fine giugno aveva messo a ferro e fuoco la capitale ingusceta Nazran. La seconda
è il ritiro dell’esercito russo dalla Cecenia. Una richiesta retorica, dato che
Putin non ha nessuna intenzione di mollare la presa sulla Cecenia, sua ossessione
fin da quando mise piede al Cremlino, e fonte irrinunciabile di autofinanziamento
illecito per i vertici militari russi.
La guerra in Cecenia: una delle più grandi e ignorate tragedie dei nostri giorni,
un conflitto che prosegue ormai da dieci anni nel più totale silenzio dei media
internazionali, che ha causato la morte di un quarto della popolazione di quella
piccola repubblica caucasica, e che vede le truppe russe macchiarsi dei peggiori
crimini contro l’umanità (stupri, torture, saccheggi, sequestri, esecuzioni extragiudiziali).
Una guerra che il Cremlino si è sempre illuso di poter gestire come una questione
locale e che invece, sempre di più, produce contraccolpi drammati
i in tutto il territorio russo. Dal contagio alle repubbliche russe del Caucaso
settentrionale (Daghestan, Inguscezia, Kabardino-Balkaria), dove la guerriglia
islamica filo-cecena e anti-russa sta dilagando a macchia d’olio. Agli attacchi
terroristici che portano la guerra nelle strade, nelle metropolitane e nei teatri
di Mosca.
E proprio lo spettro del sequestro del teatro Dubrovka di Mosca dell’ottobre
2002 si aggira in queste ore per le strade di Beslan. Un sequestro che allora
finì in tragedia dopo il blitz delle forze speciali russe che usarono gas tossici
sterminando sia i terroristi ceceni che i centotrenta ostaggi nelle loro mani.
Ma soprattutto, quello che accade oggi in Ossezia alimenta la sindrome del terrore
continuo. Questo sequestro arriva all’indomani di un attentato che martedì sera
ha ucciso dieci persone in una stazione della metropolitana moscovita. E una settimana
dopo la strage dei novanta passeggeri dei due aerei di linea russi fatti esplodere
in volo, sembra, da due donne kamikaze cecene.

Azioni disperate di uomini e donne che purtroppo vedono nella violenza e nel
terrore l’unico strumento per denunciare la violenza e il terrore subiti in patria
per mano delle truppe russe e delle milizie ‘unioniste’ che collaborano con loro.
Atti condannabili senza riserve, alimentati dall'atrocità e dalla disumanità di
quello che accade, ogni giorno, in Cecenia. Atti che sono destinati a ripetersi
fino a quando il Cremlino non accetterà una soluzione negoziale del conflitto
indipendentista ceceno, invece di perseverare ottusamente sulla strada della soluzione
militare. Una soluzione di cui fa le spese sia il popolo ceceno che quello russo.
E di cui adesso stanno facendo le spese centinaia di bambini innocenti, che nulla
c'entrano con la follia di chi vuole la guerra e di chi usa il terrore per porvi
fine.