Banche, cioccolata e orologi. Un trinomio che in tutto il mondo conduce inevitabilmente alla Svizzera. La neutrale e pacifica Svizzera. E invece, soprattuto per chi in Svizzera ci vive, un altro elemento essenziale è l'esercito. Solo nel 1989, quando il Consiglio Federale esaminò l'iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) che chiedeva l'abolizione dell'esercito, si affermava ancora che "la Svizzera non ha un esercito, essa è un esercito".
"L'esercito Svizzera". In un paese con poco più di 7 milioni e mezzo di abitanti si contano 220mila soldati, di cui solo 70mila sono i riservisti. Un numero che pone la Svizzera ai livelli di Italia e Francia. Le spese per l'armamento non sono indifferenti e i crediti stanziati di anno in anno sono notevoli. La discussione sugli armamenti è avvenuta nel contesto di una bufera politica attorno all'esercito che ha costretto il ministro della Difesa Samuel Schmid a dimettersi dal suo ufficio. Sebbene le motivazioni avanzate siano state quelle del cattivo stato di salute, non è mancato chi, forse a ragione, ha letto nelle dimissioni di Schmid un accordo in codice tra maggioranza e opposizione per favorire l'approvazione di una prima tranche di spesa: 917 milioni di franchi svizzeri (circa 600 milioni di euro) di cui 404 destinati all'aggiornamento della flotta dei 33 FA-18 di cui è dotata la Confederazione. Già qualche settimana fa, infatti, Tobias Schnebli, membro del GSsE, scriveva su un domenicale della profonda crisi che attraversa l'esercito svizzero e dei riflessi sul panorama politico, che avrebbero portato, presumibilmente, alle dimissioni del capo del Dipartimento della Difesa Samuel Schmid.
Uno shopping ben ponderato. Il GSsE sta lottando e raccogliendo firme per fermare l'ultima decisione del governo. Nella finanziaria del dicembre scorso è stato varato un credito di 8 milioni di franchi (5,7mil. euro) per lo studio riguardante l'acquisto di una nuova flotta di jet da combattimento con facoltà di attacco al suolo (per bombardare poi chi?), da scegliersi tra i modelli Gripen (Saab), Eurofighters (Eads) e Rafale (Dassault). La spesa prevista, ma non ancora approvata, si aggira intorno ai tre miliardi di franchi, circa due miliardi di euro. Si tratta inoltre del solo prezzo di acquisto, senza tenere conto di manutenzioni e aggiornamenti che inevitabilmente raddoppieranno (se non triplicheranno) i costi iniziali. Dato che sulle spese di bilancio non è possibile fare ricorso al referendum popolare, il GSsE punta, invece, all'introduzione di una norma costituzionale, un articolo transitorio che blocchi l'acquisto di nuovi velivoli militari fino al 2020. Una moratoria decennale. Secondo Tobia Schnebli, non sarà difficile raggiungere quota 100mila firme, il numero necessario affinché il popolo svizzero sia chiamato a pronunciarsi sulla proposta. Non è un obiettivo impossibile da raggiungere, ma sicuramente molto difficile. Proprio in questi giorni, infatti, l'esercito sta testando i tre jet, per poi procedere alla commessa, entro il 2010, di 20 - 30 nuovi aerei da combattimento che dovranno sostituire i vecchi F-5 Tiger.
Difesa autarchica? Entro la fine del prossimo anno gli svizzeri saranno chiamati a pronunciarsi su un'altra iniziativa portata avanti dal gruppo antimilitarista: la Svizzera esporta, ogni anno, armi per un valore di tre, quattrocento milioni di euro. Tra i suoi clienti Corea, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Pakistan e India e buona parte di quei paesi che partecipano alle cosiddette guerre contro il terrorismo in Iraq e Afghanistan. Si parla ovviamente di mercato regolare e non di mercato nero. Il Consiglio Federale ha già espresso il suo parere negativo sull'iniziativa che vorrebbe lo stop all'esportazione di materiale bellico in quanto teme che "un indebolimento delle industrie svizzere dell'armamento comporterebbe conseguenze fatali per la capacità di autodifesa della Svizzera in caso di guerra, oltre che provocare la perdita di circa 5mila posti di lavoro escludendo l'indotto". Ma ha ancora senso una posizione del genere da parte di un Paese neutrale, pacifico, disteso tra le braccia dell'Unione Europea?
Nicola Sessa