05/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Consumi in caduta libera e paura della crisi: la società italiana nel rapporto 2008

Consumi in caduta libera, lavoro a rischio. La speranza sono gli immigrati. Il rapporto annuale del Censis sullo stato sociale del nostro paese è segnato fortemente dalla crisi economica che in parte è già arrivata a seguito di quella finanziaria. Gli indicatori mostrano che siamo di fronte a "panico generalizzato". La paura è quella di perdere il lavoro e di non poter far fronte ai mutui sulla casa. Ma una speranza per uscire dal tunnel economico c'è, ed è la possibilità di disporre di una grandre risorsa: gli immigrati.

Ben il 71,7 percento degli italiani pensa che il terremoto dei mercati finanziari potrà avere ripercussioni dirette sulla propria vita, e solo il 28,3 percento dichiara che ne uscirà indenne. Ciò che preoccupa di più tra i possibili effetti dell'erosione del credito è il rischio di dover rinunciare in futuro al tenore di vita raggiunto. Quasi il 12 percento delle famiglie italiane (circa 2,9 milioni) possiede azioni e/o quote fondi obbligazionari. L'8,2 percento (circa 2 milioni) ha un mutuo per l'abitazione, 193 mila di queste hanno molta difficoltà a pagare le rate; il 12,8 percento (circa 3,1 milioni) usufruisce del credito al consumo. Tutte situazioni che risentono in modo diretto della volatilità dei mercati. Risparmio e tagli dei consumi sono visti quindi come l'unica via d'uscita. La propensione alla cautela, investendo per esempio in titoli di Stato, dai rendimenti più sicuri anche molto più contenuti, si sta dimostrando una polizza contro l'erosione delle risorse familiari.

L'aciclicità del nostro sistema economico ci difende dal grande crack. In Italia quasi il 21 percento del valore aggiunto prodotto deriva dal settore manifatturiero, più del Regno Unito (16,6 percento) e della Francia (14,1 percento). Il 27,6 percento proviene dal sistema finanziario (banche, assicurazioni e altri soggetti di intermediazione), meno che nel Regno Unito (33,8 percento), in Francia (33,3 percento) e Germania (29,2 percento).

Uno dei tratti principali della "seconda metamorfosi" italiana è costituito dalla presenza numerosa e attiva di nuovi cittadini che, pur nella diversità di provenienze, culture e linguaggi, hanno assunto ruoli, comportamenti e percorsi di vita non dissimili da quelli degli italiani. Solo vent'anni fa gli stranieri residenti erano appena lo 0,8 percento della popolazione, nel 1998 erano 1 milione di persone, mentre oggi sono ben 3,4 milioni. Ci avviamo a raggiungere la soglia del 6 percento della popolazione complessiva, ma nel Centro-Nord siamo già oltre: a Milano, ad esempio, a più del 13 percento, a Torino e Firenze al 9 percento. Si affermano modalità di integrazione tipiche del nostro modello di sviluppo. La fecondità delle donne straniere (2,50 figli per donna) è doppia di quella delle italiane (1,26) e si attesta su valori simili a quelli dell'Italia del baby-boom. Il numero di alunni stranieri presenti nelle scuole cresce al ritmo di 60/70mila l'anno; appena dieci anni fa erano circa 60mila (lo 0,7% del totale), oggi sono più di 500mila (il 5,6 percento del totale, che sale al 6,8 percento nella scuola primaria). Nel 2007 le micro-imprese gestite da immigrati hanno raggiunto le 225.408 unità, con 37.531 imprese di extra-comunitari avviate nel corso dell'anno (più 8 percento rispetto all'anno prima).

Mezzogiorno: due territori, una nazione. Due Italie sempre più lontane, a causa delle marcate differenze fra Nord e Sud, compongono una nazione con deprimenti valori medi dei principali indicatori rispetto agli altri grandi Paesi europei. È questa la principale vulnerabilità del sistema che procede verso una silenziosa metamorfosi. L'Italia del Centro-Nord ha un Pil pro-capite (29.445 euro) più elevato di Regno Unito (29.140 euro), Germania (28.068 euro), Francia (27.593 euro) e Spagna (26.519 euro). La nazione Italia, invece, ha il valore più basso per lo scarso apporto meridionale, dove il Pil pro-capite scende a 17.046 euro.
Si conferma l'aumento degli impieghi atipici, che oggi si attestano all'11,9 percento dell'intera occupazione. Ma il lavoro a tempo indeterminato rimane la modalità contrattuale privilegiata come garanzia di lavoro (è l'opinione del 42,5 percento degli italiani) e quella che dà maggiore soddisfazione (al 66,1 percento degli italiani). Dal 2004 al 2007 le persone che non cercano lavoro perché temono di non trovarlo sono aumentate del 22,8 percento; coloro che non hanno un lavoro e che sono disponibili a lavorare sono diminuiti del 23,5 percento. Cresce cioè una sorta di scoraggiamento nei confronti della possibilità di occuparsi che coinvolge quasi 1 milione 400 mila persone.

Parole chiave: censis
Luogo: Italia