La Casa di reclusione di San Gimignano è a otto chilometri dal paese, in località Ranza, cioè in una vallata in mezzo alla campagna. E' raro poter avere una visione così d'insieme di un carcere, poter guardare da metà collina i vari edifici che lo compongono. Fanno impressione questi edifici in prefabbricato rosso, collegati uno all'altro e circondati dal muro di cinta di sette metri e mezza con i camminamenti di ronda sopra.
Il carcere è stato aperto nel 1992, qui le strutture non sembrano ancora del tutto cadenti, diversamente da Sollicciano, ma l'umidità nelle celle è un punto sul quale diversi detenuti richiameranno la nostra attenzione. Già a guardarlo dall'esterno comunque è chiara una cosa: la modernità delle strutture, più che a migliorare le condizioni detentive, mira alla sicurezza dell'istituzione, a facilitare il controllo sui detenuti. E si capisce anche un'altra cosa: un carcere così isolato dai centri urbani è un disastro raggiungerlo, tanto per i parenti dei detenuti in visita quanto per il personale che ci lavora. Ore 10, si apre il cancello elettrico comandato dall'interno del posto di guardia all'ingresso. Entriamo: due consiglieri regionali (Sgherri del Prc e Marini del PdCI), Fiorino Iantorno (giovane e bravo consigliere comunale del Prc a Siena) io di Liberarsi. Piove a dirotto, sotto un ombrello facciamo i duecento metri che ci dividono dall'ingresso dell'edificio carcerario vero e proprio. Ci viene incontro il comandante, un uomo sulla quarantina, impettito nella sua divisa blu ma timido, molto ossequioso. Ci accompagna verso l'ufficio del direttore, arredato con poltrone, tavolino, scrivania, libreria, piante. Il direttore è anche lui sulla quarantina, un giovane funzionario dell'Amministrazione penitenziaria, di quelli che concepiscono il loro ruolo come un affare più tecnico che politico. Devono gestire il carcere e lo fanno, con una relativa sensibilità umana verso i casi dei singoli detenuti e una scarsa attenzione alle dinamiche politiche più generali, che pure determinano le loro stesse possibilità di intervento (numero dei detenuti, tagli ai finanziamenti, carenza di personale, ecc.). Ci intrattiene, e poi ci offrirà il caffè allo spaccio interno degli agenti. Nel frattempo ci ha raggiunto anche Giuliano Capecchi. Diversamente da Sollicciano, qui l'hanno fatto entrare, ma la sua presenza irrigidisce il direttore, viste le segnalazioni che evidentemente l'Amministrazione penitenziaria ha mandato su di lui. Ed ecco quindi la novità del giorno: il direttore dice che agli accompagnatori non è permesso parlare con i detenuti. Solo i consiglieri regionali possono. Dice che sta scritto nell'ordinamento penitenziario, ma credo lo sappia benissimo anche lui che non è vero.
Quando entriamo nella sezione di "alta sorveglianza" (AS) si crea quindi questa situazione paradossale: la nostra delegazione passa davanti alle celle, i consiglieri regionali parlano con gli ergastolani e gli altri detenuti, noi siamo costretti a stare zitti. Beh insomma, proprio zitti no. Quando i consiglieri ci presentano, quando parlano di "Liberarsi" o quando, soprattutto, nominano Giuliano, i detenuti hanno un moto di felicità, si rivolgono a Giuliano, a me, ci sorridono, ci fanno domande su come sta andando lo sciopero. Noi non possiamo rispondere, o meglio, non possiamo interloquire con loro. Ci tocca far finta di riferire ai consiglieri regionali cose che poi loro dovrebbero ripetere ai detenuti che in realtà sono lì a mezzo metro da noi e loro. Una cosa ridicola, tanto che il direttore stesso a un certo punto fa uno "strappo" alla regola e mi permette di rispondere a un ergastolano che ha chiesto notizie sulla consegna dei ricorsi alla Corte Europea di Strarburgo. Nella sezione di AS restiamo per oltre un'ora. Noi siamo nel corridoio della sezione, da una parte e dall'altra ci sono le celle, chiuse da pesanti blindati (in carcere li chiamano "blindi") di metallo di colore verde scuro. Le porte delle celle restano sempre chiuse durante la nostra visita, cosicchè parliamo con gli ergastolani attraverso la parte centrale dei blindi, quella che si apre e mostra le sbarre. Da lì vediamo anche, alle spalle dei detenuti, l'interno delle celle: sono spazi di una decina di metri quadrati, con dentro un letto singolo o a castello, un tavolino, un angolo col bagno e poster ai muri: qui santi e madonne, lì calendari di attrici e donne nude. Delle volte, naturalmente, madonne e veline sono affiancate. In totale in questa sezione ci sono 50 celle e 78 detenuti: in alcune celle quindi sono in due a scontare pene mediamente molto lunghe, di oltre dieci, quindici anni quando non, appunto, l'ergastolo. In una casa penale la situazione è spesso questa. E qui in totale ci sono oltre duecento detenuti, con un aumento di oltre sessanta nell'ultimo mese - ci spiega il comandante: è l'effetto dei cosiddetti "sfollamenti", ossia dei trasferimenti di detenuti dagli altri istituti penitenziari, specie quelli più sovraffollati. I volti e le storie delle persone che abbiamo incontrato dietro i blindi di metallo verde scuro li ho stampati nella mente. Sono volti in alcuni casi duri e rassegnati, in altri incredibilmente sorridenti, direi felici addirittura. Come quello di un ragazzo siciliano bassino che a stento riesce a far emergere il viso nella parte aperta del blindato: è combattivo, lucido, simpatico, nonostante abbia passato in carcere venti anni, metà esatta della sua vita. In questo carcere ci vive da cinque anni, in questa cella in fondo alla sezione. "In cinque mesi, a diciannove anni, mi sono rovinato la vita - ci dice - Questa è una cosa che non cambierà mai. Ma è possibile che debba restare qui dentro per tutta la vita, così, senza speranza?". Noi accompagnatori non possiamo rispondere, e forse in questo caso è una fortuna.
Nella mia mente, le persone che sono qui sono divisi in due gruppi: quelli ora quarantenni entrati a venti anni e quelli settantenni che hanno già fatto una trentina di anni di carcere. Non saprei dire, in verità, quale delle due situazioni sia la peggiore. E in fondo poi questa distinzione sfuma quando penso alle singole persone che abbiamo incontrato: al settantenne sardo che sul muro della cella ha una bandiera con Che Guevara e al napoletano di fronte a lui, della stessa età, che si rivolge "deferente" al Direttore e "alle Autorità Vostre qui presenti" (cioè la nostra delegazione). Poi c'è quel signore con gli occhialoni che chiede notizie sullo sciopero e discute sulla possibilità che la Corte Europea intervenga effettivamente sul governo italiano rispetto all'ergastolo. E c'è quel ragazzo che si lamenta perchè la DIA (Direzione Investigativa Antimafia), nonostante il parere favorevole del magistrato di sorveglianza, dopo due anni non si decide a "declassificarlo", ossia a toglierlo dal livello di "alta sorveglianza" e metterlo nelle sezioni penali ordinarie. Sembra solo questione di nomi, ma vuol dire in realtà avere o meno una minima speranza di cominciare ad andare in permesso, fosse pure tra qualche anno. Sono in undici a fare ancora lo sciopero oggi, ergastolani e non. Il primo giorno di sciopero erano di più. Ma è un fatto puramente ascrivibile alla resistenza fisica, specie nei casi dei più anziani. I motivi della protesta sono chiari a tutti, e del resto, mi viene da dire che sono scritti nei blindati e nei muri, nel rumore dei cancelli elettrici che si chiudono e negli occhi di chi sta qui da molto, troppo tempo. Per tutto questo, la solidarietà con gli ergastolani è completa anche tra i non ergastolani, che facciano o meno lo sciopero. Dovendo ancora andare a Volterra, decidiamo di lasciare la sezione. Non è facile però tagliare la parola a chi ti sta raccontando la sua vita. Usciamo comunque dalla sezione, ci avviamo verso l'uscita. Recuperiamo i nostri cellulari dal tavolino di legno nell'ufficio del direttore, salutiamo il comandante. Stringe la mano a noi accompagnatori e ai consiglieri regionali dice: "A disposizione". Il direttore invece esce con noi: è anche il vicedirettore della Casa di reclusione di Volterra e oggi la direttrice è assente: sarà il nostro accompagnatore anche lì.
a cura di Christian De Vito