Ore 12.50. Fiorino parcheggia la macchina appena fuori dall'ingresso della fortezza medicea di Volterra: il carcere è lì dentro. Le mura di cinta sono le mura della fortezza, larghe enormi. Mi fa impressione trovarmi qui: questo è il Maschio di Volterra dove sono stati rinchiusi gli anarchici della fine dell'Ottocento; questo è il carcere duro dove venivano mandati per punizione i detenuti in lotta alla fine degli anni Sessanta e fino all'istituzione delle carceri di massima sicurezza nel 1977.
Ora quello di Volterra è un carcere tutto sommato tranquillo. Molti detenuti che hanno da scontare lunghe pene cercano anzi di farsi trasferire qui, piuttosto che restare nell'inferno di un Sollicciano o di un altro grosso carcere metropolitano. Qui ci sono, in linea di massima, le celle singole; qui c'è lavoro per molti detenuti. E a parte le solite occupazioni legate alle esigenze del carcere stesso ("scopino", "spesino", ecc.), c'è lo "slow food" diventato noto per le "cene galeotte" che una volta ogni paio di mesi organizza dentro il carcere. Altri detenuti sono impegnati nella Compagnia della Fortezza, che non solo è senza dubbio il gruppo teatrale attivo in carcere più importante d'Italia, ma è un gruppo teatrale di attori professionisti, che da oltre venti anni mette in scena spettacoli di eccezionale qualità. Il suo animatore - e ultimamente anche uno dei suoi attori - è Armando Punzo: lo abbiamo incontrato camminando per le sezioni, è un uomo interessante, ha capito chi eravamo (con lui potevamo parlare!) e ci ha espresso la sua solidarietà più incondizionata. Poco dopo siamo andati anche nella stanza dove i detenuti fanno ogni giorno per diverse ore le prove per gli spettacoli: uno spazio grande come due celle unite, stretto e relativamente lungo, con un palco largo non più di quattro metri. Oltre i corridoi della zona del teatro, con i muri coperti dai poster dei vari spettacoli, visitiamo la zona della scuola. Qui ci sono corsi dalle elementari alle superiori (ragioneria). Le aule sono delle celle, piccole e strette. Due detenuti qui, tre lì, ora aspettano l'arrivo degli insegnanti seduti in fondo all'aula.
Entriamo in un'aula e i consiglieri spiegano il motivo della visita. Un ragazzo con occhiali alla moda prende la parola con tono serio e dichiara la sua assoluta solidarietà di principio con lo sciopero. Lui però lo sciopero non lo fa, perchè avrebbe voluto una forma di sciopero più dura, più radicale. Voleva lo sciopero della fame a oltranza, come lo scorso anno, mentre qui dei quaranta detenuti ancora in sciopero oggi, la stragrande maggioranza "si limita" in realtà a rifiutare il vitto (immangiabile) passato dall'Amministrazione penitenziaria. Di quest'uomo che ora ci parla, il comandante ci spiegherà in seguito che è un ergastolano, condannato per aver ucciso i genitori: un caso noto, pare, di cui ha trattato anche una trasmissione televisiva. Ma la cosa per ora non riesce a sconvolgermi fino in fondo. E' la lucidità che mi colpisce di questo ragazzo: riesce a spiegarci l'inspiegabile, riesce a farci entrare nelle sensazioni di un uomo condannato alla pena a vita, senza speranza, senza prospettive di uscita. Prima della scuola, siamo già stati nella sezione "penale", dove è la maggioranza degli ergastolani. Il percorso per arrivare in sezione qui non è lineare come a San Gimignano o a Sollicciano. Questa è pur sempre una vecchia fortezza. Niente corridoi larghi e lunghissimi, molte scale, molti cancelli elettrici a spezzare il cammino, a segnare il continuo cambio di piano. La stessa sezione è molto diversa da quelle delle carceri di costruzione più recente. Qui c'è ancora la sezione con il ballatoio. Attraverso una griglia di metallo si vedono quindi le celle in fila lungo il ballatoio, al piano di sopra. Noi camminiamo invece nella sezione del piano di sotto, con le celle disposte a distanza di circa tre metri l'una dall'altra, tutte lungo lo stesso lato. Sono spazi molto piccoli, perfino più piccoli di quelli di San Gimignano. I blindati e le sbarre però qui sono aperti e i detenuti, quando siamo lì, sono nel corridoio, riuniti a chiacchierare a gruppetti.
Si chiedono chi siamo. Un signore sulla cinquantina riconosce Monica Sgherri, l'anno scorso attraverso il gruppo del PRC è stato alla Fiera dell'artigianato a Firenze a tenere uno stand con prodotti fatti in carcere. Il ghiaccio è rotto, scambiamo con lui qualche battuta, gli altri ci vengono incontro. Il clima è disteso, i consiglieri ci presentano, alcuni di loro ricordano il nome di Giuliano, chiedono come sta la sua asina (Stella), se la porta sempre in giro per le colline del Chianti attorno a casa sua. Di lettere se ne devono essere scambiate molte, e Giuliano non è il tipo da chiedere informazioni senza darne sulla propria vita, senza cercare di creare un rapporto effettivo, non strumentale. Qui poi non può rispondere alle domande dei detenuti, ma basta il suo sorriso perchè si intendano. Dalla scala che porta alla scuola arriva un ragazzo alto. Un immigrato, anche lui un ergastolano. Riconosce Giuliano, lo saluta affettuosamente. Poi commenta lo sciopero e compara il silenzio dei politici italiani di oggi con il coraggio di Badinter, il Ministro della Giustizia che una trentina di anni fa sancì l'abolizione della pena di morte in Francia. Con i detenuti - ergastolani e non - i consiglieri parlano dello sciopero, delle sue prospettive, delle condizioni di detenzione viste nelle altre carceri e qui a Volterra. I detenuti non hanno particolari lamentele sul carcere, specie perchè qui c'è la possibilità di lavorare. Gli ergastolani sottolineano ancora una volta la questione dell'effettività dell'ergastolo in Italia: "fine pena mai" per molti di loro vuol dire davvero non uscire mai. Eppure qui non siamo in una sezione di massima sicurezza e non ci sono "declassificazioni" da fare. Ma quando si tratta di decidere sulla liberazione condizionale, i magistrati di sorveglianza ricevono da polizia e carabinieri delle città di origine le "informative" relative naturalmente a prima dell'ingresso in carcere, ossia a venti e anche trenta anni fa. Cosa volete che decidano su quella base? Da una cella esce un ragazzo giovane con gli occhi un po' persi. Sul dito porta con lui il suo pappagallino bianco e azzurro lo fa volare. Il pappagallo si va a poggiare sulla divisa del comandante, questi si irrigidisce e il ragazzo è costretto a rimetterlo in cella, nella gabbia. "E' qui con me da cinque anni - dice - Io sono dentro da venti". Alle 14, recuperati i documenti d'identità, usciamo dalla Fortezza.
a cura di Christian De Vito