30/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La pirateria marittima continua a colpire in tutto il mondo, mietendo sempre più vittime

PetrolieraArrivano all’improvviso armati di coltelli e pistole, al largo come nei porti. Rapiscono, rubano, uccidono. In ogni mare del globo, dalle acque del Sud Est Asiatico a quelle del Golfo di Guinea e dei Carabi, i pirati fanno la loro comparsa, ma non hanno più l’aurea fascinosa delle storie di Salgari; al contrario, sono l’incubo di ogni nave mercantile e spesso il frutto di società povere e instabili.

A fine luglio diciassette navi da guerra provenienti da Indonesia, Malesia e Singapore si sono schierate nello Stretto di Malacca per pattugliare il crocevia dei traffici commerciali. Si tratta della più massiccia misura anti-pirateria adottata negli ultimi mesi. Da gennaio a oggi il numero di attacchi pirateschi è diminuito: l’ International Marittime Bureau (IMB), legato alla Camera internazionale di Commercio con sede a Parigi, ne ha contati solo 182 contro i 234 dello stesso periodo del 2003. Facendo riferimento al medesimo arco di tempo, però, sono cresciute le vittime per mano di abbordatori e dirottatori: almeno 30 (da 16 dell'anno scorso). Le zone più a rischio restano quelle asiatiche e africane: oltre un quarto degli attacchi, ben 50, sono avvenuti in acque indonesiane, 20 nello Stretto di Malacca, 13 in Nigeria, sette nello Stretto di Singapore.

Il 5 gennaio 2004 alcuni pirati attaccarono una nave indonesiana nello Stretto di Malacca, prendendo in ostaggio i 13 membri dell’equipaggio. Chiesero un riscatto e dopo un mese di negoziati, spararono a quattro prigionieri. Gli altri otto si salvarono buttandosi in mare. Tristi storie come questa vengono meticolosamente raccolte ogni sei mesi dall’IMB, anche se sono moltissime le aggressioni che non sono denunciate all’organo internazionale.

In Nigeria, gli attacchi sono particolarmente cruenti. Nel documento dell’IMB si legge: “Qui gang criminali di pirati approfittano del vuoto legislativo. Sanno che le autorità sono sotto pressione e incapaci di rispondere in modo adeguato agli attacchi in mare”.

Nel corso del 2004 , presso la città nigeriana di Warri, i pirati aprirono il fuoco contro un battello che stava portando alcuni civili a un mercato. Almeno dieci persone persero la vita. Nello Stretto di Malacca sono stati denunciati almeno quattordici sequestri: collegando l’Oceano Indiano con il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto, lungo 600 chilometri, è attraversato da oltre 50mila navi l’anno. La maggior parte trasportano petrolio, addirittura un terzo di quello che viaggia per i mari del pianeta.

Nelle acque indonesiane i pirati sono sospettati di avere legami con i guerriglieri separatisti del Movimento per la Liberazione dell’Aceh, appendice indonesiana dilaniata da quasi quaranta anni di guerra civile. Di sicuro ricattano i pescatori, chiedendo danaro in cambio del permesso di pescare e consegnando una lettera firmata di solito dal Fronte Nazionale di Liberazione dell’Aceh e di Sumatra. E’ proprio in queste zone, costellate di poveri villaggi, che il mito dei pirati sopravvive: le autorità costiere sono spesso complici dei criminali del mare e si spartiscono con loro il bottino. Così qualche beneficio arriva anche agli abitanti indigenti che innalzano i pirati a veri e propri eroi.

“Dietro alla pirateria - spiega il Capitano Arian Abhyankar dell’IMB - ci sono crimini sociali, persecuzioni etniche e religiose, instabilità economiche e politiche”. Memorabile è l’aggressione di una nave nel 2000 da parte di esuli in fuga dai combattimenti tra musulmani e cristiani nelle isole Molucche. “I pirati – continua il Capitano - sono spesso legati a gruppi guerriglieri o paramilitari. Alcune zone sono particolarmente rischiose, come l’Indonesia e Malacca. In Nigeria la pirateria è davvero brutale. I governi iniziano a muoversi contro il fenomeno, ogni sei mesi si tiene una riunione nella sede londinese dell’IMB per fare il punto della situazione e discutere le misure di protezione. Le tecnologie sono importanti: oggi le navi vengono circondate da un filo spinato elettrico, invisibile. L’International Marittime Organization (IMO) si occupa di tenere aggiornate le compagnie navali. E a luglio è stata adottata una nuova Convenzione sulla Legge del Mare”.

Secondo il Capitano si può dunque ben sperare, anche se da qualche anno si stanno aprendo nuovi inquietanti scenari: dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, per esempio, gli Stati Uniti hanno espresso la preoccupazione che i terroristi possano reclutare i pirati e usare il trafficato Stretto di Malacca per lanciare i loro attacchi.

Francesca Lancini 
Categoria: Guerra, Pace