Arrivano all’improvviso armati di coltelli e pistole, al largo come nei
porti. Rapiscono, rubano, uccidono. In ogni mare del globo, dalle acque
del Sud Est Asiatico a quelle del Golfo di Guinea e dei Carabi, i
pirati fanno la loro comparsa, ma non hanno più l’aurea fascinosa delle
storie di Salgari; al contrario, sono l’incubo di ogni nave mercantile
e spesso il frutto di società povere e instabili.
A fine luglio diciassette navi da guerra provenienti da Indonesia,
Malesia e Singapore si sono schierate nello Stretto di Malacca per
pattugliare il crocevia dei traffici commerciali. Si tratta della più
massiccia misura anti-pirateria adottata negli ultimi mesi. Da gennaio
a oggi il numero di attacchi pirateschi è diminuito: l’ International
Marittime Bureau (IMB), legato alla Camera internazionale di Commercio
con sede a Parigi, ne ha contati solo 182 contro i 234 dello stesso
periodo del 2003. Facendo riferimento al medesimo arco di tempo, però,
sono cresciute le vittime per mano di abbordatori e dirottatori: almeno
30 (da 16 dell'anno scorso). Le zone più a rischio restano quelle
asiatiche e africane: oltre un quarto degli attacchi, ben 50, sono
avvenuti in acque indonesiane, 20 nello Stretto di Malacca, 13 in
Nigeria, sette nello Stretto di Singapore.
Il 5 gennaio 2004 alcuni pirati attaccarono una nave indonesiana nello
Stretto di Malacca, prendendo in ostaggio i 13 membri dell’equipaggio.
Chiesero un riscatto e dopo un mese di negoziati, spararono a quattro
prigionieri. Gli altri otto si salvarono buttandosi in mare. Tristi
storie come questa vengono meticolosamente raccolte ogni sei mesi
dall’IMB, anche se sono moltissime le aggressioni che non sono
denunciate all’organo internazionale.
In Nigeria, gli attacchi sono particolarmente cruenti. Nel documento
dell’IMB si legge: “Qui gang criminali di pirati approfittano del vuoto
legislativo. Sanno che le autorità sono sotto pressione e incapaci di
rispondere in modo adeguato agli attacchi in mare”.
Nel corso del 2004 , presso la città nigeriana di Warri, i pirati
aprirono il fuoco contro un battello che stava portando alcuni civili a
un mercato. Almeno dieci persone persero la vita. Nello Stretto di
Malacca sono stati denunciati almeno quattordici sequestri: collegando
l’Oceano Indiano con il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto, lungo 600
chilometri, è attraversato da oltre 50mila navi l’anno. La maggior
parte trasportano petrolio, addirittura un terzo di quello che viaggia
per i mari del pianeta.
Nelle acque indonesiane i pirati sono sospettati di avere legami con i
guerriglieri separatisti del Movimento per la Liberazione dell’Aceh,
appendice indonesiana dilaniata da quasi quaranta anni di guerra
civile. Di sicuro ricattano i pescatori, chiedendo danaro in cambio del
permesso di pescare e consegnando una lettera firmata di
solito dal Fronte Nazionale di Liberazione dell’Aceh e di
Sumatra. E’ proprio in queste zone, costellate di poveri villaggi, che
il mito dei pirati sopravvive: le autorità costiere sono spesso
complici dei criminali del mare e si spartiscono con loro il bottino.
Così qualche beneficio arriva anche agli abitanti indigenti che
innalzano i pirati a veri e propri eroi.
“Dietro alla pirateria - spiega il Capitano Arian Abhyankar dell’IMB -
ci sono crimini sociali, persecuzioni etniche e religiose, instabilità
economiche e politiche”. Memorabile è l’aggressione di una nave nel
2000 da parte di esuli in fuga dai combattimenti tra musulmani e
cristiani nelle isole Molucche. “I pirati – continua il Capitano - sono
spesso legati a gruppi guerriglieri o paramilitari. Alcune zone sono
particolarmente rischiose, come l’Indonesia e Malacca. In Nigeria la
pirateria è davvero brutale. I governi iniziano a muoversi contro il
fenomeno, ogni sei mesi si tiene una riunione nella sede londinese
dell’IMB per fare il punto della situazione e discutere le misure di
protezione. Le tecnologie sono importanti: oggi le navi vengono
circondate da un filo spinato elettrico, invisibile. L’International
Marittime Organization (IMO) si occupa di tenere aggiornate le
compagnie navali. E a luglio è stata adottata una nuova Convenzione
sulla Legge del Mare”.
Secondo il Capitano si può dunque ben sperare, anche se da qualche anno
si stanno aprendo nuovi inquietanti scenari: dopo gli attentati dell’11
settembre 2001, per esempio, gli Stati Uniti hanno espresso la
preoccupazione che i terroristi possano reclutare i pirati e usare il
trafficato Stretto di Malacca per lanciare i loro attacchi.