'Il cavallo morto'. La Bosnia Erzegovina è sempre stato un punto interrogativo. Dopo solo tredici anni, la foto della Conferenza di Pace sull'ex Jugoslavia per la firma degli Accordi di Dayton scattata a Parigi sembra appartenere a tempi lontanissimi. L'élite della comunità internazionale che sovrastava paternamente i tre protagonisti di una guerra durata tre anni e mezzo - Milosevic, Tudjman, Izetbegovic - sembra aver spento i riflettori su quel territorio che è sempre in ebollizione. Miroslav Lajcak, l'Alto Rappresentante per la BiH, ha lasciato la sua posizione per ritornare in Slovacchia come ministro degli Esteri. La sua uscita di scena è stata accompagnata da una eclatante metafora: "Le istituzioni internazionali in Bosnia - ha detto Lajcak, noto per le sue dichiarazioni sempre diplomatiche e concise - sono come un 'cavallo morto'. E io non intendo continuare a fare il fantino di questo cavallo". Lo scorso ottobre Richard Holbrooke, negoziatore e artefice principale degli Accordi di Dayton, aveva lanciato un allarme, in un articolo sul quotidiano inglese The Guardian, denunciando la "distrazione della comunità internazionale" rispetto a quella che lui ha definito una nuova crisi della Bosnia.
I protagonisti della crisi sono, oltre al grande assente Occidente, Milorad Dodik - premier della Repubblica Srpska - e Haris Silajdzic - membro bosgnacco (bosniaco musulmano) della presidenza a turno della Federazione. Se da un lato Dodik aspetta sornione, tenendo in tasca pronto il paradigma kosovaro, il momento opportuno per sganciarsi dalla Bosnia, dall'altro Silajdzic spinge con insistenza per una revisione di Dayton e l'abolizione delle due entità bosniache. Questa pericolosa miscela tra i due elementi sta riportando in vita paura e sospetti che erano all'origine della guerra del '92 e sta alimentando gli ingombranti nazionalismi di croati e bosgnacchi.
Il generale Fabio Mini, che ha il polso dei Balcani sotto controllo, ha analizzato per PeaceReporter la situazione: "Holbrooke ha ragione a preoccuparsi perché lui è l'artefice di questo mostro giuridico internazionale. Ma i suoi allarmismi sono tardivi perché la situazione era già chiara dal giorno dopo Dayton. Solo lui sembrava non essersene accorto tanto che sta cercando di suggerire l'attuazione del modello Dayton ad altre realtà: ha cominciato a pensare alla spartizione del Kosovo, alla cantonizzazione. Tutte formule, alchimie politiche, che nei Balcani rischiano di trasformarsi in crimini sociali. Qui non si tratta di dividere delle entità ben individuate e separabili; si tratta di dividere delle popolazioni che sono interconnesse da sempre. Bisognerebbe disegnare una cartina a macchia di leopardo? Questo non si può fare.
C'è un'esigenza fondamentale che è quella di tenere insieme la gente. Ma è sbagliato pensare a uno stato nazione: bisogna fare riferimento a una struttura statale, uno state building fondato sul concetto di stato come primo servitore della comunità e non a uno stato nazionale basato su divisioni fra varie etnie in modo che un'etnia sia dominante sulle altre. Ma questo concetto non è passato ed è lontano dalla testa di Holbrooke e di tutti quelli che si sono avvicendati nella Rappresentanze Internazionali in Bosnia, in Kosovo e altrove. E questo è l'errore che si sta commettendo adesso anche a Pristina. Io ho denunciato più volte il vizio maledetto dei rappresentanti speciali di atteggiarsi a Capi di Stato invece di indossare le vesti di servitori della comunità. A mio avviso, Holbrooke ha lanciato l'allarme perché teme lo scorno della rottura del suo giocattolo. Un giocattolo che però non ha mai funzionato perché privo di pile".
Nicola Sessa