La Bosnia Erzegovina si trova in Europa sud orientale e confina a nord, ovest e sud con la Croazia e a est con la Serbia-Montenegro. Ha uno sbocco sul mare Adriatico. Il territorio è costituito dalle regioni della Bosnia a nord e dell’Erzegovina a sud ed è prevalentemente montuoso (Alpi Dinariche) con cime superiori ai 2000 metri. A sud il rilievo è costituito da un altopiano carsico.
Fino al 1992 la regione è parte della Repubblica federativa socialista jugoslava (FRY). Nel 1992 dichiara l’indipendenza. Scoppia immediatamente una sanguinosa guerra civile fra le diverse nazionalità: croata, bosniaco-musulmana e serba, che termina con l’intervento delle forze dell’Onu e della Nato e con la firma dell’accordo di Dayton nel ’95. Prima della guerra croati, serbi e musulmani erano distribuiti uniformemente sul territorio, ma per effetto delle operazioni di “pulizia etnica” si sono avuti più di 300 mila morti e quasi due milioni di profughi rifugiati in Croazia, in Serbia-Montenegro e in molti paesi stranieri. L’accordo di Dayton sancisce l’integrità e la sovranità della Repubblica, che rimane divisa in due entità, ciascuna dotata di un proprio parlamento e governo: la Federazione croato musulmana (FCM, 51% del territorio) e la Repubblica serba (RS, 49%). Inoltre dal 1998 la città di Brcko, nel nord est del paese, è stata dichiarata distretto autonomo e ha un supervisore internazionale. La Presidenza centrale della repubblica è composta da 3 membri eletti per due anni in rappresentanza delle tre etnie (un musulmano, un serbo e un croato), ognuno dei quali presiede a rotazione. L’applicazione della parte militare dell’accordo del ’95 è stata affidata alla Nato, attualmente presente con 12 mila uomini della forza di stabilizzazione (Sfor): la Sfor controlla gli eserciti delle due entità. L’applicazione della parte civile-politica dell’accordo è coordinata da un Alto rappresentante per gli affari civili. Egli può destituire e interdire i funzionari pubblici che ostacolano l’accordo di pace e negli ultimi anni ha acquisito sempre più poteri fino ad assumere anche quelli legislativi. Nella corte costituzionale siedono tre giudici della Corte europea per i diritti umani, oltre a 4 della Federazione e 2 della Rs. La ristrutturazione e la supervisione delle forze di polizia delle due entità è affidata dal 1 gennaio 2003, dopo la scadenza del mandato dell’Onu, alla missione di polizia europea (Eupm).
Di fatto, la Bosnia rimane un protettorato delle Nazioni Unite, con un rappresentante della comunità internazionale, attualmente l’irlandese Paddy Ashdown, che negli anni ha ottenuto poteri da governatore. Dopo due anni di governo di “Alleanza per il cambiamento”, una coalizione di partiti moderati e multietnici, alle politiche del 5 ottobre 2002 sono tornati al potere i partiti nazionalisti tradizionali: il partito democratico serbo (Sds, serbo-bosniaco) fondato dal super ricercato per crimini contro l’umanità Radovan Karadzic, la comunità democratica croata (Hdz, croato-bosniaco) dell’ex presidente croato Franjo Tudjman e il partito d’azione democratica (Sda) dell’ex capo di Stato bosniaco Alija Izetbegovic. A seguito delle elezioni, il 13 gennaio 2003 è stato formato il nuovo governo centrale che è sostenuto da una coalizione che include partiti nazionalisti, radicali e moderati: il musulmano Partito d'Azione Democratica (Sda) con l'appoggio del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH), il Partito Democratico Serbo (Sds) con l'appoggio del Partito per il Progresso Democratico (Pdp), e la Comunità Democratica Croata (Hdz). La strada seguita dal governo è quella delle riforme per rafforzare le istituzioni dello stato e l’integrazione del paese, compreso il rientro di poco meno di un milione di profughi di cui quasi la metà sono tornati in aree dove la loro etnia è minoritaria. L’amministrazione della struttura statale si rivela tuttavia dispendiosa e complicata, in quanto comporta la gestione di due entità, cinque presidenti, tre parlamenti, tre governi, due eserciti, due alfabeti, tre religioni e una legione di ministri e sottosegretari.
Il territorio della Bosnia-Erzegovina è abitato da tre popoli: musulmani, serbi e croati. L'equivoco su cui sembra basarsi l'intera società, confermato anche dalla politica del governatorato internazionale, è quello della "multiculturalità", ovvero la coesistenza pacifica ma parallela di culture diverse. La Costituzione prodotta dagli accordi di Dayton nel 1995 non riconosce i cittadini bosniaci, ma soltanto bosniaci musulmani, serbi e croati, con l'assunto implicito che le tre culture siano incompatibili. Il governo delle Nazioni Unite asseconda e favorisce questa separazione, rischiando di contribuire ad una definitiva disgregazione dello Stato in tre corpi sovrani distinti. Molti analisti hanno inoltre sottolineato come non esista in effetti una coscienza civile e politica unitaria, in una compagine statale che segue la formula "uno Stato, due enti, tre popoli".
Il paese, potenzialmente ricco ma devastato dalla guerra, si trova a dover affrontare il difficile passaggio da un’economia in larga misura dipendente dall’assistenza finanziaria internazionale ad una economia di mercato centrata su un sistema produttivo autosufficiente, in grado di attrarre i capitali stranieri. Alla fine del conflitto vennero stanziati dalla comunità internazionale 5,1 miliardi di dollari, di cui il 10% è stato destinato alla produzione, che arriva oggi appena al 28% di quello che usciva dalle fabbriche nel 1991. Uno degli obiettivi dell'attuale governo è di far raggiungere al paese entro il 2007 il 65-70% del benessere goduto prima della guerra e di ridurre il tasso della povertà al 40% della popolazione, attualmente tra il 50 ed il 60%. Il paese ha un buon potenziale economico: molti fiumi e laghi per produrre energia non ancora sfruttati, foreste che coprono il 53% del territorio, riserve di carbone per miliardi di tonnellate oltre a bauxite, piombo e zinco. Sta inoltre cominciando a fruttare la scelta di integrazione nell’economia europea e mondiale, e nel lungo periodo si prospetta l’entrata nell’Omc e l’adesione all’Unione europea. Gli investimenti stranieri diretti, dalla fine della guerra ad oggi, sono arrivati a 685 milioni di dollari, ma 247 di questi sono affluiti nel solo 2002, dopo che le autorità bosniache hanno avviato il programma di riforme economiche per l'introduzione dell'Iva a livello statale, l'unificazione del mercato interno e dei sistemi doganali, la razionalizzazione delle procedure amministrative.
Il sistema dei media risente ancora dell'impoverimento dovuto alla guerra. La mancanza di risorse economiche costituisce uno dei principali problemi: ci sono 200 emittenti per una popolazione di 3,7 milioni di abitanti, ma sono ancora la maggioranza i cittadini che non possono permettersi di comprare un quotidiano. La nota positiva è che la Bosnia-Erzegovina è il primo paese dell'Europa sud-orientale a possedere da tre anni un Consiglio della Stampa. Il compito di questo organo sarebbe tutelare i giornalisti e impedire le violazioni della legge della stampa, che tuttavia non è stata ancora ben codificata. Questione rilevante è infine la mancanza di fonti ufficiali: secondo le statistiche, solo il 30% delle domande rivolte a fonti governative ricevono una risposta.