Da fenomeno locale, che trae il suo potere dal rapporto con il territorio, la mafia è diventata sempre più anche un'entità transnazionale e globalizzata. Riuscire a raccontare la nuova mafia in tutta la sua complessità implica nuove competenze e una nuova formazione per il giornalista. Come raccontare il fenomeno mafioso in tutta la sua complessità è stato il tema del dibattito al quale hanno partecipato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il giornalista della Stampa, Francesco La Licata, la giornalista tedesca, Petra Reski, e il segretario dell'associazione stampa romana, Paolo Butturini, durante il Festival internazionale del giornalismo di Perugia.
"Un'organizzazione verticistica che rimane tale nel suo ambito territoriale non riesce a conquistare i mercati - ha spiegato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso - Cosa Nostra nel corso degli anni ‘80 aveva il controllo esclusivo del traffico degli stupefacenti. Importava dal sud est asiatico e raffinava a Palermo. Oggi invece occorre "fare rete", collegarsi ad altre associazioni criminali, muoversi su uno scenario transnazionale". Così capita, ad esempio, che gli uomini della ‘ndrangheta, l'organizzazione criminale che meglio ha saputo adattarsi a questo nuovo modello di sviluppo, controllino la produzione della cocaina in Sudamerica attraverso l'alleanza con i cartelli dei narcotrafficanti e i gruppi terroristici e paramilitari, che con il commercio della droga si autofinanziano. Occultano i proventi dello smercio nei paradisi fiscali e reinvestono in qualche economia emergente, comprando le armi in qualche paese in dissoluzione come la Transnistria, dove i gruppi terroristici e criminali di tutto il mondo si riforniscono negli arsenali della ex Unione Sovietica. Per raccontare questi nuovi scenari Francesco La Licata ha auspicato un ritorno del giornalismo investigativo, di un giornalismo cioè che non si limiti a replicare supinamente gli atti della magistratura, ma che sia in grado di ricostruire con strumenti propri il senso di una storia. Un lavoro che, come ha fatto notare Paolo Butturini, segretario dell'Associazione stampa romana, implica un ripensamento della formazione giornalistica, che dovrebbe basarsi su una serie di aggiornamenti continui.
Raccontare la mafia transnazionale significa anche scontrarsi con le diverse legislature e le diverse disposizioni sulla stampa. In Germania, dove non esiste il reato di associazione mafiosa e dove le cosche reinvestono buona parte dei loro beni, la giornalista Petra Reski si è vista censurare alcune parti del suo libro per aver indicato Antonio Pelle e Spartaco Pitanti, coinvolti nella strage di Duisburg, quali referenti delle ‘ndrine in Germania. Dopo aver presentato il suo libro nel distretto industriale della Ruhr, considerata la zona di espansione delle ‘ndrangheta, Petra ha dovuto affrontare due denunce e cinque processi per violazione della legge sulla privacy, che impedisce la pubblicazione dei nomi degli indagati. A un suo collega, che ha appena pubblicato un libro sulle attività di riciclaggio delle mafie in Germania, è stato persino impedito di ricorrere ad uno pseudonimo per raccontare le indagini in corso.
L'autocensura può essere, però, uno strumento repressivo ancora più potente, come quando nel 2000 - ha racontato Grasso - la stampa siciliana non ha coperto una processo che si è concluso con numerosi ergastoli e centinaia di anni di detenzione, per una guerra di mafia che aveva insanguinato il trapanese. "La mafia non fa notizia" è stata la spiegazione fornita dai direttori delle testate locali. Per questo - ha concluso Piero Grasso - il primo dovere del giornalista resta quello di continuare a denunciare e fare informazione.