Scritto per noi da Chiara Pracchi
"Vergogna, vergogna" gridavano il 13 novembre del 2008 i ragazzi presenti in aula alla lettura della sentenza per i fatti della Diaz, lo stesso grido che intonavano i manifestanti di Vicenza ai quali, il 6 settembre del 2008, veniva impedito di protestare per il raddoppiamento della base americana. Pochi mesi prima, da Napoli, il nuovo governo Berlusconi aveva presentato il suo programma: "Non saranno più accettate azioni di minoranze organizzate che calpesteranno la legalità ". Mentre sentiamo la voce del premier annunciare il nuovo corso, in sottofondo scorrono le immagini della repressione a Chiaiano e dei militari mandati a presidiare i nuovi "obiettivi di interesse strategico nazionale" all'interno delle nostre città. In queste tre sequenze che aprono il nuovo lavoro di Enrico Deaglio, Beppe Cremagnani e Mario Portanova, un libro e un dvd dal titolo Governare con la paura, è racchiuso già tutto il tema della loro inchiesta: e se la repressione del G8 di Genova fosse stata la prova generale di un sistema che doveva venire? Un modello da riesumare alla bisogna, dopo aver dimostrato che "si può fare"?
C'è un filo rosso che lega i fatti di Genova a quanto è accaduto nel corso dell'ultimo anno. A maggio del 2008 la polizia reprime la protesta dei cittadini di Chiaiano che si oppongono alla riapertura della discarica; ad agosto una prostituta nigeriana viene fotografata gettata a terra, sporca e seminuda, in una cella della polizia municipale di Parma. E sempre a Parma, viene arrestato e picchiato Emmanuel Bonsu, scambiato per uno spacciatore e liberato con un occhio pesto e una busta bianca con la scritta "Emmanuel negro". Il tutto non prima d'aver scattato una foto ricordo con il vigile di turno, come abbiamo imparato a vedere ad Abu Ghraib.
Il 6 settembre, quando l'attenzione dei media si è stancata delle proteste dei "No Dal Molin", la polizia ha caricato una manifestazione autorizzata all'ingresso dell'aeroporto: diversi feriti e cinque arresti sono il risultato dell'azione che il questore di Vicenza ha definito "necessaria". Da quel giorno il loro presidio è tenuto costantemente sotto osservazione dalla polizia, che registra i nomi dei partecipanti e prende i numeri delle targhe. Il 10 febbraio del 2009 i cittadini che protestano vengono denunciati per associazione a delinquere e costretti a tornare a casa a due a due, pena l'arresto per adunata sediziosa. In città la libertà di manifestare viene sospesa per una settimana.
A Roma, il 30 ottobre, un corteo degli studenti dell'Onda viene attaccato da un gruppo di giovani di estrema destra, armati di spranghe e bastoni, sotto gli occhi indifferenti della polizia, mentre sono ancora negli occhi di tutti le immagini dei ragazzi picchiati dalla polizia, a Bergamo, al termine di una manifestazione neonazista che ha potuto sfilare tranquillamente in città.
"Il G8 del 2001 ha rappresentato il salto di qualità - ha spiegato a PeaceReporter Beppe Cremagnani - La mano dura era già stata sperimentata in passato, contro gli operai a Napoli o contro le tifoserie calcistiche, ma a Genova c'è stata un'organizzazione perfetta. Sono stati dislocati 11 mila uomini, alcuni provenienti da reparti abituati a lavorare in un contesto di guerra, e sono state parzialmente liberate le carceri di Pavia, Voghera e Alessandria, per far posto a 5 mila persone. Ora, pensare di arrestare 5 mila persone su 100 mila manifestanti previsti, significa pensare ad una deportazione, non a degli arresti. Se questi poi avvengono in un regime di sospensione delle libertà costituzionali, come l'abolizione del colloquio con un avvocato e con i famigliari, si possono creare dei desaparacidos. Furono ordinate persino 200 body bags, i sacchi di plastica pesante usati per trasportare i cadaveri. Evidentemente si immaginavano un massacro, che solo per cause fortuite non è avvenuto. Quando è uscita la notizia sui giornali inglesi non ci volevo credere. Allora mi sono messo sulle tracce di quel documento e l'ho ritrovato dopo molta fatica: era stata la prefettura ad ordinare quell'acquisto, su disposizione diretta del ministero dell'Interno. Questo significa che tutta l'operazione andata in onda a Genova ha avuto un avvallo politico, anche perchè, non dimentichiamolo, Gianfranco Fini, all'epoca vicepresidente del Consiglio, trascorse tutta la giornata di sabato 21 luglio alla centrale di comando dei carabinieri a Forte San Giuliano".
"Del G8 di Genova è già stato detto ed è già stato scritto molto - è intervenuto Mario Portanova, curatore dell'ottima ricostruzione storica contenuta nel libro - ma ha senso tornare su quei fatti soprattutto perchè a 8 anni di distanza si sono conclusi tutti e tre i processi e sono uscite le motivazioni delle sentenze. Che dicono delle cose durissime, non solo nei processi Diaz e Bolzaneto, ma anche in quello per gli scontri di piazza, che pur condannando 24 dimostranti, arriva ad affermare che l'ordine, dato ai carabinieri di caricare i manifestanti in via Tolemaide, fu "non solo illegittimo, ma palesemente ingiustificato e sproporzionato alla situazione", mentre la reazione delle tute bianche fu, fino ad un certo punto, giusta e a difesa dei propri diritti costituzionali. Giudizi che sembrerebbero uscire dalla bocca di uno come Casarini e che, invece, vengono scritti da giudici dello Stato italiano. La stampa, però, non ha dato grande rielievo alle motivazioni delle sentenze, preferendo concentrarsi sulle numerose assoluzioni. In parte anche giustamente visto che la mancanza di condanne negli alti gradi suona, in un ambiente gerarchizzato come quello delle forze di polizia, come una sorta di via libera. Invece, non solo nessuno è stato rimosso dal proprio incarico, ma non ci si è neanche fermati a riflettere su chi sono queste persone a cui noi affidiamo un potere così grande, come vengono reclutate o come vengono addestrate. Forse pochi sanno che Masimo Pigozzi, l'agente che a Bolzaneto spaccò la mano ad un dimostrante divaricandogli il pollice e l'indice, è stato condannato per un giro di cocaina nelle caserme ed è accusato dello stupro di tre detenute. E di un provvedimento semplice come la targetta identificativa per gli agenti, non se ne vede traccia.
Ecco perchè tornare a parlare di Genova significa parlare dell'oggi e di cosa voglia dire governare con la paura.
Per mesi era stato creato un clima di allarme generale, con i giornali che fungevano da cassa di risonanza per ogni velina che veniva servita loro. Si diceva che i dimostranti avrebbero rapito degli agenti di polizia e li avrebbero usati come scudi umani, che avrebbero lanciato della frutta imbottita di lamette e delle sostanze chimiche. Tutti allarmi che vennero propagati acriticamente, come la storia dei palloncini pieni di sangue infetto. Sarebbe bastato, infatti, telefonare ad un medico o fare una ricerca su internet per scoprire che il virus dell'HIV non sopravvive a lungo sotto il sole del luglio genovese. Fino al documento ritrovato il 12 giugno davanti a palazzo Chigi. E' un dossier di 11 pagine, scritto con linguaggio e conoscenze tipiche dei servizi di sicurezza, che preannuncia esattamente quello che sarebbe accaduto: che in quel clima di terrore, un poliziotto, stanco e inesperto, rimasto isolato, avrebbe finito con il tirare fuori la pistola e sparare. Non serve pensare a chissà quali complotti, è bastato creare il clima adatto e lasciare si presentasse l'occasione".
"Tutto ciò - gli ha fatto eco Beppe Cremagnani - mi ricorda molto il libro che sto leggendo, Anatomìa de un istante, di Javier Cercas, in cui l'autore ricotruisce la storia del golpe fallito in Spagna nel 1981. Scrive Cercas che per mesi l'azione fu preceduta da una intensa campagna allarmistica, trasmessa anche all'interno delle caserme, al punto che quando le truppe irruppero nella Camera dei deputati, la notizia venne accolta passivamente dalla popolazione che non scese in strada.
E' quanto sta succedendo da noi, dove una serrata campagna stampa sui temi della sicurezza ha portato alla dislocazione dei soldati nelle nostre città, giusto perchè il nostro occhio ci si abitui".
"Abuse of power comes as no surprise" scrive l'artista concettuale Jenny Holzer, citata da Enrico Deaglio nella prefazione del libro, che sta a significare che gli abusi del potere si insinuano a poco a poco nella nostra vita. Sarebbe bene che venissero sanzionati, sostiene Deaglio, ma ancora più importante è esserne coscienti. Perchè una volta varcato il limite è difficile tornare indietro.