“In quegli stessi giorni”, scrive il coraggioso e testardo giornalista di Repubblica
Giovanni Maria Bellu che riesce a smascherare tutta la vicenda e ne parla nel
volume edito da Mondadori, I fantasmi di Portopalo, i quotidiani italiani dedicavano lunghi articoli alla scomparsa di un velista,
un solo velista, durante una regata. Era come se il Mediterraneo fosse diviso,
quello superiore e quello inferiore.
Siamo nel gennaio 1997. Un mese prima, alle tre del mattino del 26 dicembre 1996,
una grossa nave, la Yiohan, urta la nave piccola, la F-174, sulla quale stava caricando i migranti provenienti dall’Asia, al largo della
Sicilia.
Il comandante, il libanese Youssef El Hallal, non lancia l’SOS ma scappa verso
la Grecia, nel Peloponneso, impiegando tre giorni per giungere in porto. I pochi
superstiti, 29, vivi perché rimasti sulla nave grande, vengono arrestati dalla
polizia greca e raccontano la tragedia. Ma nessuno gli crede. Le autorità italiane
non trovano nessuna traccia,
"Un naufragio fantasma, magari inventato dai superstiti per impietosire e non
essere espulsi", scrive il giornalista, smentito qualche mese dopo dal ritrovamento
di un cadavere nei pressi di Siracusa.
Alla fine del febbraio del '97 la Yiohan ritorna nelle acque italiane per scaricare altra povera gente, e viene fermata
e sequestrata.
E’ Giuseppe D’Avanzo, un collega del giornale, ad avvisare Bellu “di una strana
storia” di cui si ha un testimone, Luciano di Cosmo, che a Roma gli mostra una
carta di identità. E’ il ritratto di un ragazzo dello Sri Lanka, Anpalagan Ganeshu,
un adolescente che voleva stabilirsi in Inghilterra, per studiare, lavorare e
diventare ingegnere informatico. Tutti i giovani tamil morti con lui venivano
dalla stessa zona ed erano i più preparati, i più colti, tutti di buona famiglia,
inviati dai genitori per un avvenire che al loro paese non avrebbero potuto avere.
“Ampalagan aveva tutte le qualità per riuscirci”, scrive Bellu , ”ma gli è stato
impedito senza alcuna spiegazione. Il mondo, quello grande, gli ha detto “Tu no”.
Una grande ingiustizia, e ognuno di noi ha il dovere di occuparsene…se no tanto
vale restare a guardare il mare credendo di essere dei poeti”.
La svolta arriva da Portopalo, un paese di pescatori vicino a Capopassero, in
Sicilia, verso il canale di Malta. Qui Luciano di Cosmo, che ci andava in vacanza,
gli presenta un pescatore, Salvo Lupo, un altro coraggioso che non accetta il
silenzio cinico dei suoi compaesani e che sei mesi prima pescando aveva trovato
col pesce fresco un paio di jeans con dentro alcune monete e un oggetto duro nelle
tasche, il documento con il volto di Anpalagan. E ne era rimasto sconvolto, pensando
alla famiglia del ragazzo in viaggio con un fratello, entrambi annegati. E aveva
rifiutato il silenzio reticente dei compaesani.
Con il suo aiuto Bellu arriva in paese, incontra personaggi pubblici e gente
da bar, qualcuno che finalmente conferma, anche se con molta diffidenza, la scoperta
terribile dei cadaveri dei naufraghi pescati assieme al pesce e ributtati in mare,
"per non perdere il lavoro e il guadagno e non avere storie con la legge".
Sono la testa dura e la voglia di giustizia dell’autore del libro a far sapere
e ad informare. E i racconti nei bar di Portopalo, tra un bicchiere e l’altro
di vino forte parlano di cadaveri interi, poi di resti umani mangiati dal mare
e dai pesci, gli stessi venduti e arrivati sulle mense e sui tavoli dei ristoranti.
E lo scherzo atroce di una testa portata prima in un bar e poi piantata su un
palo davanti a una macelleria col proprietario che chiude il negozio per sempre
pensando a una minaccia mafiosa e non ad uno scherzo delinquenziale.
Sono gli altri governi a muoversi, l’ambasciata pakistana e poi la comunità tamil
di Palermo e poi le ambasciate dell’India e dello Sri Lanka. E’ Dino Frisullo,
un altro giornalista coraggioso, che presiedeva un’associazione contro il razzismo,
a rivelare a Bellu che il naufragio c’era stato e a mostragli un documento col
nome di tredici morti pakistani e quello di un agente di viaggio che aveva intascato
4-5000 dollari per ogni migrante. ”Chiedemmo un incontro urgente col ministro
dell’interno e fummo ricevuti da un sottosegretario. Non accadde niente, il governo
girò la testa dall’altra parte”. Era quello presieduto da Romano Prodi, un cattolico
che nelle dichiarazioni programmatiche aveva accennato ai problemi “dei più deboli,
degli immigrati, degli emarginati…punto di riferimento quotidiano”. Arricchito
da un dossier elaborato dai democratici di sinistra sull’immigrazione, il partito
di Giorgio Napolitano, ministro dell’interno dell’epoca, che parlava, nei confronti
dei migranti, di “valori fondamentali di rispetto della dignità umana, di tolleranza
e di libertà”. Far sapere a una moglie o a un padre se i loro cadaveri sono in
fondo al mare farebbe parte di questo rispetto. Invece niente, nessuno in quel
momento si nuove.
Poi i contatti con i familiari di Anpalagan, Bellu che si procura un Rov, un
macchinario composto da una grande sfera di plastica creato per scendere nel mare
e fare ricerche, il tutto a spese sue e con l’aiuto di Salvo Lupo e del suo peschereccio.
Il prete e il sindaco di Portopalo sono ovviamente contro, devono difendere la
loro comunità. Come un film dell’orrore la telecamera del Rov inquadra una cassa
toracica, e poi un femore, resti umani che confermano la tragedia.
La notizia del ritrovamento del relitto della F-174 apparve su “La Repubblica” del 15 giugno 2001. Lo stesso giorno i quattro premi
nobel italiani Renato Dulbecco, Dario Fo, Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini
lanciarono un appello al governo per l’immediato recupero dei resti delle vittime
del naufragio di Natale.
Il processo è nelle mani della Magistratura italiana. Che però deve modificare
il capo di imputazione da omicidio colposo plurimo a omicidio volontario, perché
avvenuto fuori dalle acque territoriali. La lista degli imputati si è ridotta
a due soli nomi. Youssef El Hallal e Ahmed Sheik Turab. Alcuni mesi in galera
e poi tutti liberi, come le persone accusate in Grecia e in India. I familiari
delle vittime hanno ormai perso la speranza di ottenere giustizia.
Paolo Lezziero