L'economia torna a tirare prima di tutte le altre, superando la crisi globale praticamente illesa; le riserve monetarie, già le più estese al mondo, aumentano di un decimo in soli tre mesi; le aziende nazionali scalano le classifiche delle società più ricche del pianeta. Trent'anni dopo il motto "arricchirsi è glorioso" lanciato da Deng Xiaoping, la Cina sta aumentando la sua penetrazione economica all'estero: oltre alla volontà politica, Pechino ha un'enorme liquidità a disposizione per entrare in aziende che, colpite dalla recessione, sono scalabili a buon mercato.La settimana scorsa, le riserve cinesi in valuta estera hanno superato quota 2.000 miliardi di dollari - di cui circa due terzi proprio in biglietti verdi - per la prima volta, crescendo di 178 miliardi nel solo ultimo trimestre. E' una conseguenza dello straordinario flusso in entrata di capitali stranieri, attirati dalle prospettive di crescita del gigante asiatico; ma anche del fatto che Pechino, per impedire allo yuan di apprezzarsi penalizzando le esportazioni (principale componente del suo Prodotto interno lordo), è costretta a continuare a vendere yuan per comprare dollari.
Le enormi riserve cinesi sono state accumulate nell'ultimo decennio, grazie al surplus commerciale, finanziando il costante indebitamento di Washington. Le autorità di Pechino hanno più volte segnalato il loro timore che la recessione negli Usa porti a una svalutazione del biglietto verde, con conseguente perdita di valore delle sue riserve; ma al contempo, continuando a comprare dollari, stanno consolidando la pericolosa interdipendenza monetaria con gli Usa. E' un equilibrio sul filo, ma anche l'amministrazione statunitense ora ha poca scelta: per finanziare un deficit di bilancio del 12 percento, frutto degli eccezionali piani di stimolo per rilanciare l'economia, servono acquirenti per le nuove emissioni di debito.
Comunque sia, il capitale cinese è lì, pronto per essere utilizzato. Se negli ultimi anni qualche acquisizione eccellente all'estero è stata ostacolata da considerazioni di sicurezza nazionale da parte dei Paesi interessanti (come il tentativo di acquisto della compagnia petrolifera statunitense Unocal da parte della cinese Cnooc, o l'acquisizione della società mineraria australiana Rio Tinto a opera della cinese Cinalco), ora Pechino sembra essere pronta per una nuova tornata di investimenti internazionali. Nei primi mesi di quest'anno, sfruttando lo sgonfiamento della bolla delle materie prime, la Cina ha già fatto incetta di petrolio, gas e minerali, nell'intenzione di consolidare le sue prospettive di crescita. Dal 2005 a oggi, il 60 percento delle grandi acquisizioni cinesi si è concentrato nel settore energetico e minerario.
La novità, ora, è che il governo cinese sta sveltendo la burocrazia che accompagna la spesa delle aziende nazionali all'estero. Almeno per quelle dal lavore più limitato, comunque le più numerose. Dallo scorso primo maggio, il compito di dare il nulla osta alle acquisizioni sotto i 100 milioni di dollari è stato trasferito dal ministero del Commercio ai vari dipartimenti regionali; sotto i 10 milioni di dollari basta un'autocertificazione online. D'altronde, per uscire dalla recessione, aziende indebitate di tutto il mondo guardano con sempre più interesse ai capitali provenienti da Pechino. E' anche per questo che una delegazione di 300 imprenditori cinesi ha appena terminato il suo secondo tour europeo dall'inizio dell'anno. Passando anche dall'Italia.
Alessandro Ursic