24/08/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo scrittore Milton Fernandez, cittadino europeo nato in Uruguay, scrive al presidente di Malta

Sig. Presidente della Repubblica di Malta
George Abela

Sig. Presidente George Abela,

sono un cittadino europeo, abitante un paese che non brilla di certo per il suo impegno sociale o per una legislazione lungimirante in materia di diritti umani. Posso fare ancora poco per cambiare l'aberrante realtà in cui mi sento immerso, ma quel poco, intriso di rabbia e di lucido imbarazzo, confido si metterà prima o poi in moto, fino a diventare il muscolo segreto di un pensiero moltitudinario che tornerà a porre in primo piano l'essere umano, da qualsiasi regione geografica esso provenga, da qualsiasi credo, da qualsiasi fede politica, e che spazzerà via per sempre un disegno scellerato di sterminio delle diversità, messo in atto ormai da troppo tempo.

Per quanto riguarda la vostra politica in materia, mi permetta di esprimerLe il mio più sincero disprezzo. Vi ritengo corresponsabili della morte dei 73 emigrati che non avete voluto soccorrere in mare, e dei quali continuate a prendervi gioco, mettendo in dubbio una realtà ormai incontrovertibile, che gli organi ufficiali della Chiesa Cattolica hanno paragonato alla Shoah.
Il vostro inaccettabile comportamento denigra le leggi degli uomini, che avete ratificato. Quella di un Dio, in cui giurate di credere. Quella della comunità religiosa che avete abbracciato e del suo capo, al quale da poco avete chiesto udienza, in Vaticano.
La strage del canale di Sicilia, però, non è che l'ultimo capitolo in una storia che da lungo tempo urla giustizia.
La vostra politica di detenzione sistematica degli immigrati -in strutture subumane nelle quali il sovraffollamento, le terribili condizioni igieniche, il rischio di infezioni, la proliferazione delle malattie e i maltrattamenti corporali sono all'ordine di un giorno pericolosamente simile all'inferno- non è degna di un paese che usa definirsi civile.
Come dicevo, posso fare poco e niente per costringervi a trattare i miei simili (anche vostri) come avrebbe diritto di essere trattato un qualsiasi essere umano.

Le dico pertanto, Signor Presidente, quello che non farò: visitare il vostro paese.
Sono certo che il mio rifiuto non metterà in ginocchio la vostra florida industria turistica. Confido però che questo No possa estendersi, come una consegna, tra le persone di buona volontà che popolano ancora il vasto mondo.

E posso assicurarLe, Signor Presidente, che siamo ancora in tanti.

Distinti saluti

Milton Fernàndez