Il countdown è finito. A Copenaghen è partita la quindicesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: il summit nel corso del quale, secondo le attese, si dovrebbero decidere i destini ambientali del pianeta.
Il quadro preliminare. Dopo le dichiarazioni politiche dei giorni scorsi e gli incontri bilaterali fra le nazioni si è capito chiaramente che le sorti dei futuri accordi dipendereanno oltre che dalle intenzioni degli Stati Uniti anche dal comportamento del gruppo noto come BRIC e formato da Brasile, Russia, India e Cina. La formazione è nota per essere composta dai Paesi che hanno incrementato il proprio Prodotto Interno Lordo in modo esponenziale dall’inizio del millennio. Una crescita dipesa direttamente dalla produzione industriale e, quindi, dalla quantità di emissioni di carbonio relative ad ogni Stato. A loro, fra gli altri, Yvo de Boer, capo negoziatore dell’Onu e presidente del summit, chiederà uno sforzo smisurato: emissioni dimezzate rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050 e un taglio dell’80 per cento dopo il picco d'inquinamento fissato per il 2020. Il piano sintetizza, in sostanza, le istanze delle organizzazioni ambientaliste, della società civile, degli scienziati e degli analisti. Capogruppo dei promotori è la padrona di casa Danimarca che insieme al gruppo scandinavo, campione di politiche ambientali, ha deciso di affrontare la sfida e di provare a salvare il salvabile. Dall’altra parte, per ora, c’è l’India che per bocca del ministro dell’Ambiente Jarain Ramesh ha in pratica smontato ogni punto della bozza: niente vincoli alle riduzioni, nessuna scadenza per l’avvio del piano, nessun controllo istituzionale senza aiuti e, infine, libertà economica assoluta per le merci ad alto impatto ambientale prodotte nei paesi in via di sviluppo.
Non solo India. C’è chi pensa che convincere il governo di Nuova Delhi sarà la mossa vincente per trovare l’accordo del “post-Kyoto”. In realtà i conti si dovranno fare anche con la Russia che nel corso del vertice dello scorso mese con l’Unione Europea si è detta pronta alle riduzioni auspicate da Bruxelles salvo poi fare retromarcia e dichiarare ufficialmente il proprio scetticismo sulla reale possibilità che nella capitale danese si giunga alla stesura di un nuovo trattato. Non sono solo previsioni pessimistiche quelle del governo di Mosca che ha esplicitamente affermato che il proprio “si” sarà condizionato agli interessi nazionali e all'adesione, ampia, degli Stati partecipanti. Il Brasile di Lula, in teoria il più aperto del BRIC, ha annunciato il blocco della deforestazione in Amazzonia e la completa disponibilità ad una riduzione del 38-42 percento entro il 2020. Tuttavia resta da vedere se la posizione di Brasilia muterà dopo le ormai certe obiezioni degli altri colossi industriali.
Usa e Cina. Infine c’è la posizione di Stati Uniti e Cina che, dopo i buoni propositi declamati durante la visita istituzionale del presidente Barack Obama a Pechino, dovranno confermare le attese. Gli Usa, che come noto non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto, hanno la possibilità di sfondare il muro eco-isolazionista e mettersi a capo di un gruppo di superpotenze pronte al “change”. Oltre ad una stretta di mano per i fotografi e alla dichiarazione d’intenti congiunta con Obama la Cina, principale responsabile delle emissioni, sembrerebbe essere più interessata ad aumentare le proprie rendite energetiche – si parla del 40 percento – più che ad una reale diminuzione dei fumi inquinanti.
Queste sono, in maniera essenziale, gli intrecci geopolitici da sbrogliare per raggiungere un accordo concreto. Alla confusione dei governanti che, come sempre, lavorano sulla sottile linea che divide l’interesse comune da quello di Stato, fa da controaltare la precisa macchina organizzativa della società civile.
Peacereporter ha raggiunto Morten Hansson e Miguel Ortega. Il primo sarà presente a Copenaghen in qualità di organizzatore del Klima forum 09 , il summit alternativo che ospiterà circa 7mila persone provenienti da tutte le parti del mondo. Ortega è uno degli esperti dell’ “Observatorio de la deuda en la Globalización”, centro di ricerca spagnolo che studia le relazioni Nord-Sud del mondo.
Antonio Marafioti