I luoghi della memoria spesso si ammalano di retorica. Una lapide, una statua, una targa. Simboli che, prima o poi, finiscono coperti di polvere.
Tutto questo, ancora, non è accaduto a Exarchia, il quartiere di Atene che é ormai noto in tutto il mondo. Un fatto di cronaca che più nera non si può. E' il 6 dicembre. Un ragazzo di quindici anni, Alexis Grigoropoulos, festeggia con i suoi amici il giorno di San Nicola. Per i greci l'onomastico è quasi più importante del compleanno, si esce e si fa festa. Alexis è in uno dei mille locali fumosi ed elettrizzati dalle chiacchiere di centinaia di persone che costellano Exarchia. Un inseguimento, un trambusto che squassa la baldoria. I ragazzi escono di corsa dai locali, per vedere che accade. Alexis è uno di loro. Alexis viene ucciso da un poliziotto. A Exarchia scoppia l'inferno, ma le fiamme dilagano in fretta in tutto il Paese. Un episodio terribile, ma è difficile pensare che il mese di guerriglia urbana che ha seguito la morte di Alexis possa essere legato solo all'omicidio di un ragazzo. Oggi, a Exarchia, Alexis è ricordato all'angolo tra due piccole strade, dove è stato ucciso, da una piccola teca con dei ceri, una targa triste e sobria voluta da sua madre, un cartello che ha ribattezzato con il nome del ragazzo la via. Ricorda piazza Carlo Giuliani, nata spontaneamente a Genova al posto di piazza Alimonda. Un altro ragazzo, la stessa rabbia. Infine uno striscione, nero con le lettere bianche. Recita: "Non dimentichiamo, non perdoniamo".Che fine ha fatto, oggi, quella rabbia? Leggendo i giornali sembra che sia ancora là, tutta intera. Non passa giorno che ad Atene non si abbia notizia di una bomba artigianale esplosa o di un assalto contro le case di uomini politici, banche, istituzioni finanziarie, sedi di partiti politici, imprese commerciali ed enti pubblici. A volte gli attacchi vengono rivendicati da un gruppo che si firma Squadre della Violenza Metropolitana, che si rifà al bagaglio storico - ideologico dell'anarchismo insurrezionalista. Altre volte, con modalità tattiche e di comunicazione molto differenti, gli attacchi vengono rivendicati da un gruppo che si firma Lotta Rivoluzionaria o la Setta dei Rivoluzionari, più vicini al modello del terrorismo anni Settanta. Solo che siamo nel 2009, in Grecia, Unione europea. Il quartiere di Exarchia è annunciato da un ingente dispiegamento di forze dell'ordine. Tute blu, tute verdi ed equipaggiamenti che ricordano più militari in missione in un teatro di conflitto che la polizia di un Paese civile. ''Loro qui non entrano, però. Stanno sui confini del quartiere. Senza metterci piede'', sorride sornione Ilias, mentre entra in un bar per quella che vuole chiamare 'chiacchierata' e non intervista. Tono informale, ma lezione introduttiva sulla storia dell'anarchia. Ilias è uno di loro, uno di quelli che spaccano tutto. Ragazzone grande e grosso, non ha un'aria minacciosa e non tenta neppure di averla. Uno di quelli che, quando lo ritiene necessario, scende in piazza a scontrarsi con la polizia. Com'è accaduto il 6 dicembre scorso. ''Mi è arrivato un sms. Diceva: succederà il finimondo. In mezz'ora eravamo tutti in piazza, ma in breve la tensione è uscita da Exarchia e ha contagiato tutta la città. Poi è uscita anche da Atene e si è diffusa in tutta la Grecia. Tanti sono rimasti stupiti di tutto quello che è accaduto dopo la morte di Alexis e continuano a stupirsi per quello che accade. Ma non c'è nulla di cui stupirsi. L'omicidio è stato il detonatore di una rabbia che, quel giorno, ha visto lottare fianco a fianco ragazzi e adulti. Alcuni sono arrivati con il padre per protestare. Di solito noi anarchici ci mobilitiamo con un piano predefinito, ma a dicembre nessuno si preoccupava di cosa sarebbe accaduto il giorno dopo. E' stato come - racconta Ilias, sorseggiando piano una birra, mentre guarda nel vuoto mettendo a fuoco i ricordi - vedere la protesta, in fretta, trasformarsi da vendetta in ribellione''. Alla lunga, però, la distruzione di un esercizio commerciale finisce per ottenere l'esito opposto, allontanando da certe istanze un cittadino medio. ''Allora li uccideremo tutti!'', risponde Ilias, esplodendo in una risata fragorosa. ''Scherzi a parte del negozio non rispondo, ma quando distruggi un bancomat distruggi il simbolo di qualcosa che è parte integrante di un sistema che va cambiato. Con lo scontro. Non c'è altra via e non c'è un progetto. Altrimenti si finisce solo per sostituire una leadership con un'altra. Prima si cambia il sistema, poi la gente liberata deciderà cosa fare della propria vita. Questo ci differenzia dai gruppi d'ispirazione marxista: il progetto rivoluzionario. Io non metto bombe, ma rispetto tutte le forme di lotta...non esiste un metodo giusto o sbagliato per cambiare le cose. Bisogna cambiarle, lottando contro il sistema e contro la polizia, che di questo sistema è il cane da guardia''.
Ci fosse in giro ancora un Pasolini, magari, farebbe notare che anche i poliziotti vengono dal disagio sociale e dalla povertà. ''Nessuno gli nega di unirsi a noi. E' lo stesso discorso del negoziante...finché non si ribella, sta con il sistema''. Non è finita con dicembre, allora? ''No. C'è un onda che si muove, non solo in Grecia. Un sistema che si troverà ad affrontare la rabbia degli studenti, ma anche quella degli operai e di tanti altri. L'ondata di scioperi che attraversa la Grecia è solo l'inizio. Ma ancora non c'è il giusto collegamento tra i movimenti. Questo sistema predatorio, però, mostra la corda: in pochi anni ci saranno cento, mille Exarchia e i fatti di dicembre vi sembreranno una passeggiata'', conclude Ilias, con un sorriso che non riesce a essere sinistro. Le previsioni di Ilias, magari, finiscono per essere un po' condizionate dalla sua giovane età. L'ondata di scioperi in Grecia, però, è un dato di fatto. Medici, insegnanti, agricoltori, autotrasportatori: non c'è una categoria che negli ultimi mesi non sia scesa in piazza. Tra i più attivi i lavoratori portuali.
Il Pireo, secondo la gente del posto, va considerato una città a parte, distante e diversa da Atene, anche se solo poche stazioni di metropolitana separano la capitale dal suo porto. Il polo commerciale più importante d'Europa. Come spesso accade negli ultimi mesi i lavoratori sono riuniti in assemblea. Tra omoni con mani grandi come pale meccaniche, nubi di fumo e risate emerge il corpo minuto di Anastasia, leader del sindacato. Bassa e magrolina, ma con uno sguardo di ferro che le permette di farsi ascoltare in religioso silenzio dai portuali che la circondano, rispettosi come giganti buoni. ''Il discorso è semplice quanto drammatico: vogliono vendere una parte del Pireo a una compagnia cinese. Non lo permetteremo'', risponde Anastasia, con un tono così perentorio da far credere che l'intervista sia finita così. ''Ci sono enormi interessi economici in ballo e il governo greco sta spingendo per una soluzione che gli permette, allo stesso tempo, di ottenere un enorme beneficio politico nei confronti del governo cinese e un enorme interesse economico per la cessione di un settore strategico. La Cina ha bisogno di un porto europeo e ha puntato sul Pireo, perché il governo greco è il più debole dell'Ue. Il problema è che vogliono fare tutto questo sulla nostra pelle. Il governo sfrutta la crisi economica per far accettare all'opinione pubblica una compressione paurosa dei diritti dei lavoratori. Ricordate: al Pireo si sta conducendo una battaglia che va oltre la vicenda della cessione degli asset di questo porto. Qui si decide una politica che passa sopra la testa dei lavoratori. Una politica che mette in un angolo i dipendenti, privandoli della loro forza di contrattazione e delle tutele del lavoro. Ma daremo battaglia'', dice Anastasia, con una voce ferma, nel silenzio di centinaia di facce che la guardano pensierose. E' una battaglia isolata o sentite di avere attorno anche altre categorie? Gli studenti, ad esempio. ''Il clima, in Grecia, è pesante. E credo che presto lo diventerà anche fuori dalla Grecia. Per ora ciascuno va per i fatti suoi, ma si sta lavorando al coordinamento, anche con gli studenti. Questa volta, rispetto al passato, c'è meno voglia di farsi guidare da un partito o da un sindacato e questo mi spaventa. La rabbia è tanta e rischia di finire fuori controllo. Mi creda: tanti, anche tra di noi, subiscono il fascino di una lotta estrema. Troppi compromessi e troppe delusioni hanno portato la gente a perdere fiducia in partiti e sindacati. Questo non promette nulla di buono''.
Yannis Milios, docente di Economia Politica e direttore della rivista Thesis è come uno scoglio al quale attaccarsi nel fluire constante di ragazzi nei corridoi dell'Università di Atene. Un movimento perenne, scandito dai colori delle associazioni di appartenenza. Un'attività politica senza sosta, con lo sfondo delle scritte sui muri che non lasciano intonso neanche un centimetro delle pareti.
''Negli ultimi anni, in Grecia, si è assistito a un deterioramento generale della situazione dei giovani. C'è una massa enorme di giovani che viene chiamata 'generazione 700 euro', rispetto al loro salario, ma le assicuro che alcuni di loro lavorano per molto meno'', spiega il docente. ''I governi, di centro destra e di centro sinistra, hanno stipulato un patto scellerato con i vertici della finanza e dei sindacati, che rende l'accesso al mercato del lavoro per i giovani sempre più difficile dal 1983. Una vera e propria discriminazione dei giovani, generata da una situazione di costrizione che gli nega le chance che hanno avuto i loro genitori di farsi una vita, di costruirsi un futuro. E la situazione va sempre peggio''. Non molto differente, però, dalla situazione dei giovani in Europa e nel mondo. Perché qui la protesta assume toni così esplosivi? ''Lei dimentica il fattore della brutalità delle istituzioni. Una prima forma di abuso, rispetto a tutti gli altri paesi europei, è il servizio militare al quale i ragazzi greci sono ancora obbligati. Ma più di tutto è la violenza della polizia a segnare i rapporti tra i giovani e le istituzioni. Nel biennio 2006 - 2007 ci sono state tante proteste per la proposta di riformare l'articolo 16 della Costituzione che sancisce l'intangibilità dell'istruzione e il divieto di privatizzarla. C'è stata un'insurrezione e il progetto è stato bloccato, ma i ragazzi hanno pagato un prezzo alto. Arresti arbitrari, violenze, abusi. Questo radicalizza sempre più la protesta e spinge i ragazzi a sentirsi soffocati da una società che li reprime economicamente e culturalmente. E la situazione peggiora sempre più, anche perché adesso anche i dipendenti 'adulti' si trovano sotto attacco, rendendo il futuro sempre più fosco''.
Una situazione esplosiva, una bomba innescata. Ma è davvero così? Apostolis, giornalista che lavora per il network indipendente Interpress Service, si aggiusta gli occhialetti da intellettuale che cascano sul naso, come se volesse riflettere con attenzione su quello che deve rispondere. Come si fa con le cose importanti. ''Siamo già alle leggi speciali: adesso hanno vietato i cappucci in manifestazione! Volevano mettere mano alla 'legge dell'asilo', come viene chiamata da noi la norma che risale alla rivolta contro il regime dei Colonnelli che tutela gli atenei dall'ingresso della polizia, ma non hanno osato tanto'', commenta ironico Apostolis. ''Il governo, con il contributo determinante dei media generalisti, vuole creare un clima di criminalizzazione dei movimenti, tacendo delle loro istanze per sottolineare l'aspetto violento delle dimostrazioni. Paura, destabilizzazione, insicurezza. Queste sono le parole d'ordine per generare un clima di terrore nella gente e convincerla che la stretta sui diritti civili è necessaria. Sfruttando anche la crisi economica, che rende le persone ancora più vulnerabili''. Hanno ragione gli anarchici allora, non c'è altra via che il confronto con le forze dell'ordine. ''No, non è così. Siamo un Paese balcanico, amiamo le esagerazioni. Non tutti i media sono uguali e in Grecia, dall'estrema sinistra all'estrema destra, tutti hanno il loro mezzo d'informazione'', sostiene il giornalista greco. ''In questo momento esiste uno spazio sociale del disagio, caratterizzato da una grande fluidità. Persone differenti per età e cultura si ritrovano a contrapporsi a un sistema che non tollerano più. E' difficile dire cosa accadrà all'interno di questo spazio sociale. Lo diranno i prossimi mesi, quando i mancati proventi del turismo e il crollo degli incassi dei porti commerciali renderanno la situazione ancora più dura. Può accadere di tutto, dalla deriva violenta dello spazio sociale a una crescita dello stesso, verso forme di una nuova politicizzazione autogestita che già cominciano a vedersi in giro. Inoltre non è così semplice per il governo criminalizzare tutti: la Grecia ha una solida tradizione di contrapposizione al potere. Per certi versi'', aggiunge sornione Apostolis, toccandosi ancora una volta gli occhiali, ''qui siamo tutti un po' anarchici. Certo, questa politica del governo non è affatto lungimirante. Prendete il caso del Pireo: non conviene criminalizzare le istanze sociali, perché si può ottenere l'effetto contrario, radicalizzando la protesta. Da qui a subire il fascino di gruppi come Lotta Rivoluzionaria ce ne passa. Gli anni del gruppo armato chiamato 17 Novembre sono lontani. Loro prima di colpire un innocente avevano il sostegno della gente, avevano una struttura ben radicata e guidata da un gruppo dirigente solido. Questi gruppi sono sconnessi dalla realtà, sono elementi borderline della sinistra radicale. Alla fine fanno più comodo al governo stesso, per criminalizzare il movimento''. Al punto da essere un'emanazione stessa del governo? Bisogna chiederlo alla persona giusta, l'avvocato Yianna Kurtovik. Nel suo ufficio spartano di Exarchia Yianna ha gli occhi stanchi: un'altra giornata a difendere in tribunale studenti arrestati a dicembre o migranti senza diritti le ha disegnato un'aria scura attorno al volto magro. Lei, nel 2002, ha assunto la difesa dei vertici della 17 Novembre, che prese il nome dal giorno della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico di Atene, il 17 novembre 1973, durante la dittatura dei colonnelli (1967-1974) e ha avuto come obiettivi principali gli interessi Usa in Grecia e alcuni imprenditori. Si avevano ben poche notizie su questo gruppo fino al 2002 quando venne arrestato uno di loro. Nel 2003 sono stati tutti condannati. ''Esiste una nuova generazione della lotta armata. La repressione violenta e i metodi utilizzati ai tempi della lotta contro la 17 Novembre ha creato un nuovo fronte contro lo Stato e la lotta armata, che pareva sconfitta, è diventato il metodo di una nuova generazione'', spiega l'avvocato. ''Questo sistema dà un senso a queste azioni di lotta armata, che però diventano il pretesto per nuove misure repressive. Il governo e la magistratura hanno continuato a tutelare le forze dell'ordine e i loro abusi. In Grecia, dalla fine della dittatura a oggi, ci sono sessantasette casi di omicidio da parte della polizia. Inaccettabile. Le azioni della 17 Novembre dopo la dittatura, dove la destra dominava in Grecia, in uno Stato nello Stato, nelle istituzioni e nelle forze dell'ordine, erano apprezzate dalla gente. Adesso non succede, ma chi sceglie la lotta armata viene comunque rispettato, se non colpisce innocenti. Sono modalità di lotta diverse dalle mie, ma che piaccia o no, sono una forma di resistenza del popolo. E non è finita qui''.
Christian Elia