Per secoli in Malesia i fedeli si sono rivolti al Dio di Abramo con il nome di Allah. Sia che le preghiere fossero mormorate nelle moschee, sia che risuonassero nelle chiese cattoliche. Poi, nel 2007, il ministero dell'Interno emise un ordine restrittivo per il quale il settimanale The Herald, distribuito nella comunità cristiana, non potesse usare il nome "Allah" per indicare il dio dei cristiani in quanto ciò poteva provocare disordini e disorientamento nella maggioranza musulmana. Proprio il settimanale, il cui editore è l'arcivescovado malese, fece ricorso alla Corte costituzionale perché il divieto venisse rimosso e così dopo oltre due anni, il 31 dicembre scorso, è arrivato il responso: il provvedimento del ministero è illegale, nullo e incostituzionale. E in più, secondo il giudice Datuk Lau Bee Lan, il ministero non avrebbe fornito prove a sufficienze secondo cui l'uso del termine Allah potesse minare i principi della sicurezza nazionale.
Le reazioni. La sentenza ha provocato reazioni nella comunità musulmana e 13 organizzazioni non governative islamiche si sono sollevate contro la decisione dell'Alta Corte. A differenza dei moderati, che hanno accolto con favore la sentenza e che ritenevano il provvedimento del ministero niente più che una discriminazione religiosa istituzionalizzata, i musulmani più radicali sono convinti che il nome di Allah, usato negli ambienti cattolici, possa ingenerare confusione nei fedeli di Maometto e favorire il processo di conversione che i cristiani avrebbero avviato già nei secoli passati. Anche se il governo ha sempre negato che alla base del provvedimento restrittivo ci fosse qualsiasi motivo discriminatorio, nell'ultimo anno ha ordinato il sequestro di 10 mila copie della Bibbia che contenevano la parola "Allah".
Dopo un primo commento negativo della sentenza da parte dei propri esponenti politici, il Pas (Parti Islam Se Malaysia), forte di 23 seggi in parlamento, ha fatto un passo indietro e il suo presidente Abdul Hadi Awang ha affermato la legittimità di riferirsi ad Allah per tutti i fedeli delle religioni abraminiche, siano essi musulmani, cristiani o ebrei. Awang ha solo auspicato che "il nome di Allah non venga usato per meschini scopi politici al fine di guadagnare il consenso delle masse popolari".
La sentenza della Corte costituzionale sancisce dunque che il nome Allah non sia a uso esclusivo della comunità islamica, considerata anche la storia della Malesia, la sua collocazione geografica e la convivenza, pressoché pacifica, di culture e religioni diverse. Se è vero che il 60 per cento della popolazione è musulmana è anche vero che è presente un considerevole numero di cristiani (cattolici e protestanti) costituiti per lo più dalle minoranze etniche cinesi e indiane. La diffusione dei costumi arabi e della religione islamica è dovuta al controllo sullo stretto di Malacca che le popolazioni mediorientali esercitarono tra il 1200 e il 1300 con lo scopo di aprire nuove rotte commerciali con l'Estremo Oriente. Per di più la parola araba Allah è antecedente all'Islam ed è usata nelle chiese cristiane in Egitto e nella comunità copta siriana.
In Malesia, inoltre, le leggi viaggiano su un doppio binario proprio in virtù del riconosciuto multiculturalismo: l'alcol, proibito dalla religione di Maometto, è largamente diffuso nel paese ad uso e consumo dei non musulmani. Parimenti, l'accesso ai numerosi luoghi per il gioco d'azzardo è vietato ai musulmani ma non alle altre comunità.
Lunedì, il ministero dell'Interno ha depositato il ricorso contro la sentenza. Salvo un cambio d'orientamento, in Malesia, i cristiani potranno tornare a pregare nel nome di un unico dio, nel nome di Allah.
Nicola Sessa