03/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nonostante i sondaggi degli ultimi mesi si fa sempre più strada l'ipotesi ballottaggio

Scritto per noi da
Maurizio Campisi

Domenica 7 febbraio i costaricani andranno al voto per scegliere il successore di Óscar Árias. Un´elezione, questa, che fino a pochi mesi fa sembrava destinata a garantire la continuità del governo attuale, con il nome di Laura Chinchilla, il candidato di Liberación Nacional, a guidare i sondaggi. Oggi, alla vigilia del voto, la contesa è diventata meno scontata e non è detto che dalle urne non esca l´opzione ballottaggio.
Cinquantenne, sposata con un figlio, alunna di Pepe Figueres, il padre del partito Liberación Nacional, la Chinchilla -dal suo posto di vicepresidente della Repubblica- si è conquistata nell'ultima amministrazione il titolo di delfino di Árias, con una politica di pieno appoggio al governo. Un governo che è passato abbastanza indenne attraverso la crisi e che, anzi, è riuscito a far riprendere l'economia dopo la presidenza incolore di Abel Pacheco. Proprio sull'onda dell'appoggio popolare per i risultati ottenuti, Laura Chinchilla è apparsa sin dai primi sondaggi la favorita per queste elezioni, con una campagna improntata sul proseguimento delle opere iniziate da Árias.

Tutto è andato bene per lei finchè non sono scesi nella contesa gli altri tre candidati, Otto Guevara, Ottón Solís e Luis Fishman, un gruppo eterogeneo, che svaria dalla destra alla sinistra dell'ordinamento politico, e che ha ottenuto come immediato risultato quello di disperdere il voto, sulla scia delle critiche sull'operato e la personalità della Chinchilla. Mancanza di leadership, vacuità dei programmi, poca indipendenza, indecisione sono gli appunti negativi levati alla candidata di Liberación Nacional.
Da settembre a gennaio, la Chinchilla ha perso nei sondaggi un importante 20 percento, proprio quella percentuale che le avrebbe garantito una facile vittoria al primo turno. L'intenzione di voto si è spostata dal centro verso la destra, quella del Movimiento Libertario, il partito creato nel 1994 da Otto Guevara, altro cinquantenne, imprenditore. Guevara, che ha incentrato la sua campagna sul tema della sicurezza, della mano dura ai delinquenti e al cambiamento contro quella che chiama ¨la politica tradizionale¨, ha raccolto nello stesso periodo di tempo un aumento del 17 percento. Una crescita che sembrava imparabile, ma che è durata invece solo fino a dicembre, quando alcune delle sue proposte -come la dollarizzazione dell'economia- e gli attacchi esacerbati alla sua avversaria hanno prima impaurito e poi stancato gli elettori.

Se le elezioni si svolgessero oggi, la Chinchilla arriverebbe al 43 percento, Guevara al 30 percento, Solís al 16 percento e Fishman si fermerebbe al 6 percento. Secondo questi dati, non ci sarebbe bisogno di ballottaggio, visto che la legge elettorale determina un vincitore al primo turno nel caso che un candidato superi il 40 percento dei voti.
L'esperienza, però, ci insegna che le sorprese sono sempre dietro la porta. Nelle elezioni del 2002 Miguel Ángel Rodríguez vinse quando tutti già davano José Miguel Corrales come presidente e quattro anni più tardi, Óscar Árias -che doveva fare man bassa di voti- riuscì ad avere la meglio di Ottón Solís solo per 18mila preferenze: un nulla.
Conscio della volubilità dell'elettorato proprio Solís, con il Partido de Acción Ciudadana, conta nella sorpresa che può scaturire dalle urne, per giungere a un ballottaggio che alla vigilia appare per lui improbabile. Il PAC ha pagato cara l'opposizione al Trattato di libero Commercio con gli Usa, che per molti dei suoi simpatizzanti è stata inefficace e troppo fiacca. Come non bastasse, il Cafta non è sembrato poi così brutto come veniva presentato e molti elettori del PAC sono oggi defilati, decisi ad operare una scelta differente per queste elezioni.
Ultimo nella contesa appare Luis Fishman, il candidato del Pusc (Partido de Unidad Socialcristiana), il partito che è uscito con le ossa rotte dalla piccola tangentopoli locale che ha portato due dei suoi ex presidenti della Repubblica (Rafael Ángel Calderón e Miguel Ángel Rodríguez) in galera per differenti casi di corruzione. Per Fishman il compito è stato arduo; mantenere in vita il partito delle grandi riforme sociali è già di per sè una vittoria.

Una cosa è certa. Nei dibattiti televisivi (sono stati due, uno per ogni canale locale) i candidati hanno supplito alla mancanza di idee su come condurre il paese, con un circo di attacchi personali. Hanno fatto audience, certamente, ma non hanno convinto un elettorato stanco e disilluso (l´astensionismo nel 2006 toccò il 35 percento). Laura Chinchilla -che mantiene comunque inalterate le sue possibilità di diventare la prima presidente donna nella storia del Paese grazie al solido elettorato del suo partito- è apparsa incerta e, in generale, impacciata di fronte agli attacchi degli avversari, mentre sui grandi temi -come quello del narcotraffico- è calato il silenzio assoluto da parte di tutti i candidati.
Stando così le cose, la domanda per la contesa di domenica è solo una: ci sarà o no ballottaggio? È quello che sapremo tra una manciata di giorni.