Non è solo il commercio ad alimentare tensioni e distensioni tra Cina e Stati Uniti. L'interrelazione stretta tra Pechino e Washington passa anche per il mercato finanziario, dove il fondo sovrano cinese svolge il ruolo di protagonista.
La China Investment Corporation (Cic) ha il compito di reinvestire parte delle riserve valutarie cinesi, che oggi ammontano a circa 2.400 miliardi di dollari. E' nata nel 2007 per diversificare gli investimenti del Dragone, troppo concentrati sul buoni del Tesoro Usa. All'inizio aveva una dotazione di 300 miliardi di dollari, ridotti a circa 200 oggi. Dato che le riserve cinesi continuano a crescere, gli analisti prevedono una nuova iniezione di capitali, nell'ordine dei 200 miliardi di dollari, entro la prima metà di quest'anno.
Quando la Cic nacque, la moneta Usa stava svalutandosi. La Cina aveva perciò l'esigenza di creare uno strumento che collocasse parte delle proprie riserve in dollari su investimenti più redditizi. Doveva farlo prima che politiche decise altrove - alla Federal Reserve - prosciugassero troppo le ricchezze contenute nei propri forzieri.
Il fondo è diviso in due unità principali: la Central Huijin, che gestisce le partecipazioni sul mercato finanziario domestico, e il Global Investment Portfolio, che cura gli investimenti all'estero. Quest'ultimo, la vera "longa manus" di Pechino, ha una dotazione che si stima attorno ai 100 miliardi di dollari. La Cic corrisponde a esigenze soprattutto politiche ed è di fatto controllata dal governo di Pechino, attraverso il ministero delle Finanze.
In pratica, da un lato investe in compagnie che trattano ciò di cui la Cina ha bisogno - soprattutto materie prime e tecnologia - dall'altro punta ad alti rendimenti che possano rimpinguarne costantemente le casse.
Nel 2009, anno della crisi, gli investimenti all'estero hanno generato qualche polemica in Cina: perché bruciare soldi della collettività - prodotti essenzialmente dall'export aggressivo e quindi dalla prolungata stagnazione dei salari industriali - nei dissennati prodotti finanziari occidentali?
In realtà, le strategie della Cic sono prudenti: prevedono infatti quote di partecipazione piuttosto ridotte negli asset stranieri, al massimo attorno al 20 percento. Il motivo è semplice: Pechino non vuole rischiare esposizioni eccessive in investimenti che di fatto non controlla.
Di fronte alle critiche e alla scarsa redditività dei mercati internazionali, il fondo ha ulteriormente virato a partire dall'estate 2009 verso il mercato domestico, della vicina Asia e, quanto a settori, verso le materie prime e le tecnologie.
Nel novembre 2009, la Cic ha per esempio acquisito una quota di partecipazione del 20 percento (per 705 milioni di dollari) nella Gcl-Poly Energy di Hong Kong: si tratta di una joint venture che prevede la produzione di cellule fotovoltaiche.
Bloomberg ritiene che nella seconda metà dell'anno, il fondo abbia investito circa 10 miliardi di dollari in titoli legati alle materie prime.
Secondo gli analisti, queste scelte permetteranno al fondo sovrano di chiudere il bilancio 2009 con profitti equivalenti al 10% del proprio capitale iniziale (era il 6,8% nel 2008).
In questo quadro, si inseriscono i rapporti con gli Usa. Dai più recenti dati sugli investimenti della CIC, risulta che al 31 dicembre il fondo possedeva asset Usa per 9,63 miliardi di dollari.
Circa il 63% delle partecipazioni CIC a Wall Street convergono su tre investimenti: Teck Resources Ltd (3,54 miliardi), la più grande compagnia mineraria del Canada; Morgan Stanley (1,77 miliardi di dollari), la holding bancaria recentemente assoggettata alla Federal Reserve; BlackRock (714 milioni), la maggiore società di risparmio gestito a livello mondiale.
Ci sono poi investimenti in compagnie enegetiche, banche e altri operatori finanziari.
In definitiva, dopo l'anno di vacche magre, la fiducia in Wall Street appare di nuovo in crescita, ma l'interesse cinese si è gradualmente spostato dai singoli pacchetti azionari ai fondi d'investimento che controllano più titoli.
Eravamo rimasti all'esigenza di sganciarsi dall'eccessiva esposizione in bond targati Washington, ma l'America che esce dalla porta rientra dalla finestra. Ci si allontana dai bond targati Washington, ma si ritorna a Wall Street per altre e più fruttifere operazioni, che corrispondono alle esigenze del Dragone: investimenti finanziari sicuri e redditizi più materie prime. Alle spalle, una liquidità così imponente da rendere la Cina, e il suo fondo sovrano, un partner appetibile per molti.
La Cic è una quinta colonna di Pechino? Non necessariamente. Ma è senz'altro l'ennesimo esempio dell‘interazione stretta tra l'economia cinese e quella statunitense: una protagonista della cosiddetta "chain gang economics", l'economia dei "galeotti incatenati", metafora che spiega più di mille parole la reciproca dipendenza dei due colossi.
Gabriele Battaglia
(chen-ying.net)