La Cina ha recentemente aperto alla possibilità di aprire basi navali all'estero - cito - "in accordo con gli interessi cinesi e con la pace nel mondo". Secondo alcune fonti, ci sarebbero già i nomi di queste basi: Coco Island (Isole Andamane birmane), Sitwe (Myanmar), Chittagong (Bangladesh) Hambantota (Sri Lanka), Gwadar (Pakistan). Cosa se ne sa?
Anche questa è una cosa non recente che è stata definita come la strategia del filo di perle. Le perle sono appunto quelle istallazioni, come i porti ma non solo, che da un lato costituiscono delle gemme di alto valore strategico e dall'altro legano vari paesi alla strategia cinese oltre che alla sua economia e alla sua sicurezza. Le perle aumentano e anche i fili, che ormai formano una collana che si estende fino al Pacifico centrale e all'Oceano Indiano. L'interpretazione del significato e del valore di questa collana di perle si concentra normalmente sull'aspetto militare e per questo suscita una comprensibile preoccupazione. In realtà la collana è nata ed è ancora importante per la strategia globale avviata negli anni '90 con la corsa cinese all'accaparramento delle risorse strategiche globali. Utilizzando proprio la rete formata dai cinesi d'oltremare, vale a dire da quei miliardari Signori del Bordo del Pacifico che in quegli anni controllavano tutte le attività commerciali e industriali dell'area, la Cina ha iniziato ad assicurarsi il controllo delle risorse per il lungo periodo. Si è rivolta alle risorse energetiche, ma non solo. Ha cominciato ad accumulare concessioni minerarie, infrastrutture portuali e di controllo dei flussi di navigazione e degli stretti, infrastrutture di trasporto aereo, scali, poli industriali e, non ultime, le risorse tecnologiche. Ha investito capitali enormi ed ha pagato in contanti ciò che gli altri credevano di nessun valore o pagato il doppio o il triplo del prezzo di mercato facendo la felicità degli speculatori. In meno di vent'anni e senza sparare un colpo di fucile la Cina ha acquisito il controllo di risorse che gli altri paesi, quelli cosiddetti civili e perfino democratici, avevano acquisito con la colonizzazione, la schiavitù, le guerre di preda e le devastazioni sociali e umane. Oggi ci lamentiamo che la Cina lucri sugli investimenti fatti e non digeriamo il fatto che la stabilità del mondo dipenda dalla sua economia e dai suoi prestiti. Siamo pronti a muovere guerra alla Cina per impedirne lo sviluppo, ma mi sembra che lo facciamo da posizioni retoriche e ipocrite dimenticandoci a quale prezzo e a scapito di chi abbiamo conquistato il mondo e drenato le risorse che ce lo hanno consentito.
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