09/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel villaggio di Ostrovany è stata innalzata una barriera tra la comunità nomade, che costituisce la maggioranza della popolazione, e il resto degli abitanti

Un muro per separare la comunità rom dal resto della popolazione. Questa la nuova proposta che arriva dalla Cecoslovacchia per garantire la sicurezza dei cittadini del villaggio di Ostrovany che denunciano continui furti di frutta, verdura e ortaggi dai loro orti. Di per sé l'idea non è molto originale, visto che un provvedimento analogo era stato preso per lo stesso motivo nella città ceca di Usti nad Labem e non mancano i precedenti celebri. Un muro è stato innalzato per separare israeliani e palestinesi o per rendere più difficile il passaggio dei migranti dal Messico agli Stati Uniti. Quasi che erigendo barriere, separando, i problemi si risolvessero automaticamente.

Nel villaggio di Ostrovany, però, la situazione si complica. Diversamente da quanto accade di solito, in questo caso il muro non viene costruito per separare una minoranza, bensì la maggior parte della popolazione, visto che i rom costituiscono i 2/3 degli abitanti di Ostrovany. Particolare non indifferente. Attenzione, tuttavia, ad utilizzare termini quali segregazione, piuttosto che ghettizzazione. Il sindaco del piccolo villaggio slovacco, Cyril Revak, è stato chiaro e ha affermato che “il muro non segrega i rom, né limita il loro accesso alle principali strade o ai servizi”. Il primo cittadino ha poi spiegato che l'innalzamento della barriera è stato un passaggio obbligato. I contadini slovacchi, al confine con l'insediamento rom, vedevano di continuo sparire dai loro orti frutta e verdura. Difficile, tuttavia, non pensare che il muro, alto due metri e venti e lungo 150, non possa essere scavalcato con facilità dai nomadi. A chi chiede, perché, invece, della barriera, non sia stato messo in atto un altro strumento di integrazione e convivenza più efficace, il sindaco ha risposto di non accettare rimproveri. “L'unica critica che potrei accettare – ha detto Revak – riguarda l'utilizzo dei soldi pubblici per proteggere la proprietà privata. Ma il denaro pubblico viene anche usato per aiutare la comunità rom. Aiutiamo alcune persone un giorno, altre il successivo”.

L'atteggiamento del primo cittadino di Ostrovany è, comunque, in linea con quello del primo ministro slovacco, Robert Fico, che ieri si è fatto promotore di un'iniziativa che ha attirato molte critiche. Soprattutto da parte dei difensori dei diritti umani. Secondo Fico, per risolvere i problemi della minoranza nomade, l'unica soluzione possibile è la creazione di istituti per i bimi rom. “Il principale obiettivo del prossimo governo – ha affermato il premier – dovrà essere quello di inviare il maggior numero possibile di bimbi rom nei collegi e staccarli gradualmente dalla vita che conducono nei campi rom. Altrimenti alleveremo un'altra generazione di gente incapace di essere utile alla società”. Le parole del primo ministro hanno infiammato il dibattito, anche perché giungono a una settimana di distanza dalla dichiarazione dell'alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Navi Pillay, che aveva criticato duramente Bratislava per l'ulteriore deterioramento della condizione dei rom.

Anche il rapporto 2009 di Amnesty International aveva messo in evidenza le lacune del sistema slovacco nella tutela dei diritti dei rom, soprattutto dei bimbi. “Il governo – si legge nel testo -ha dato risalto a varie misure per migliorare l'accesso all'istruzione per i bambini rom, ma non sono stati assunti impegni concreti per eliminare la segregazione nelle scuole”. Attualmente in Slovacchia si contano più di 600 comunità rom, per un totale di 89mila nomadi. Il dato ufficiale viene, però, smentito dall'Accademia delle scienze slovacche che parla di oltre 350mila rom presenti nel Paese.

Benedetta Guerriero

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità