Molti governi in giro per il mondo provano ad affrontare i crescenti tassi di obesità presso la popolazione, promuovendo un'alimentazione sana e salutare. Una dieta corretta ed equilibrata e la lotta al cosiddetto "cibo spazzatura" sembrano le soluzioni più praticabile, almeno nell'immediato. L'obesità è un problema soprattutto nelle società "opulente", com'è facile intuire. Più si è ricchi, più si può variare la propria alimentazione, anche peggiorarla. Per questo motivo, aumentano le persone sovrappeso o obese anche nei paesi di recente industrializzazione e in via di sviluppo, oppure in quelle nazioni, come le ex repubbliche del blocco sovietico, che si sono aperte al mercato solo in tempi relativamente recenti. La Romania è uno di questi paesi.
Il ministro della Salute, Attila Cseke, ha detto nei mesi scorsi che circa la metà della popolazione rumena è sovrappeso, cosa che non accadeva certamente in epoca comunista. Ecco perché Cseke aveva annunciato all'inizio dell'anno che il governo avrebbe introdotto a partire dalla metà di marzo una tassa sui fast-food. Tassa che qualcuno, con non molta fantasia, ha ribattezzato McTax. La proposta ha incontrato il favore iniziale di medici e nutrizionisti, anche a Bruxelles. Al contrario, i produttori e gli importatori di alimenti paventavano il rischio di un crollo degli affari. La metà del mese di marzo è però già passata e della legge nessuna traccia. Cos'è successo? Probabilmente tutto nasce da un equivoco che ha segnato sin dall'inizio la proposta di Cseke. I media, le organizzazioni mediche e gli stessi operatori del settore alimentare, hanno creduto che la tassa fosse rivolta ai fast-food internazionali - e multinazionali - come McDonald's, Burger King e affini. Dopo il crollo del regime comunista, effettivamente, sono stati aperti cinquanta ristoranti con la "M gialla" in oltre venti città rumene, mentre Burger King ha previsto nel 2008 l'apertura di dieci punti vendita in meno di un anno e mezzo.
Per qualcuno, però, questa misura avrebbe esplicitato un risentimento "anti-occidentale", quasi no global. Non sarebbe stato giusto escludere dalla lista dei fast-food i rivenditori di cibo tradizionale. Ma il governo si è trovato in difficoltà proprio quando è emerso che molti dei prodotti venduti nelle strade e nelle città rumene, non sono proprio "cibo spazzatura". Il pasto più economico e veloce che i rumeni possono comprare, soprattutto a Bucarest, è il kebab, che qui si chiama shaorma. I rivenditori si sono subito mobilitati, sostenendo che il kebab non si può considerare poco sano solo perché viene servito in tempi brevi. Quasi tutti gli ingredienti sono freschi e di qualità, o perlomeno provengono da produzioni nazionali. La tassa non colpirebbe poi direttamente i fast-food, bensì si applicherebbe su una lista di singoli prodotti considerati dannosi per la salute. Ma così il governo sarebbe costretto ad analizzare oltre quarantamila prodotti alimentari, da tassare o meno. Ecco spiegato il ritardo nell'introduzione dell'imposta.
L'eventuale inclusione dello shaorma tra i cibi non sani, dunque tassabili, non è stata gradita dalla popolazione, oltre che dai diretti interessati, produttori e rivenditori. In molti contestano innanzitutto che anziché imporre una tassa, il governo dovrebbe impegnarsi a promuovere una corretta educazione alimentare, dal momento che l'obesità imperversa soprattutto tra i più giovani. Ma non piace neanche l'idea che si vogliano colpire i piccoli operatori del settore; in molti casi peraltro i rivenditori di kebab sono stranieri o appartengono ad una delle tante minoranze rumene. Per le industrie alimentari, la tassa non ha nulla a che vedere con le politiche della salute e la promozione di una buona alimentazione. È una tassa, quindi si fonda soltanto su ragionamenti e obiettivi economici. Il caporedattore di Food and Bar Magazine, la più nota rivista rumena nel settore gastronomico e della ristorazione, Tiberiu Fueriu, non usa giri di parole: "Semplicemente andare per strada e vedere quanta gente fa la fila davanti ad un ristorante, ti dà l'idea che puoi guadagnare molti soldi approfittando di loro".
Le multinazionali dell'hamburger, anche in Romania, possono contare su campagne pubblicitarie che propagandano controlli severi e attenti sulla salubrità del cibo e sul corretto apporto nutrizionale dei loro prodotti. Il che molto spesso non è vero. I rivenditori di shaorma per le strade della Romania sanno di vendere cibi sani e naturali, ma forse non hanno gli stessi mezzi per rispondere a chi vorrebbe fare pagare una tassa sui kebab. La Romania riconosce per Costituzione i diritti delle sue tante minoranze, ma c'è il rischio che la tassa del ministro Cseke colpisca soprattutto gli immigrati. Incidentalmente, Attila Cseke è senatore dell'Unione Democratica degli Ungheresi di Romania.
Giorgio Caccamo