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Dall'ospedale Medina: 71 feriti in un giorno (video)
Soprattutto vittime civili (video)
Potrebbe essere l'ultimo atto del dramma somalo. Le milizie islamiche di Al Shabaab hanno lanciato l'offensiva finale al cuore delle istituzioni. Questa mattina, due miliziani si sono introdotti in un albergo del centro della capitale e hanno aperto il fuoco sulle persone che si trovavano all'interno. Il bilancio è provvisorio perché le poche unità di soccorso non riescono a raggiungere il luogo dell'eccidio ma si parla di 40 morti, dei quali sei sarebbero deputati e quattro alti funzionari del governo, 98 i feriti. Secondo un testimone citato dalle agenzie, i parlamentari uccisi sarebbero 15.
La dinamica. Erano da poco passate le 11, ora locale, quando due uomini - non stranieri ma somali, come dicono le fonti raccolte da Peacereporter - che indossavano le uniformi delle forze governative, dopo aver freddato una guardia all'ingresso, si sono introdotte nell'hotel Muna e hanno dato inizio ad una caccia all'uomo. Un piccolo gruppo di fuoco composto da due, forse tre persone, una delle quali un martire che poi si è fatto saltare in aria. Le truppe del governo appoggiato da uomini della missione dell'Unione Africana in Somalia, Amisom, hanno subito circondato l'albergo riuscendo a catturare un membro del commando.
L'attacco è il culmine di un'escalation cominciata ieri con un violento scontro a fuoco tra i miliziani e le truppe dell'Unione Africana. L'offensiva è cominciata subito dopo l'annuncio del portavoce di Al Shabaab, Sheikh Ali Dhere, che dichiarava iniziata la fase finale "della guerra contro gli infedeli invasori di Mogadiscio (Amisom)".
Secondo Ali Musa, il direttore di Life Line Africa, una Ong locale che gestisce l'unico servizio di ambulanze privato in funzione, il bilancio degli scontri di ieri sarebbe di 20 morti e 56 feriti, salvo poi aggiungere che si tratta di cifre parziali perché i suoi uomini non sono riusciti a raccoglierli tutti, dal momento che è troppo pericoloso sostare in zona a lungo. Radio Shabelle, da parte sua, parlava di 30 morti. In totale, in due giorni sono morte circa cento persone e altre 130 sono rimaste ferite.
Al di là dei numeri, il massacro di oggi lancia un messaggio molto chiaro: il governo provvisorio si è ridotto ad una mera finzione lessicale, perché non controlla più nemmeno la capitale. Se Al Shabaab era già padrona del sud del Paese, negli ultimi mesi era andata estendendo il suo controllo anche sulla zona centrale e aveva preso possesso di interi quartieri di Mogadiscio. L'attacco di oggi è il colpo definitivo alla credibilità e alla fiducia del "potere" centrale, perché l'hotel Muna si trova nella zona delle istituzioni, quella più protetta e fin qui creduta, erroneamente, quasi inespugnabile.
Ma l'assalto all'hotel Muna porta con sé anche tristi conferme riguardo la strategia della formazione islamista, che da tempo aveva cominciato a sparare da luoghi affollati, sperando di inibire così una reazione o di provocare un massacro di civili da addebitare all'Amisom, in modo da innescare un sentimento di odio verso le forze straniere (i seimila soldati dell'Amisom provengono dagli eserciti di Uganda e Burundi) e trasformare la sua guerra "religiosa" in una lotta di liberazione. E infatti la resa dei conti ieri è cominciata dal mercato di Bakara, luogo dal quale Al Shabaab aveva già colpito nelle settimane precedenti, mimetizzandosi tra mercanti e clienti, e infatti la maggioranza delle vittime sono donne e bambini, abituali frequentatori del mercato.
Ma l'attacco ribadisce anche l'impreparazione della missione Amisom e del suo cervello politico, quell'Unione Africana che soltanto poche settimane fa, nel suo summit di Kampala, aveva promesso una nuova strategia in Somalia per liberare il Paese da Al Shabaab, percepito ormai come una minaccia alla sicurezza continentale. Tante chiacchiere, tante dichiarazioni, la promessa di mandare rinforzi cospicui, a livello di uomini e di armamenti; parole rassicuranti che sono rimaste tali, mentre le diplomazie si interrogavano sulla necessità di trasformare la natura della missione di pace (da peacekeeping in peace enforcing, ndr), conferedole i poteri previsti dal Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, quello che avvalla l'uso della forza. Intanto le milizie proseguivano la loro marcia al cuore del debolissimo stato. Adesso che Al Shabaab ha dimostrato che non sono sicuri nemeno i deputati, nemmeno nelle aree sotto il controllo delle forze governative, è sempre più chiaro che l'agonia del governo provvisorio è ormai finita.
Alberto Tundo