07/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Washington e Mosca si contendono il "signore della guerra" russo e i suoi preziosi segreti. Ma la Thailandia, dove è in carcere dal marzo 2008, non ha ancora deciso a chi consegnarlo

L'atteggiamento rimane camaleontico, sfuggente e dal sorriso perennemente beffardo, proprio come Nicholas Cage nel film "Lord of War", a lui ispirato. Forse perché anche dopo due anni e mezzo di carcere a Bangkok, in cui ha perso oltre 30 chili di peso, il russo Viktor Bout sa di essere a conoscenza di informazioni talmente delicate da scatenare un vero e proprio giallo internazionale intorno a lui, con Usa e Russia che stanno esercitando enormi pressioni sulla Thailandia affinché consegni loro l'uomo considerato uno dei trafficanti d'armi più potenti al mondo.

Arrestato nel marzo 2008 in una trappola tesagli da due agenti americani, che si erano finti intermediari per conto dei guerriglieri colombiani delle Farc in un acquisto di un arsenale che comprendeva missili terra-aria e mitragliatori, Bout continua a proclamarsi innocente: un semplice businessman nella logistica globale - come ha ripetuto per l'ennesima volta la moglie Alla in una recente conferenza stampa a Bangkok - che non ha mai comprato o venduto armi. Il profilo compilato dagli americani racconta un'altra storia: quella di un personaggio che compare in tutte le principali guerre africane e mediorientali degli ultimi vent'anni, rifornendo despoti e guerriglieri di di armi attinte dall'enorme ex arsenale sovietico.

E' per questo che contro Bout gli Usa hanno emesso diversi capi di imputazione, su tutti quello di terrorismo. Chi si aspettava una rapida estradizione negli Usa dopo l'arresto - la Thailandia è il tradizionale alleato di Washington nel sud-est asiatico - è stato però smentito dai fatti. Nell'agosto 2009, un tribunale di Bangkok ha negato l'estradizione, definendo il caso "politico" e non "criminale": le Farc, era stata la spiegazione, non sono considerate un'organizzazione terroristica dalla Thailandia. Lo scorso 20 agosto, una corte d'appello ha rovesciato quel verdetto, ordinando l'estradizione di Bout entro tre mesi. Qualche giorno dopo, con un aereo americano già pronto sulla pista dell'aeroporto Don Meuang di Bangkok, il premier thailandese Abhisit Vejjajiva ha però bloccato la partenza del russo. E lì il giallo si è infittito.

Non è un mistero che Washington abbia ribadito in più occasioni - l'ultima, convocando l'ambasciatore thailandese qualche giorno prima dell'ultimo verdetto - l'importanza del caso. La Russia, il cui ministro degli esteri Sergei Lavrov ha promesso di fare "tutto ciò che sarà necessario" per riportare Bout in patria, non se n'è però stata a guardare. Sulla scia di rapporti in via di distensione da anni con la Thailandia - dove il turismo russo è in fortissima ascesa - Mosca ha offerto a Bangkok forniture di petrolio a prezzo scontato e jet militari.

Riguardo i motivi dell'insistenza del Cremlino, la giornalista russa Yulia Latynina ha rivelato che l'ex ufficiale dell'aereonautica Bout, in un breve periodo a fine anni Ottanta in Mozambico, aveva come superiore Igor Sechin, un ex agente del Kgbc che oggi è vice primo ministro russo, e fedelissimo di Vladimir Putin. "I commerci di Bout non sarebbero stati possibili senza la protezione di uno stato", ha scritto Douglas Farah, autore di una controversa biografia sul "Mercante di morte". Si capirebbe così la priorità del caso Bout anche per Washington, che potrebbe carpirgli informazioni fondamentali di intelligence. Ma il trafficante russo è probabilmente a conoscenza di segreti che riguardano anche gli Usa. Da compagnie legate a Bout, nel suo "McDonald's delle armi" - come è stato soprannominata da diversi analisti la rete messa su dal russo - si sono riforniti anche contractors statunitensi in Iraq, come la Halliburton.

Nel calderone, intanto, c'è finita anche la Thailandia, conscia di avere in mano una pedina importante. Lo scorso aprile, uno strettissimo collaboratore del premier Abhisit ha visitato in carcere Bout. Su cosa si sono detti, le versioni sono discordanti. Il politico minimizza spiegando di esserci andato in qualità di semplice parlamentare, per controllare le condizioni di Bout; ma il russo ha invece rivelato di insistenti domande riguardo l'ex premier Thaksin Shinawatra, che Bangkok sta cercando di riportare in patria dall'autoesilio per processarlo - con l'accusa di terrorismo - in merito al suo finanziamento delle "camicie rosse" antigovernative, protagoniste delle recenti proteste costate 91 morti e 1.800 feriti.

Non è mai stata fatta completa chiarezza sul caso dell'aereo carico di 35 tonnellate d'armi, proveniente dalla Corea del Nord, sequestrato nel dicembre 2009 durante uno scalo a Bangkok ma dalla destinazione ignota. Il velivolo, in precedenza di proprietà di una compagnia controllata da Bout, era registrato presso una società con sede adiacente al Cremlino. Le voci secondo cui le autorità thailandesi avrebbero offerto a Bout la libertà, se avesse legato Thaksin a quelle armi, non sono state confermate dagli interessati. Ma anche quel cargo fa parte dei segreti su cui Bout potrebbe fare luce.

Le varie parti interessate devono però sbrigarsi: l'ultima sentenza dispone che il russo venga rimesso in libertà dopo tre mesi, se l'estradizione non sarà stata completata nel frattempo. Da parte sua, il "mercante di morte" sta facendo di tutto per allungare i tempi: ha anche scritto direttamente ad Abhisit, implorandolo di non consegnarlo agli Usa perché lì non otterrebbe un processo equo, e la sua vita sarebbe in pericolo. Di certo, con tutte le informazioni raccolte in 20 anni di "logistica aerea", le persone che lo preferirebbero in silenzio per sempre non mancano.

Alessandro Ursic