Quando comincia una guerra? Difficile dirlo, di questi tempi, senza dichiarazioni recapitate da ambasciatori in livrea. Segnali, da cogliere. Come tessere di un mosaico che, uno alla volta, vanno al loro posto. Il Golfo Persico (per gli iraniani, visto che per tutti gli altri trattasi di Golfo Arabico) sembra in questo momento la base sulla quale ciascuno piazza la sua tessera.
Gli Emirati Arabi Uniti possono piacere o meno. Di sicuro non piacciono ai migranti ridotti in schiavitù per costruire la Fantasilandia nel deserto degli sceicchi emiratini. Per anni, però, sono piaciuti molto agli ayatollah iraniani che, sotto pressione in tutto il mondo, trovavano in Dubai e soci i partner ideali per avere uno sbocco alla finanza mondiale. Il gioco, però, sembra finito. Le tessere vengono posizionate in modo differente. Il 21 ottobre scorso il governo dell'emirato di Fujeirah, uno dei sette che compone gli Emirati Arabi Uniti, ha inaugurato una base navale, la prima del reame che offre uno sbocco sull'Oceano Indiano.
Obiettivo dichiarato: uno sbocco per il petrolio che non dipenda dallo Stretto di Hormuz. La 'porta', come la chiamano gli iraniani. Una porta che gli ayatollah hanno minacciato spesso di chiudere in caso di attacco armato, bloccando il commercio mondiale di petrolio. Gli Emirati aggirano quindi, depotenziandolo, uno dei più importanti deterrenti economici che l'Iran aveva da contrapporre ai suoi nemici. Non proprio un gesto da amici, dunque. Ma già da tempo le relazioni tra Dubai e Teheran non sono delle migliori. Piano piano gli Emirati, minacciati di fallimento dalle banche occidentali, hanno iniziato a smarcarsi dall'Iran, rendendo la vita (finanziaria) dura agli ayatollah.
Solo l'ultima puntata di una strategia d'isolamento dell'Iran che Arabia Saudita, Israele e Usa guidano da tempo. La Penisola Arabica, ormai, è off limits per gli iraniani. Riad, il 21 ottobre scorso, ha ottenuto dagli Stati Uniti la più grande fornitura militare della storia che lega i due alleati fin dagli anni Cinquanta. Un'amicizia che ha accusato una crisi dopo gli attentati dell'11 settembre, ma che piano piano si ricolloca ai livelli di un tempo. Non a caso, dopo una lunga (e precauzionale) malattia, è tornato a farsi vedere a corte il principe Bandar bin Sultan, che nel 2001 era ambasciatore saudita a Washington e uomo chiave delle relazioni tra i due stati.
Un falco, un duro. Un monito per l'Iran, del quale è nemico noto. In Bahrein si vota per il Parlamento, il 23 ottobre prossimo, mentre tutti gli sciiti influenti (maggioranza della popolazione) languono in carcere. Il Kuwait ha vietato, per timore di scontri tra sunniti e sciiti, manifestazioni pubbliche. Tutto è nato dalle dichiarazioni di un imam sciita, Yaseb Habib, che da Londra ha rilasciato dichiarazioni lesive della reputazione di Aisha, moglie di Maometto, e considerata dai sunniti la madre di tutti i credenti. Insomma, il clima è infuocato nelle acque del Golfo, mentre è in corso la battaglia più importante: la nomina del nuovo governo iracheno.
I media iraniani con enfasi, molto meno quelli sauditi, hanno dato notizia di una telefonata tra il re saudita Abdelaziz e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L'argomento sarebbe stato, senza conferme ufficiali, proprio il nuovo governo iracheno. L'ex premier di Baghdad, Nouri al-Maliki, cerca di mettere assieme un esecutivo, tra le pressioni di Riad e Teheran.
Pressioni che, sembra, rischiano di oltrepassare la misura. Due giorni fa, lungo la strada da Najaf a Baghdad, il convoglio dell'inviato speciale delle Nazioni Unite in Iraq, il diplomatico olandese Ad Melkert, è stato obiettivo di un attacco armato. Hanno perso la vita due uomini della sua scorta. Melkert tornava nella capitale irachena dopo aver incontrato l'ayatollah al-Sistani, noto per avere una visione differente del ruolo temporale dei religiosi. Inviso, dunque, a Teheran. Come comincia una guerra?
Christian Elia