Al Congresso degli Stati Uniti d’America non c’è più spazio per le trattative e i toni concilianti tra repubblicani e democratici. Le elezioni di midterm hanno ridisegnato la mappa degli equilibri tanto nella Camera dei Rappresentati – conquistata dai repubblicani – quanto nel Senato, dove i democratici hanno perso terreno. In questo particolare e ristretto periodo di transizione – che durerà fino al 5 gennaio, giorno di insediamento dei neoeletti senatori e generalmente denominato lame duck session (anatra zoppa) – il presidente Barack Obama dovrà giocare tutte le carte a sua disposizione per far approvare e ratificare il nuovo Start (Strategic Arms Reduction Treaty) siglato con il presidente russo Dimitri Medvedev nella primavera scorsa a Praga. Il nuovo trattato, che sostituisce il precedente concluso nel 2002 e decaduto nel dicembre 2009, prevede la riduzione delle testate nucleari di un ulteriore trenta per cento fissandone il numero a 1550. L’accordo prevede anche un’attività di ispezione su suolo russo per verificare la reale riduzione dell’arsenale strategico. Obama è fiducioso che il trattato verrà ratificato prima della fine di dicembre e anche il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton è convinta di avere i numeri necessari per l’approvazione del documento. In realtà è così, ma tutto dipende da quando l’accordo verrà preso in esame. Secondo la Costituzione americana, la ratifica dei trattati richiede l’approvazione dei due terzi del Senato: ciò significa che, se si dovesse votare dopo il giuramento dei nuovi membri del Senato, Obama dovrebbe convincere al voto favorevole quattordici senatori repubblicani.
L’ultima telefonata tra il vice presidente John Biden e il numero due dei senatori repubblicani Jon Kyl ha aperto uno scenario politico che rischia di mettere alle strette la presidenza Obama. I repubblicani non vogliono cedere ai democratici una vittoria importante, dal momento che il New Start rappresenta la priorità della politica estera dell’amministrazione Obama. Dalla Casa Bianca, fanno sapere che il trattato non dovrebbe costituire oggetto di contenzioso tra le due parti politiche, essendo questa una questione di sicurezza internazionale. L’ostruzionismo dei repubblicani, dettato oltre che da motivi meramente politici, deriva anche dal timore che gli accordi possano mettere in discussione l’ammodernamento delle infrastrutture nucleari e la difesa missilistica degli Stati Uniti. John Biden ha spiegato perché lo slittamento del voto o - peggio ancora - l’archiviazione della ratifica, potrebbero costare caro a Washington: senza la ratifica non ci saranno ispettori statunitensi a monitorare le attività nucleari della Russia, ma soprattutto bloccherebbe la cooperazione tra le due potenze che posseggono il novanta per cento degli arsenali nucleari. Tanto più che la Russia ha dimostrato di essere un affidabile interlocutore per l’imposizione di sanzioni all’Iran oltre che una buona sponda per il rifornimento delle truppe impegnate nella guerra in Afghanistan.
Nonostante le rassicurazioni di Obama fatte a Medvedev, la Duma – il parlamento russo – ha assunto un atteggiamento attendista: subito dopo l’esito del voto negli Stati Uniti, la commissione Affari esteri ha ritirato le raccomandazioni di ratifica in attesa di novità da Washington. Il presidente della Commissione, Konstantin Kosachev, ha infatti espresso i suoi dubbi: se il Senato statunitense non vota entro il mese di dicembre, le possibilità che il trattato venga ratificato crollerebbero radicalmente.
Nicola Sessa