Si chiama United Movement of Mongolian Rivers and Lakes, è la riedizione mongola dei movimenti ecologisti radicali che abbiamo conosciuto in Occidente, ma non si tratta solo di "amore" per la natura, perché l'ambiente, per un mongolo, è la vita stessa.
Nel difficile passaggio dalla tradizione nomade a qualcos'altro di non ben definito, gli eredi di Gengis Khan sono disposti a prendere in mano le armi per difendere corsi d'acqua - un bene raro - steppe e foreste.
I nemici principali sono le compagnie minerarie, che saccheggiano il ricco suolo del Paese per esportare le materie prime da mettere nel motore dell'economia globale.
Mongolia, gli ecoguerrieri dell'acqua
Qualche fucilata a un paio di ruspe, più un gesto simbolico (o dettato dalla disperazione) che una vera azione di lotta. Ma gli ecoguerrieri mongoli aspettano la primavera per cominciare una nuova stagione di lotte.
Ninja, gli abusivi dell'oro
Un reportage sugli ex nomadi che abbandonano la vita delle steppe e cercano fortuna nella miniera a cielo aperto di Uyanga. Una società stratificata, che produce nuove gerarchie e povertà.
Mongolia, hard discount degli umani
Un altro esito della modernità difficile: il traffico di esseri umani. Con la promessa di lavoro, uomini, ma soprattutto donne e bambini, sono attirati in una trappola fatta di sfruttamento (anche sessuale) e schiavitù. Ma la società civile sta elaborando gli anticorpi.
Mongolia, la ferrovia del dispetto
Un vicino ingombrante a sud, la Cina, un enorme retroterra semivuoto, la Siberia russa. E così la Mongolia preferisce guardare a nord per il proprio sviluppo. Il popolo più nomade della terra si sente assediato da quello più sedentario, tre milioni contro un miliardo e trecento.