27/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un'accurata analisi del cammino compiuto dal continente nell'ultimo anno

scritto da
Samuele Mazzolini
 

Così come era avvenuto nel biennio 2005-2006, la coincidenza di varie tornate elettorali in molti paesi latinoamericani nel giro di pochi mesi rappresenta un buon termometro per avanzare una riflessione sull'orientamento politico del subcontinente. Con una leggera flessione delle correnti progressiste, gli ultimi risultati regalano un mosaico più complesso rispetto al panorama di quattro anni fa, che aveva confermato una regione spostata perlopiù a sinistra, pur nelle sue differenti varianti. Infatti, se già l'avvio del nuovo millennio aveva portato con sé l'immagine di un continente nuovamente ribelle, o quantomeno refrattario a reiterare gli scempi sociali causati da un ventennio di pacchetti economici neoliberali, l'inizio del nuovo decennio sembra indicare una crisi dei discorsi progressista e anti-neoliberale, senza che questi abbiano perso completamente il loro peso, tanto elettoralmente quanto culturalmente.

Cile. Il risultato più significativo è indubbiamente quello cileno per la portata storica del ribaltone causato dalle elezioni presidenziali, culminate con il ballottaggio di gennaio. Come ormai ci si aspettava da tempo, la Concertación, l'alleanza tra socialisti e democristiani che ha governato il paese dalla caduta di Pinochet, ha ceduto il passo nei primi mesi dell'anno a Sebastián Piñera, esponente del centrodestra, vero e proprio Paperon de Paperoni locale, volto di un Cile sempre più identificato come amico dei mercati e citato acriticamente come esempio di miracolo economico. Nonostante l'indice di popolarità della presidentessa uscente Michelle Bachelet fosse all'apice al momento delle elezioni, ciò non è servito a far riversare i voti necessari sul candidato ufficiale del centrosinistra, l'ex presidente Eduardo Frei. Una lettura più attenta rivela però che la sommatoria dei voti della sinistra nel primo turno avrebbe prevalso con oltre il 50 percento data la spaccatura provocata dalla discesa in campo di un dissidente del Partido Socialista, Marco Enríquez-Ominami, il quale ha ottenuto ben il 20 percento dei consensi, e il discreto successo di un terzo candidato radicale. Sembra proprio che la decisione della Concertación di candidare Frei abbia avuto il risultato di confermare lo scetticismo dell'elettorato di centrosinistra nei confronti di una coalizione politica sempre più slegata dalla società civile e incapace di operare un necessario rinnovo dei propri quadri. In questo senso, la negativa ad operare un processo interno di primarie sembra aver inciso sfavorevolmente sull'immagine del centrosinistra. In questo modo, l'America Latina perde uno degli esempi più notori a livello mondiale di difficile connubio tra riformismo e mercato, dove ai passi in avanti rispetto al periodo pinochetista su temi come la povertà e il welfare hanno fatto da contrappunto una disuguaglianza tristemente famosa e un razzismo sociale ed economico radicato nella cultura e nella prassi. Nei primi mesi di mandato Piñera è stato costretto ad affrontare le spinosissime questioni dell'emergenza terremoto e dei 33 minatori rimasti intrappolati sottoterra. La capacità di far fronte all'emergenza e lo spirito di unità nazionale che è prevalso in questo frangente hanno consolidato la sua popolarità. Ha tuttavia davanti una strada in salita, considerando la mancanza di una maggioranza parlamentare e lo spauracchio di Michelle Bachelet, che potrebbe tornare a candidarsi alle prossime elezioni. Sul piano geopolitico continentale, il neo-eletto presidente ha già confermato il corso di un Cile da protagonista moderato, sebbene mai centrale, in virtù delle storiche rivalità e dispute mantenute con i paesi limitrofi.

Brasile. Al contrario di quanto avvenuto in Cile, in Brasile il presidente uscente Lula è stato in grado di travasare la propria notorietà sulla meno conosciuta Dilma Rousseff, capo di gabinetto della presidenza e prescelta dallo stesso ex sindacalista come sua erede alla candidatura del Partido de los Trabalhadores (PT) già mesi prima delle elezioni. Conclusasi con il ballottaggio di fine ottobre, si è trattata di una transizione in parte scontata e un po' noiosa, fatta eccezione per il successo inatteso della candidata verde e antiabortista Marina Silva (ex ministra di Lula) che ha ottenuto il 20 percento al primo turno. Lo sfidante di Dilma al ballottaggio, Josè Serra, ha cercato di far leva su questa tematica, adottando una posizione intransigente sull'aborto e costringendo la candidata del Pt, preoccupata dal voto cattolico ed evangelista, a una marcia indietro alquanto maldestra all'annunciata depenalizzazione dell'interruzione di gravidanza. Nel complesso tuttavia, si è assistito ad una campagna poco frizzante e poco politica: ad adoperarsi maggiormente sono stati gli addetti al marketing elettorale del PT, che hanno lavorato affinché l'elettorato identificasse Dilma come naturale successore di Lula. Questo a riprova della progressiva trasformazione da partito operaio a partito tecnocratico, una mutazione già divenuta chiarissima durante il primo mandato dell'ormai ex presidente.
Lula, acclamato dai media internazionali come esempio di moderazione nella politica economica avendo evitato misure populiste di tipo fiscale, ha ottenuto altresì il plauso per le politiche sociali contro la povertà e per il ruolo di prestigio giocato dal Brasile sullo scacchiere internazionale, valso tra l'altro l'assegnazione dei mondiali di calcio nel 2014. Il tentativo di mediazione con l'Iran, partner economico di rilievo del paese lusofono, rappresenta la sfida più ambiziosa della diplomazia brasiliana, riconosciuta internazionalmente come una delle più preparate del continente. Internamente però, il Brasile rimane un paese profondamente diseguale e piagato da ingiustizie sociali polarizzanti: i problemi legati alla criminalità, che si ripropongono con inesorabile periodicità nei grandi centri urbani in forme spesso drammatiche, ne sono testimoni. Lula oltretutto si è dimostrato debole nei confronti dei poteri forti nazionali. Se da un lato è comprensibile che sia sentito imbrigliato dagli interessi delle multinazionali brasiliane per un tornaconto economico e internazionale indubbio per il paese, è meno meritoria la passività dimostrata nei confronti della questione agraria e degli arcaici proprietari latifondisti, i quali sono stati in grado di tenere sotto scacco Lula attraverso una folta rappresentanza parlamentare.


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Parole chiave: elezioni, brasile, cile, lula, pinera
Categoria: Politica
Luogo: americhe
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