Quattro giorni di guerra al confine tra Thailandia e Cambogia. Da venerdì a lunedì i due eserciti si sono fronteggiati a colpi di mitragliatrici, razzi, mortai e artiglieria pesante. Si contano almeno cinque morti, tra cui due civili, decine di feriti e almeno quindicimila sfollati.
La contesa, come già per gli scontri armati del 2008, riguarda sempre la vecchia disputa territoriale sulle rovine dell'antico tempio khmer di Preah Vihear, assegnate nel 1962 alla Cambogia dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma rivendicate dalla Thailandia.
Anche questa volta però, come nel 2008, la crisi di confine è legata allo scontro politico in atto a Bangkok ormai da quattro anni, ovvero dal golpe militare con il quale la destra aristocratica rovesciò nel settembre del 2006 il governo popolare e populista di Thaksin Shinawatra.
Finora la partita politica thailandese si era giocata tra due fronti ben distinti. Da una parte i 'gialli': monarchici, elitisti e nazionalisti, i cosiddetti 'ammat' (aristocratici), sostenuti dall'esercito e delle classi medio-alte urbane. Dall'altra i 'rossi': i poveri delle province rurali e delle periferie degradate, i cosiddetti 'prai' (plebei), nostalgici delle politiche sociali e populiste di Thaksin.
Uno scontro che ha toccato il suo apice l'anno scorso, tra aprile e maggio, quando il governo 'giallo' di Abhisit Vejjajiva mandò i carri armati contro le 'camicie rosse' che occupavano in massa la capitale, causando oltre novanta morti e portando il paese sull'orlo di una guerra civile.
Il giovane premier Abhisit riuscì a rimanere in sella, ma con tali difficoltà da indurlo, lo scorso dicembre, ad annunciare elezioni anticipate. Una decisione che gli è costata il sostegno dell'esercito e dei 'gialli'. In caso di voto, infatti, i 'rossi' vincerebbero e, una volta al governo, incriminerebbero i vertici militari per la sanguinosa repressione della scorsa primavera.
Analisti e commentatori sono convinti che i generali thailandesi siano pronti ad attuare un altro golpe con il sostegno dei monarchici nazionailsti, per rovesciare Abhisit e impedire le elezioni. Da qui la nuova crisi con la Cambogia, innescata dai militari e dai gialli, per mettere alle corde il giovane premier.
L'ennesima crisi di Preah Vihear è iniziata a fine dicembre con il provocatorio sconfinamento di sette nazionalisti thailandesi in territorio cambogiano e il loro arresto da parte dei militari cambogiani. Una mossa che ha fornito al capo delle forze armate thailandesi, generale Prayuth Chan-ocha, il pretesto per mobilitare a fine gennaio l'esercito al confine e sparare i primi colpi.
Nel frattempo a Bangkok gli ex sostenitori giallovestiti di Abhisit hanno iniziato a protestare per chiedere azioni dure contro la Cambogia: richiesta subito accolta da generali. Ma questo non li ha fermati, e sono rimasti in piazza per chiedere le dimissioni di un premier accusato di essere troppo morbido.
Per venerdì le 'camicie gialle' hanno programmato una grande protesta attorno ai palazzi del potere di Bangkok per rovesciare il premier: le magliette che indossano invocano un nuovo 'golpe civile-militare'. Il governo ha dato alla polizia poteri speciali per fronteggiare la situazione ed evitare una rivolta.
Le 'camicie rosse' ne hanno subito approfittato, indicendo anche loro una protesta a Bangkok contro il governo, ma anche contro l'esercito, per domenica.
Enrico Piovesana