Vedi anche: Cina, forza lavoro mutante
Una popolazione sempre più urbana e sempre più vecchia. Sono questi i due dati più significativi emersi dal censimento decennale cinese e resi noti in questi giorni.
Si intuivano, si sapevano, ma leggere i numeri è un'altra cosa. C'è anche dell'altro, per esempio il fatto che in Cina i maschi sono 34 milioni in più delle femmine (51,3 contro 48,7 per cento della popolazione), ma le due conferme di cui sopra sono forse le più gravide di conseguenze.
I cinesi che vivono in città erano 665,6 milioni a novembre dell'anno scorso (49,7 per cento del totale, il 13,5 per cento in più rispetto a dieci anni prima), contro una popolazione rurale di 674,2 milioni. Il sorpasso è ormai imminente, avverrà ben prima del prossimo censimento. Per la prima volta nella storia, una civiltà che ha plasmato il proprio pensiero, il linguaggio e la scrittura, nonché le forme politiche, sulla vita contadina e sulle opere collettive necessarie all'irrigazione dei campi, sarà urbana.
Le conseguenze saranno una crescita dei consumi, anche alimentari, a fronte di una quota sempre maggiore di popolazione impiegata nei servizi invece che nel settore primario. Per sfamare tutti, l'agricoltura diventerà sempre più tecnologica e sempre meno ad alta intensità di lavoro.
Azzardando analogie con l'Occidente, ci sarà la crescita numerica del ceto medio, nuovi bisogni sia materiali sia immateriali, forse una rivoluzione borghese "con caratteristiche cinesi". Ma la Cina è la Cina e le epoche storiche sono differenti. Riponiamo la sfera di cristallo.
Più chiare appaiono le ricadute sulle città stesse, sull'ambiente urbano. Nel Celeste Impero esistono già oltre 160 città che superano un milione di abitanti e alcune metropoli sono ormai "casi" studiati a livello internazionale. Shanghai ha quasi venti milioni di abitanti, Pechino quattordici, l'area amministrativa - cioè la città estesa - di Chongqing, arriva a 32 milioni. E se va in porto il progetto ciclopico di fondere assieme nove città sul delta del fiume delle Perle, avremo una megalopoli del sud di 42 milioni di abitanti e quasi 26mila chilometri quadrati di estensione. Le candidate sono Guangzhou, Shenzhen, Foshan, Dongguan, Zhongshan, Zhuhai, Jiangmen, Huizhou e Zhaoqing, cioè la cintura manifatturiera della Cina contemporanea, la "fabbrica del mondo" da cui proviene quasi tutto ciò che consumiamo.
Fantascienza? Neanche per sogno, perché sono già in piedi i cantieri per costruire le ventinove nuove linee ferroviarie veloci (tecnologia nella quale il Dragone è all'avanguardia) che saranno il sistema nervoso di questo organismo. Amministrativamente si lavora sull'unificazione di tariffe telefoniche ed elettriche e, con i duemila miliardi di yuan d'investimento previsti (più di 220 miliardi di euro), si pensa di migliorare scuole e ospedali.
La scommessa è quella di rendere sostenibile qualcosa che il mondo non ha mai visto, ma la pianificazione urbana cinese prende in considerazione anche altre strade: oltre agli agglomerati urbani simil-Blade Runner, si pensa a città più piccole, dotate di servizi, connesse dall'alta velocità. Attorno al golfo di Bohai, nel nordest cinese, tra Dalian, Pechino e Tianjin, si va formando un anello di città da 260 milioni di abitanti: immaginate il triangolo che da Venezia va a Milano e poi giù sulla via Emilia fino a Bologna. E poi moltiplicate per trenta.
Il censimento rivela poi una popolazione sempre più anziana. I cinesi oltre i sessant'anni di età sono attualmente il 13,3 per cento del totale, quasi tre punti percentuali in più rispetto al 2000. Il trend sta accelerando più velocemente di quanto prevedevano le stesse proiezioni delle Nazioni Unite. La politica del figlio unico era stata decisa per consentire più benessere, cioè meno bocche da sfamare, per rendere più dinamica la popolazione. Ha assolto al suo compito, ma oggi sta volgendosi nel suo contrario, aumentando esponenzialmente la popolazione improduttiva.
Il fondo pensioni pubblico cinese ha in cassa 856,8 miliardi di yuan (circa 90 miliardi di euro), ma ci vuole di più. Così, come tutti i fondi pensione che si rispettano, investe.
La strategia appare accorta, diversificata. Il National Social Security Fund (Nssf) è gestito da un Consiglio, formalmente non governativo, che ha però lo stesso rango di un ministero.
Ha appena collocato 10 miliardi nel capitale della China Development Bank, che nel sistema bancario cinese è uno dei policy lenders, cioè uno di quegli istituti che veicolano risorse nelle imprese di stato considerate strategiche. Ora ne possiede il 2,19 per cento del pacchetto azionario.
In passato, il Nssf aveva già acquisito quote della Bank of China, della Industrial and Commercial Bank of China, della Bank of Communications e della Agricultural Bank of China.
Guarda anche all'estero e lo fa "secondo caratteristiche cinesi": più investimenti produttivi che speculazione finanziaria. Diciotto miliardi del suo patrimonio sono già investiti in private-equity, cioè di fatto nell'acquisto di (o partecipazione a) asset produttivi stranieri.
Se questa strategia darà i suoi frutti, se cioè riuscirà a pagare le pensioni a una quota crescente di anziani, sarà l'ennesima leva che determinerà la trasformazione dell'economia cinese in direzione dei consumi, perché la popolazione non sarà più portata a risparmiare per garantirsi un reddito e cure mediche in tarda età.
Gabriele Battaglia