02/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Thailandia, la repressione del governo colpisce ancora il sud musulmano e povero
vittimeFile di cadaveri avvolti in sacchetti di plastica. Ragazzi che strisciano a terra con le mani legate dietro la schiena. Parenti in lacrime davanti alle liste dei morti. Le immagini del massacro di Tak Bai, villaggio del Narathiwat, provincia a sud della Thailandia, hanno fatto il giro del mondo portando l’attenzione su una delle questioni più dimenticate del Paese asiatico: quella della minoranza musulmana, poco più di due milioni di persone su una popolazione di 63 milioni di abitanti, in gran parte buddisti.
 
La tragedia si è compiuta nella mattina di lunedì 25 ottobre. Duecento persone si erano riunite davanti alla stazione di polizia per chiedere la liberazione di sei uomini accusati di aver fornito armi a gruppi estremisti islamici. Quando una folla di tremila cittadini è scesa per le strade unendosi alla protesta, le forze di sicurezza hanno reagito con ogni mezzo: spari, botte, lanci di lacrimogeni e idranti. Sei manifestanti sono caduti senza vita colpiti dai proiettili. Due cadaveri sono stati trovati in un corso d’acqua e almeno altre 78 persone sono morte dopo essere state portate via sulle camionette della polizia, in un viaggio lungo cinque ore verso il campo militare della provincia confinante di Pattani. Secondo il medico legale Pornthip Rojanasunant, l’80 per cento degli arrestati sarebbero morti per soffocamento dentro ai furgoncini sovraffollati e coperti da teli cerati. Non si esclude però che molti prigionieri siano stati picchiati e maltrattati dalle forze dell’ordine. A Pattani sono state portate circa mille trecento persone.
 
Dal suo letto d’ospedale Maudin Awae, vent’anni, ha dichiarato alla Reuters: “Insieme a me nella camionetta c’erano dieci uomini. Tantissimi gridavano chiedendo di potersi alzare. Ma i soldati ce lo impedivano e saltavano sopra di noi”. Un altro testimone oculare ha aggiunto: “La polizia aveva creato posti di blocco intorno a Tak Bai. Mi fermai. Scesi dal camion e vidi il corteo. Dopo pochi minuti iniziarono gli scontri. I poliziotti aprirono il fuoco. Ho visto un uomo cadere accanto a me per un colpo di pistola. Era morto. Le forze dell’ordine picchiavano i manifestanti e a un certo punto li accerchiarono. Usarono le canne dei fucili per colpirli al volto mentre erano sdraiati a terra. Presero anche me. Mi diedero diversi colpi sul collo e anche dei calci. Adesso non sento più come prima”. 
 
arrestatiI nomi delle vittime sono stati resi noti solo qualche ora più tardi. Nella notte, mentre le autorità avevano imposto il coprifuoco, una scuola è stata incendiata e una serie di pneumatici sono stati lasciati bruciare in mezzo alla principale strada di accesso alla provincia. La vendetta, temuta dai leader religiosi locali che per tutti questi giorni hanno supplicato di mantenere la calma, non ha tardato però ad arrivare. Giovedì una bomba è esplosa vicino a un bar di Slungai Kolok, al confine con la Malesia. Due i morti e venti i feriti. Il giorno seguente altri due attentati hanno colpito due luoghi pubblici.
 
Chi è l’artefice di questi attacchi terroristici e di tutti quelli sferrati a partire dal gennaio scorso nel sud della Thailandia? Chi erano i dimostranti – tra cui moltissimi giovani - scesi in marcia lunedì? Chi i cento assassinati, ancora una volta dalle forze di sicurezza, il 28 aprile scorso dopo che alcuni gruppi armati avevano condotto una serie di raid contro le stazioni della polizia? I disordini nelle quattro province musulmane di Narathinat, Pattani, Songhkla e Yala sono iniziati il 4 gennaio quando una banda di musulmani ha saccheggiato una base militare e ventuno scuole sono state date alle fiamme. Da allora a violenza è seguita violenza. Da una parte, gruppi criminali  hanno ucciso poliziotti, insegnanti, monaci buddisti e compiuto attentati contro luoghi pubblici. Dall’altra, le forze dell’ordine hanno dato il via a una repressione sanguinaria culminata nelle esecuzioni e negli arresti sommari di fine aprile. In meno di un anno circa quattrocento persone hanno perso la vita.
 
Due ipotesi si possono fare sui responsabili degli attentati: potrebbero avere legami con i vecchi gruppi parente separatisti attivi nella regione tra gli anni ’70 e ’80 o essere le reclute più recenti di un fondamentalismo importato, che agisce in diversi Paesi del sud est asiatico. Un’ipotesi non esclude l’altra: anche i movimenti indipendentisti, infatti, avevano legami con la Jemaah Islamiah e con altri gruppi estremisti islamici di altri Paesi. Non è facile dire quale analisi si avvicini di più alla realtà. E’ certo, però, che questa rivolta è nata in una delle zone più povere e isolate della Thailandia, afflitta da corruzione, traffico di stupefacenti , criminalità e prostituzione. Qui il 70 per cento degli abitanti vive sotto la soglia di povertà e nutre un forte risentimento verso l’autorità centrale. All’estremo confine con la Malesia “le comunità musulmane subiscono pressioni dal governo buddista. Alcuni leader religiosi e maestri islamici sono stati incarcerati per terrorismo senza alcuna prova. Gli arresti sono iniziati nel 2003”, ha raccontato a Peacereporter un operatore turistico.
 
“Gli ultimi fatti sono la conferma del pugno di ferro adottato dal primo ministro Thaksin Shinawatra”, spiega Sara Battistini, coordinatrice di Amnesty per il Sud est asiatico. “La reazione del governo per contenere la violenza nel sud, ma anche per fermare i traffici di droga, è spropositata. Da gennaio sono stati registrati omicidi extragiudiziali, torture, sparizioni e arresti indiscriminati. La polizia colpisce i criminali sospetti senza aver condotto indagini. In nome della ‘guerra alla droga’, iniziata lo scorso anno, sono state uccise 2.245 persone. Anche i giornalisti e gli attivisti umanitari hanno ricevuto minacce e alcuni sono stati addirittura assassinati. Ad oggi, quattro persone si trovano nel braccio della morte e rispetto al 2003 è triplicato il numero dei detenuti in attesa di giudizio. E’ inaccettabile che tutto ciò avvenga in un Paese con un governo democraticamente eletto e un significativo sviluppo economico”.
 
Tutti gli osservatori dicono che la mano dura di  Shinawatra amplierà le fratture tra comunità musulmane e buddiste. Lo dimostrano i volantini sparsi in questi giorni sulle strade del Narathiwat, dove si minaccia di uccidere altri civili qualora i buddisti non abbandonino queste province: le antiche terre del regno di Pattani, in cui si parla il dialetto malese Yawi e l’Islam ha radici risalenti al XIIIesimo secolo.
 
 

Francesca Lancini

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