Thailandia, la repressione del governo colpisce ancora il sud musulmano e povero

File di cadaveri avvolti in sacchetti di plastica. Ragazzi che strisciano a terra
con le mani legate dietro la schiena. Parenti in lacrime davanti alle liste dei
morti. Le immagini del massacro di Tak Bai, villaggio del Narathiwat, provincia
a sud della Thailandia, hanno fatto il giro del mondo portando l’attenzione su
una delle questioni più dimenticate del Paese asiatico: quella della minoranza
musulmana, poco più di due milioni di persone su una popolazione di 63 milioni
di abitanti, in gran parte buddisti.
La tragedia si è compiuta nella mattina di lunedì 25 ottobre. Duecento persone
si erano riunite davanti alla stazione di polizia per chiedere la liberazione
di sei uomini accusati di aver fornito armi a gruppi estremisti islamici. Quando
una folla di tremila cittadini è scesa per le strade unendosi alla protesta, le
forze di sicurezza hanno reagito con ogni mezzo: spari, botte, lanci di lacrimogeni
e idranti. Sei manifestanti sono caduti senza vita colpiti dai proiettili. Due
cadaveri sono stati trovati in un corso d’acqua e almeno altre 78 persone sono
morte dopo essere state portate via sulle camionette della polizia, in un viaggio
lungo cinque ore verso il campo militare della provincia confinante di Pattani.
Secondo il medico legale Pornthip Rojanasunant, l’80 per cento degli arrestati
sarebbero morti per soffocamento dentro ai furgoncini sovraffollati e coperti
da teli cerati. Non si esclude però che molti prigionieri siano stati picchiati
e maltrattati dalle forze dell’ordine. A Pattani sono state portate circa mille
trecento persone.
Dal suo letto d’ospedale Maudin Awae, vent’anni, ha dichiarato alla Reuters: “Insieme a me nella camionetta c’erano dieci uomini. Tantissimi gridavano chiedendo
di potersi alzare. Ma i soldati ce lo impedivano e saltavano sopra di noi”. Un
altro testimone oculare ha aggiunto: “La polizia aveva creato posti di blocco
intorno a Tak Bai. Mi fermai. Scesi dal camion e vidi il corteo. Dopo pochi minuti
iniziarono gli scontri. I poliziotti aprirono il fuoco. Ho visto un uomo cadere
accanto a me per un colpo di pistola. Era morto. Le forze dell’ordine picchiavano
i manifestanti e a un certo punto li accerchiarono. Usarono le canne dei fucili
per colpirli al volto mentre erano sdraiati a terra. Presero anche me. Mi diedero
diversi colpi sul collo e anche dei calci. Adesso non sento più come prima”.

I nomi delle vittime sono stati resi noti solo qualche ora più tardi. Nella notte,
mentre le autorità avevano imposto il coprifuoco, una scuola è stata incendiata
e una serie di pneumatici sono stati lasciati bruciare in mezzo alla principale
strada di accesso alla provincia. La vendetta, temuta dai leader religiosi locali
che per tutti questi giorni hanno supplicato di mantenere la calma, non ha tardato
però ad arrivare. Giovedì una bomba è esplosa vicino a un bar di Slungai Kolok,
al confine con la Malesia. Due i morti e venti i feriti. Il giorno seguente altri
due attentati hanno colpito due luoghi pubblici.
Chi è l’artefice di questi attacchi terroristici e di tutti quelli sferrati a
partire dal gennaio scorso nel sud della Thailandia? Chi erano i dimostranti –
tra cui moltissimi giovani - scesi in marcia lunedì? Chi i cento assassinati,
ancora una volta dalle forze di sicurezza, il 28 aprile scorso dopo che alcuni
gruppi armati avevano condotto una serie di raid contro le stazioni della polizia? I disordini nelle quattro province musulmane
di Narathinat, Pattani, Songhkla e Yala sono iniziati il 4 gennaio quando una
banda di musulmani ha saccheggiato una base militare e ventuno scuole sono state
date alle fiamme. Da allora a violenza è seguita violenza. Da una parte, gruppi
criminali hanno ucciso poliziotti, insegnanti, monaci buddisti e compiuto attentati
contro luoghi pubblici. Dall’altra, le forze dell’ordine hanno dato il via a una
repressione sanguinaria culminata nelle esecuzioni e negli arresti sommari di
fine aprile. In meno di un anno circa quattrocento persone hanno perso la vita.
Due ipotesi si possono fare sui responsabili degli attentati: potrebbero avere
legami con i vecchi gruppi

separatisti attivi nella regione tra gli anni ’70 e ’80 o essere le reclute
più recenti di un fondamentalismo importato, che agisce in diversi Paesi del sud
est asiatico. Un’ipotesi non esclude l’altra: anche i movimenti indipendentisti,
infatti, avevano legami con la
Jemaah Islamiah e con altri gruppi estremisti islamici di altri Paesi. Non è facile dire quale
analisi si avvicini di più alla realtà. E’ certo, però, che questa rivolta è nata
in una delle zone più povere e isolate della Thailandia, afflitta da corruzione,
traffico di stupefacenti , criminalità e prostituzione. Qui il 70 per cento degli
abitanti vive sotto la soglia di povertà e nutre un forte risentimento verso l’autorità
centrale. All’estremo confine con la Malesia “le comunità musulmane subiscono
pressioni dal governo buddista. Alcuni
leader religiosi e maestri islamici sono stati incarcerati per terrorismo senza alcuna
prova. Gli arresti sono iniziati nel 2003”, ha raccontato a
Peacereporter un operatore turistico.
“Gli ultimi fatti sono la conferma del pugno di ferro adottato dal primo ministro
Thaksin Shinawatra”, spiega Sara Battistini, coordinatrice di Amnesty per il Sud est asiatico. “La reazione del governo per contenere la violenza
nel sud, ma anche per fermare i traffici di droga, è spropositata. Da gennaio
sono stati registrati omicidi extragiudiziali, torture, sparizioni e arresti indiscriminati.
La polizia colpisce i criminali sospetti senza aver condotto indagini. In nome
della ‘guerra alla droga’, iniziata lo scorso anno, sono state uccise 2.245 persone.
Anche i giornalisti e gli attivisti umanitari hanno ricevuto minacce e alcuni
sono stati addirittura assassinati. Ad oggi, quattro persone si trovano nel braccio
della morte e rispetto al 2003 è triplicato il numero dei detenuti in attesa di
giudizio. E’ inaccettabile che tutto ciò avvenga in un Paese con un governo democraticamente
eletto e un significativo sviluppo economico”.
Tutti gli osservatori dicono che la mano dura di Shinawatra amplierà le fratture
tra comunità musulmane e buddiste. Lo dimostrano i volantini sparsi in questi
giorni sulle strade del Narathiwat, dove si minaccia di uccidere altri civili
qualora i buddisti non abbandonino queste province: le antiche terre del regno
di Pattani, in cui si parla il dialetto malese Yawi e l’Islam ha radici risalenti al XIIIesimo secolo.