10/05/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Partito e la difficoltà ad allargare la partecipazione

Dietro alla contraddizione tra diritto e arbitrio non c'è anche un retaggio del pensiero confuciano?

Un po' sì, però non dobbiamo confondere le differenze culturali con le giustificazioni che adduce ogni regime autoritario per restare al potere. Ricordiamoci che Giappone, Taiwan, Corea del Sud, in tempi e modi diversi, pur condividendo un background altrettanto confuciano - la Corea addirittura più della Cina - hanno avuto un processo di democratizzazione e di affermazione del diritto; certamente, secondo proprie caratteristiche. La società confuciana del passato era molto diversa dalla Cina contemporanea, molto più statica e gerarchizzata. Quella odierna è una società in cui il clientelismo, per esempio, è molto più affaristico che di tipo tradizionale, basato sulle relazioni confuciane.
Il problema fondamentale, oggi, è che la classe al potere non sa bene che strumenti inventarsi per allargare la partecipazione. Non lo sanno o non vogliono saperlo.
Prima il Partito aveva una legittimazione carismatica, in termini weberiani, che veniva dalla rivoluzione: c'erano i vecchi rivoluzionari che erano anche classe dirigente. Venuta meno quella legittimazione, mi sembra che ne abbiano costruita una nuova su tre pilastri. Il primo, il più importante, è l'efficenza economica e il benessere crescente. Il secondo è lo status internazionale della Cina, chiamiamolo nazionalismo. Il terzo è la legalità.
Però non hanno portato il processo a compimento, soprattutto per quanto riguarda il terzo pilastro che non è ancora del tutto accettato, assimilato: serve come retorica. Spesso viene applicato, ma contrasta con il principio leninista dell'unità dei poteri dello Stato e la conseguente subordinazione dei magistrati. Non c'è corte costituzionale che valuti la legittimità delle leggi; che quindi, per definizione, sono tutte conformi. Non c'è magistratura indipendente che intervenga in sede di applicazione. E solo con difficoltà si sta formando una categoria di professionisti indipendenti, gli avvocati, che possa svolgere una doppia funzione di controllo sull'attività legislativa e su quella amministrativa. È questo il vero problema.

Qual è la via d'uscita?

Fino a qualche tempo fa ero convinto che ci sarebbe stata un'evoluzione fisiologica verso forme di maggiore partecipazione al legislativo e di stabilizzazione del giudiziario. Chiaramente parlo di forme diverse e innovative rispetto alle nostre. Mi aspettavo magari la creazione di un comitato separato dal potere politico che controllasse la costituzionalità delle leggi. Non prevedevo elezioni a suffragio universale, ma altre forme di ampliamento della rappresentanza con l'assegnazione di più potere all'assemblea nazionale del popolo. Pensavo a interventi graduali che avrebbero accresciuto l'autonomia del fenomeno giuridico.
Oggi no, sono molto pessimista. Tra l'altro, sono sempre stato contrario a ogni forma di interferenza esterna e quasi sempre d'accordo con i cinesi. Oggi non capisco l'irrigidimento, mi sembrano riflessi condizionati. È come se ci fosse stato un percorso che adesso si è bloccato, per imboccare una deviazione repressiva.
La leadership è piuttosto immobile, ci vorrebbero delle pressioni dal basso, soprattutto dal mondo economico.

<Le riorme economiche e il dirittoTrovare le parole>

Parole chiave: confucio, lenin, nazionalismo
Categoria: Diritti, Politica, Popoli, Storia, Economia
Luogo: Cina