03/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di un immigrato prigioniero dello Stato italiano

Avevamo lasciato Mohamed e altri tunisini richiusi in un garage da oltre 72 ore nel campo di Palazzo San Gervasio in Basilicata, recentemente trasformato in Cie.
Lì erano stati rinchiusi, presumibilmente per essere separati da un'altra trentina di tunisini destinati all'espulsione immediata e protagonisti, insieme ai poliziotti di scorta, di un'altra tragicomica vicenda che li vede trasferiti nel cuore della notte prima a Napoli e poi a Bari Quest'ultima storia viene riassunta in un'interrogazione presentata alla camera dalla delegazione radicale e ci mostra i risvolti grotteschi che la politica del governo ha anche verso le forze di polizia. Intanto al campo, anzi nel suo garage, la situazione si faceva sempre più tesa, con cariche della polizia contro i migranti che nonostante tutto resistevano all'espulsione. I tunisini sono rimasti richiusi nel garage del campo fino alla mattina del sei, quando i circa trenta rimasti sono stati fatti uscire per godersi ancora per un giorno la frizzante aria dello sperduto campo ai confini con la Puglia. All'alba di sabato sette maggio, inizia invece una nuova odissea per gli ultimi migranti del campo di Palazzo S. G., che proprio in seguito a quest'ultimo trasferimento si è completamente svuotato di migranti.

Mohamed racconta un viaggio compiuto nella totale incertezza della destinazione, come del resto è stato anche per i precedenti trasferimenti. Il gruppo che viaggiava con lui è stato spostato prima a Napoli in autobus, poi, dopo una lunga sosta in un'area aeroportuale (Capodichino si presume), imbarcati su un aereo per Palermo. Infine, dopo l'arrivo nel capoluogo siciliano ed un'altra lunga sosta, ecco un ulteriore trasferimento in aereo fino al Cie di... Torino! All'arrivo provano un senso di sollievo: invece delle tende, ci sono costruzioni in muratura e persino la televisione. Bagni e docce funzionanti ed un vitto migliore. Tutte cose che per chi proviene da un viaggio lungo, massacrante anche per le estenuanti attese, sono confortevoli. Persino a chi si trova circondato da alte grate metalliche.

Nonostante le condizioni migliori, un'ingiusta detenzione coatta, l'incertezza, l'inattività, la totale mancanza di informazioni ed assistenza, potrebbero fiaccare l'animo di una persona. Eppure Mohamed, in quei pochi scampoli di conversazione che riusciamo ad intrattenere mantiene, nella comprensibile frustrazione, un morale non autodistruttivo.

A Torino gli viene dapprima sequestrato il telefonino poiché dotato di fotocamera, così le nostre conversazioni serali si interrompono per un periodo, durante il quale possiamo sentirci solo quando riesce a far ospitare la scheda nel telefono di qualcun altro. Poi, chissà per quale burocratica magnanimità, gli viene restituito. Tanto i Cie di Torino sono già stati svelati da numerosi servizi di giornalismo "alternativo", e sulla loro natura come centri di detenzione c'è poco da aggiungere. L'unica libertà consiste nella possibilità di tenere un telefono. Non certo una grande concessione verso chi non è accusato di nulla e non rappresenta in alcun modo un pericolo sociale.
Ma ecco uno di quei colpi di scena della vita che sembrano mettere in secondo piano le pur tragiche condizioni di un prigioniero. Mohamed apprende che sua madre è stata ricoverata in ospedale per seri problemi cardiaci. Chiede dunque di essere rimpatriato al più presto per accorrere al suo capezzale. Le prime risposte da parte degli agenti di polizia sono liquidatorie: "Tanto vi rimpatrieremo al più presto". Come se una risposta del genere servisse a chi è in pena per la salute di un proprio caro. Una risposta più "caritatevole", giunge invece da un altro operatore che ricorda che, per essere rimpatriato, Mohamed ha bisogno del passaporto, negatogli in patria, da richiedere all'ambasciata tunisina. Tempo richiesto, dai quindici ai venti giorni, più ulteriori tempi tecnici. Insomma, ora Mohamed, non vede l'ora di essere rimpatriato, nonostante sia tra quei "fortunati" che possono aspirare, allo scadere dei 180 giorni di detenzione, di tornare libero seppur con un foglio di via, stante l'impossibilità di espellere tutti i tunisini nei tempi e nei termini concordati con il governo di Tunisi. Ora che è proprio lui a richiedere di ritornare, le difficoltà si ingigantiscono e questo anche se le norme e i trattati prevedano esplicitamente la fattispecie del rimpatrio volontario assistito. Situazione comune a moltissimi immigrati, divenuti clandestini, che non sono in possesso dei documenti e dei mezzi per tornare a casa.

Combattiamo con ferocia la "clandestinità", ma non offriamo alcun mezzo. Ci si domanda: questi emigranti sono prigionieri dello stato italiano e a che titolo? A termini giuridici sono più rapiti che condannati. Un'illecita detenzione che non ha alcun effetto sulla sicurezza pubblica.

Quanto è costato allo stato italiano la girandola di trasferimenti a cui è stato sottoposto? Chi paga e ''qui prodest'' questo forzato turismo nella penisola? A che titolo, a termini dell'articolo 13 della costituzione, queste persone vengono detenute? Se poi vogliono rientrare a casa propria, possono decidere di farlo? Può essere giustificato il "povero" poliziotto, costretto a compiti disumanizzanti? Specie dopo Genova, questi uomini sono stati adeguatamente formati per non obbedire a ordini che confliggono con i più basilari diritti umani? Formazione indispensabile per le forze dell'ordine di qualunque paese democratico, che si occupi di terrorismo, di immigrazione, di ordine pubblico.

La finzione giuridica (la quale, va ricordato, fu inventata dalla legge Turco-Napolitano del 1996 votata anche da Vendola e da Bertinotti senza troppi struggimenti, anzi rivendicandola in difesa del lavoro italiano), secondo la quale la restrizione della libertà di un immigrato irregolare può risolversi in mero provvedimento amministrativo, mostra di fronte a questi casi tutta la sua devastante portata. Il controllo giurisdizionale di un magistrato, cosa prevista nel reato di clandestinità, è stata disattesa dallo stesso governo che tanto ha fatto per rendere reato tale fattispecie. Troppo costoso e complicato da gestire. Più facile gestire il tutto "all'italiana", violando leggi e costituzione sotto lo schermo di facili finzioni giuridiche che alla sanzione amministrativa tutto consentono, per gli immigrati come per gli italiani.

Si presti attenzione all'autista di autobus, al collaborazionista che è in noi. Ne va soprattutto della nostra dignità umana.



Luigi Recupero
Gherta Human Reports per PeaceReporter