Luciano Gallino, sociologo del lavoro torinese, ne è convinto: è la politica industriale, non una nuova, ma una politica ormai scomparsa da troppi anni, a essere l'elemento cruciale di un Paese che sta subendo le mareggiate della finanza, le oscillazioni della politica.
La nota delle parti sociali di mercoledì sera, che ha unito dall'Abi a Confindutria, fino alla Cgil, esclusa la Uil, è un fatto che nel tempo verrà ricordato. Anche su questo Luciano Gallino, che ha vissuto nella sua primavera al fianco di Adriano Olivetti, non ha dubbi. Sollecitiamo la sua memoria e lo intervistiamo anche sui passaggi chiave di una intervista al Corriere rilasciata sempre mercoledì da Giuliano Amato
Partiamo dalla nota delle parti sociali.
Anche andando molto indietro nel tempo, non è facile trovarne una analoga che traspiri tanta preoccupazione comune; adesso naturalmente si tratta di piani diversi dal punto di vista storico, ma è una novità che non si verifica da decenni.
Una nota che arriva dopo una intervista di Giuliano Amato sul Corriere della sera, dove si parla di patrimoniale secca, di ricambio politico e di come uscire dalla crisi, con più lavoro.
I salari sono fermi da molti anni e il numero dei disoccupati e coloro che sono rimasti per molti mesi in cassa integrazione sotto i 150 euro al mese, sono ormai di centinaia di migliaia di persone. Quelli che hanno pagato maggiormente il costo della crisi sono i lavoratori.
Amato parla anche di coinvolgimento dei lavoratori, una terza via per sentirsi implicati. Una trasformazione nel rapporto fra industriali e lavoratori?
Che io sappia quasi l'unico paese al mondo in cui c'è un effettivo coinvolgimento attivo dei lavoratori, non senza problemi è la Germania, con i sindacati che hanno diritto al 30 percento dei posti nel consiglio di sorveglianza e il 50 percento nelle aziende che hanno oltre duemila dipendenti. I sindacati siedono insieme ai dirigenti nei consigli, in base al sistema duale che vige ed è diffuso in Germania. Se parliamo di questo si potrebbe fare un ragionamento: sarebbe una riforma molto significativa e importante. Se parliamo di partecipazione agli utili, queste sono innovazioni del tutto superficiali o controproducenti. Non so a quali si riferisse Amato. Se fosse la cogestione alla tedesca, le loro relazioni industriali sono state innovazioni importanti.
Quindi il problema è sempre il solito. Manca una politica industriale. È quello che ci serve.
Quello di cui ci sarebbe bisogno e manca da venti o trent'anni è un'autentica politica industriale, un governo che compia delle scelte, individua i settori forti e deboli dell'economia, rafforza i primi con investimenti diretti. La nostra economia non ha un timone da parte del governo da decenni, non solo con quest'ultima compagine. Mentre Francia e Germania sono riuscite a salvarsi e a rilanciare dopo il calo della produzione degli ultimi anni, successivi al 2007 e 2008, e questo non è avvenuto per caso. Ma quanto perché Stati regionali e centrali hanno attuato una vigorosa politica di sostegno per esempio sull'automobile - si può discutere se sia un settore da sostenere proprio l'auto che non è eologicamente compatibile - ma ci sono milioni di posto di lavoro e i numeri dicono che in Germania si producono 5 milioni di auto mentre noi ne produciamo seicentomila.
Angelo Miotto