Oltre all'aspetto umano - non si rispettano i diritti umani dei cinque
- anche il processo sembra una farsa. Venerdì 19 marzo a Ginevra
davanti alla sede delle Nazioni Unite una manifestazione chiederà che
almeno i diritti umani di queste cinque persone vengano
rispettati.
All’alba del
giorno 12 settembre del 1998 l’ FBI (Fedral Bureau og
Investigation) arresta a Miami – dopo una segnalazione
“anonima” - cinque giovani cubani. I loro nomi sono: Gerardo
Hernandez, Ramon Labanino, Fernando Gonzalez, Renè Gonzalez, Antonio
Guerriero. Subito il governo di Washington li definisce
"spie".
Le accuse formali a loro rivolte dal
tribunale – dalla strage, all’omicidio, allo spionaggio - sono
state pronunciate quattro giorni dopo l'arresto, ma sin dal primo
istante era chiaro che si trattava di un’operazione di carattere
politico/repressivo, volta a compiacere il settore
più aggressivo e violento
dell’anticastrismo di Miami. E’ noto che nella città della Florida si
trovino gruppi di "destra", radicali e sovversivi, che hanno lo scopo
di abbattere il governo di Fidel Castro.
I
gruppuscoli anticastristi- come Alfa 66 e Hermanos al Rescate -, strettamente
vincolati a
tutto quello che è contro Cuba, hanno scatenato immediatamente
una frenetica campagna per stigmatizzare i cinque giovani arrestati.
Non c'è giorno nel quale non venga pubblicato almeno un articolo o una nota informativa,
con dichiarazioni di
funzionari ufficiali dello Stato, per calunniare i cinque
uomini, presentandoli come pericolosi nemici della società.
I cinque - il cui comportamento negli Usa è
sempre stato impeccabile - sono stati incarcerati perché raccoglievano
informazioni su gruppi paramilitari e sulle attività della mafia
cubano-americana, per prevenire atti di terrorismo e difendere il
proprio Paese dalle aggressioni e dagli attentati. L’accusa
mossa nei loro confronti è stata quella di avere messo in pericolo la sicurezza
nazionale degli Stati
Uniti. In effetti la violazione della legge c'è stata: alcuni di loro
avevano documenti falsi. Per questo i cinque giovani
si trovano in carcere da più di cinque anni.
Per più di 33 mesi, i cinque giovani sono stati
incarcerati, accusati di “mettere in pericolo” la sicurezza degli Stati
Uniti. Sono stati assegnati loro numerosi capi d’imputazione,
inclusi delitti come la cospirazione per assassinio, accuse che, per la
loro falsità, non sono state – dopo più di 5 anni - ancora provate.
Subito dopo l’arresto sono stati “torturati” psicologicamente facendoli
rimanere nel “buco”, ossia una cella
piccolissima in isolamento per 17 mesi la prima volta, senza la
possibilità di vedere mogli, figli e gli avvocati. Sono stati separati
e condotti in carceri molto distanti tra loro, senza avere nemmeno la
possibilità di mettersi in contatto con i loro parenti o con i loro
difensori.
Neppure i diplomatici cubani
presenti in nord America - i movimenti dei quali sono limitati negli
Usa - hanno avuto la possibilità di
contattarli. Secondo quando riferito da Nuris Pinero
Sierra, avvocato delle famiglie dei cinque, è stata negata
loro, ripetutamente, la visita dei familiari. Attualmente le madri dei
cinque attendono da ventuno settimane la concessione del visto
per recarsi a visitarli negli Usa, anche Amnesty International ha fatto
un appello per accelerare la consegna dei visti. La legge
fissa in un massimo di 8 settimane il periodo di attesa per la
concessione di questo tipo di permesso. Secondo la legge
statunitense, anche il peggiore dei delitti può essere punito con un
massimo di due mesi di isolamento. Per i cinque ragazzi cubani
è durato quasi dieci volte tanto.
Durante il processo, i cinque non hanno mai negato
di essere agenti di Fidel Castro, e di essersi infiltrati nelle
organizzazioni della destra anticastrista di Miami, ma
affermano che l'obiettivo era sventare possibili attentati. I cinque
non hanno mai ricercato informazioni sugli Usa, ma solo sulla
preparazione di attentati contro Cuba. A tal proposito va detto -
sempre secondo quello che hanno riferito Nuris Pinero Sierra
e Hugo Ramos Milanes, consigliere politico dell'Ambasciata di
Cuba - che il governo centrale dell’Havana ha più volte
informato Washington della presenza di terroristi che tramavano contro
Cuba sul territorio Usa.
Dalla Casa Bianca
solo silenzio. Molte delle organizzazioni cubano- statunitensi,
potentissime – come Alfa 66 - sono sovvenzionate da Washington. Anche
la Procura ha reso difficile il lavoro della difesa non mostrando il
fascicolo processuale agli avvocati. In numerose occasioni, Amnesty
International ha inviato lettere, firmate
dalla responsabile per il programma delle Americhe, Susan Lee,
esprimendo preoccupazione per la mancata concessione dei visti da parte
del governo Nord Americano.
Secondo un lungo elenco di personalità -
da William Blum ricercatore, ex funzionario del Dipartimento
di Stato USA a Phil Brenner professore di Relazioni Internazionali,
American University passando per Saul Landau, ex ricercatore
del Congresso USA e i premi nobel per la pace come Rigoberta
Menchú e Adolfo Pérez Esquivel - tutte queste
azioni violano gli accordi internazionali per i diritti dei
detenuti.
Venerdì 19 marzo 2004
davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra si terrà una
manifestazione promossa dai gruppi di solidarietà, provenienti da tutta
Europa, con i cinque detenuti per fare in modo che l’opinione pubblica
conosca il caso dei cinque giovani che hanno lottato contro il
terrorismo made in Usa. E che vengono ingiustamente considerati
terroristi.