14/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Assolto l'ex presidente Menem insieme a altre diciotto persone: non sono implicati nel traffico d'armi fra Argentina, Croazia e Ecuador

Scritto da
Maurizio Campisi

Non colpevole: questo il verdetto per Carlos Menem, alla chiusura del processo in primo grado per il traffico di armi tra Argentina, Croazia ed Ecuador. In realtà, tutti e diciotto gli imputati sono stati assolti: come l'armamento possa essere finito a nazioni implicate allora in conflitti sembra essere un mistero solo per la giustizia argentina.

I fatti risalgono tra il 1991 ed il 1995. Menem, che oggi ha 81 anni, é allora presidente dell'Argentina. Durante quegli anni firma tre decreti che dispongono l'invio di armi a Panama e Venezuela. I carichi, invece di giungere a destinazione, prendono la via di Croazia ed Ecuador, paesi su cui pesa un embargo internazionale per le guerre che le vedono coinvolte rispettivamente nella ex Jugoslavia e con il Perù.

Secondo la difesa, Menem non ha nulla a che vedere con quel traffico
: il compito del presidente é quello di firmare il decreto e poi disinteressarsi dell'uso che se ne fa. Il ministero pubblico non é d'accordo: Menem, assieme al ministro della Difesa Oscar Camilión e con il comandante della Forza Aerea, Juan Paulik, avrebbe ideato il piano per vendere le armi ai paesi in guerra. Un'organizzazione a delinquere, insomma. Ed il modo di agire é proprio quello di un gruppo criminale. Alle armi, costruite nelle installazioni di Fabricaciones Militares (azienda controllata dall'esercito), viene limato il numero di serie e lo scudo argentino. Vista l'urgenza creata dai conflitti, da Fabricaciones Militares vengono trafugati non solo armi di piccolo o medio calibro, ma anche cannoni e armamento pesante. In totale, sono 6500 tonnellate di armamento, con un guadagno netto di 37 milioni di dollari per gli autori del contrabbando. Cinque navi, il cui carico é diretto a Panama, prendono la rotta della Croazia. Sui documenti ci sono le firme di Menem e di tre ministri, tra cui quello dell'Economia, Domingo Cavallo. L'operazione ha buon termine e si ripete nel 1995: le firme sono le stesse, la destinazione fittizia il Venezuela, quella reale, l'Ecuador. Solo che questa volta i giornalisti di Clarín ci mettono il naso e scoppia lo scandalo. L'Argentina é uno dei garanti della pace tra i due paesi andini in lotta (Ecuador e Perù, alleato storico degli argentini) e la vendita sottobanco ad uno dei protagonisti del conflitto scatena il putiferio. Il Perù, che ha appoggiato l'Argentina nella guerra delle Malvinas, chiede spiegazioni. Menem si difende come può, parla di complotto e si chiama fuori, mentre comincia l'inchiesta.

Non c'é neanche il tempo di raccogliere l'evidenza che il 3 novembre 1995 un'esplosione distrugge gli impianti di Fabricaciones Militares a Río Tercero, facendo sette morti e trecento feriti, distruggendo mezza cittadina, ma soprattutto facendo sparire importante documentazione. Menem giunge con tempismo sul luogo del disastro e parla ai mezzi di comunicazione, insistendo sulla tesi dell'incidente e della tragica fatalità. Lenta, ma puntuale, la perizia tecnica nel 2003 dimostra come le esplosioni all'interno della fabbrica furono invece programmate e coordinate da degli esperti.

Nel 2001, la giustizia fa un passo avanti e riesce ad ottenere gli arresti domiciliari per l'ormai ex presidente. Dopo cinque mesi, però, Menem riottiene la libertà per l'intervento diretto della Corte Suprema e solo nel 2008 viene notificato tra gli accusati del processo terminato ieri. Il pm, che aveva chiesto otto anni, ha già fatto sapere che appellerà. La storia, insomma, é tristissima e sordida e riporta d'attualità uno dei più oscuri presidenti argentini, implicato non solo in questo caso ma anche nell'attentato del 1994 all'Amia, la Asociación Mutual Israelita, che fece 84 morti, le cui modalità non sono mai state chiarite interamente.

Parole chiave: Armi, Presidente, Menem, Argentina
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Argentina