16/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ruolo ricoperto dalle forze internazionali nella nuova escalation in Kosovo, rimane molto ambiguo

Scritto per noi dal Kosovo
da Andrea Legni

Sembra essere ad un punto di svolta la situazione in Kosovo. Ieri è scaduto l'accordo tra Belgrado e la Nato che regolava il controllo sulle due frontiere contese tra Serbia e Kosovo, quelle di Jarinje e Brnjak, dopo che il 26 luglio le forze speciali dell'esercito kosovaro (Rosu), avevano cercato di prenderne il controllo con un'azione a sorpresa respinta dalla reazione della popolazione serba. Ora sono in molti a credere che da oggi ogni momento possa essere quello decisivo per un nuovo attacco militare. Peraltro ripetutamente annunciato nei giorni scorsi dalle autorità di Pristina.

La tensione nel nord del paese è molto alta, specie a Mitrovica Nord dove nel pomeriggio di mercoledì la Nato ha deciso di mostrare i muscoli alla popolazione serba, facendo percorrere la strada principale della città da una colonna di almeno trenta mezzi blindati della missione K-For. Mentre dal marciapiede e dalle finestre la popolazione fissava quella che la giornalista locale Tatjana Lazarević ha descritto come "una provocazione plateale che non si verificava da anni", decine di giovani hanno mostrato di voler raccogliere la sfida, innalzando una barricata su uno dei ponti secondari della città, alla quale si è aggiunto, giovedì, un nuovo sbarramento improvvisato con cumuli di ghiaia in prossimità del ponte principale che attraversa le sponde del fiume Ibar, ancora oggi confine di fatto tra Serbia e Kosovo.
Nonostante, venerdì, gli uomini dell'Eulex siano subentrati nel controllo  doganale, i poliziotti serbi e albanesi non hanno abbandonato le postazioni.

Proprio il ruolo ricoperto dalle forze internazionali nella nuova escalation in Kosovo, rimane fortemente ambiguo. Dopo il tentativo di prendere il controllo dei valichi dello scorso 26 luglio, diversi media serbi hanno affermato che le truppe delle unità kosovare erano state ospitate presso la base K-For americana di Leposavić prima dell'attacco, mentre elicotteri croati avrebbero trasportato altre unità Rosu a Brnjak. Ipotesi comunque non confermate dalle parti in causa. Il segretario della Nato, Anders Rasmussen, atterrato ieri a Pristina, se da un lato ha affermato che "nuove azioni unilaterali sono inutili", ha però aggiunto che "la situazione dei valichi non potrà tornare quella antecedente al 26 Luglio", quando erano sotto il controllo dei serbi. Unendo queste parole alle manovre intraprese dalla K-For a Mitrovica Nord si ottiene un quadro che lascia spazio a ogni possibile interpretazione.

Gli sviluppi della situazione al di sopra di Mitrovica vengono vissuti con apprensione nelle enclavi sparse nel Kosovo centro-meridionale, dove ancora vivono circa 30mila serbi. Come nel villaggio di Gorazdevać, a pochi chilometri da Peja/Peć. "I serbi nel nord sono la maggioranza e si sentono forti, ma se succede qualcosa di brutto noi qua rischiamo di vivere un nuovo 17 marzo 2004", spiega Slavica. Il 17 marzo 2004 è la data che nessuno tra i serbi del Kosovo può dimenticare, allora la notizia (in realtà mai confermata) dell'uccisione di tre bambini albanesi da parte di un abitante di Mitrovica Nord scatenò violentissimi progrom anti-serbi in tutto il Kosovo centro-meridionale. Migliaia di serbi, in gran parte mai ritornati, scapparono dal Paese,  mentre decine di villaggi e luoghi di culto vennero devastati.

Così successe anche nel villaggio di Zac, 60 chilometri a sud di Mitrovica, nel quale lo scorso anno sono tornate a vivere 26 delle famiglie scappate proprio in seguito alle violenze del 2004. Qui uno degli abitanti, Dragan, spiega qual è l'altra paura che vivono i serbi in Kosovo. "Sono solo gli aiuti che arrivano da Belgrado a rendere possibile la nostra vita qua - racconta -; dalla Serbia arriva quasi tutto ciò che ci serve: trattori e diesel per i campi, fondi per la scuola e il municipio, generi alimentari e sigarette". Tutte merci che sino ad oggi hanno viaggiato attraverso i confini di Jarinje e Brnjak e che potrebbero non arrivare più se il Kosovo dovesse riuscire a prenderne il controllo, visto che il governo di Pristina considera questi aiuti come contrabbando, non essendo sottoposto ai dazi doganali. Un "contrabbando" che però rappresenta l'ancora di salvezza per tante persone prive di lavoro, molte delle quali non escono mai dai propri villaggi nel timore di subire aggressioni.

 

Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Kosovo