Scritto per noi
da Giulio Morello
L'ultima volta che lo incontrai, l'allora leader dell'opposizione zambiana Michael Sata mi disse che il suo partito era pronto alle elezioni, anche se queste si fossero tenute il giorno dopo.
È trascorso un anno ed ora Sata, meglio conosciuto come King Cobra, è il nuovo presidente del suo paese. Il risultato elettorale non dovrebbe sorprendere chi conosce la situazione politica in Zambia. Il Movimento per la democrazia multipartitica (Mmd) del presidente uscente Rupiah Banda governava dal 1991, anno in cui il leader storico, Kenneth Kaunda, pose fine al sistema monopartitico. Dopo vent'anni di governo e diversi scandali di corruzione, l'Mmd è ora costretto a cedere il passo, ma lo Zambia non beneficerà di un ricambio generazionale. King Cobra ha settantacinque anni ed è in politica da trenta. Fu addirittura uno dei fondatori dell'Mmd, da cui si distaccò nel 2001 per giocarsi le ultime carte come candidato presidenziale, intercettando un diffuso malcontento tra le classi lavoratrici del paese. Martedì scorso, al suo terzo tentativo, Sata è stato eletto presidente come leader del Fronte patriottico, un movimento spesso dipinto come nazionalista e fortemente anti-straniero.
Lo Zambia è uno dei paesi più poveri dell'Africa meridionale. La sua economia dipende in larga misura dall'estrazione del rame, quasi interamente in mano a compagnie straniere. Il settore minerario è sempre stato al centro della propaganda del Fronte patriottico, che nelle ultime due tornate elettorali (2006 e 2008) si è scagliato duramente contro gli investimenti cinesi e indiani nel rame zambiano. La foga anti-cinese di King Cobra sembra essersi placata negli ultimi anni, ma il Fronte patriottico ha avuto certamente il merito di porre al centro del dibattito politico questioni fondamentali alle quali l'Mmd, intorpidito da vent'anni al potere, non riusciva a dare risposta. A chi appartengono le risorse minerarie del paese, a quali condizioni debbano essere concesse agli stranieri e come questi possano contribuire allo sviluppo economico zambiano: sono queste le domande alle quali gli elettori martedì hanno dato una chiara risposta.
Esattamente un anno fa, un importante funzionario del governo zambiano mi confessava che la politica dell'Mmd in materia di investimenti esteri consisteva nell'attrarre più capitale possibile, senza preoccuparsi delle ricadute sul tessuto economico locale e sull'ambiente. L'ex ministro del commercio, Felix Mutati dell'Mmd, dichiarò alla Bbc che il governo era a caccia di investimenti e i cinesi erano i soli che potevano offrire, alle loro condizioni, ingenti capitali in tempi brevi. Mutati fu accusato di svendere le risorse del paese e alle ultime elezioni ha rischiato di perdere il suo seggio in parlamento. Diversamente, le posizioni di Sata in merito ai rapporti coi donatori stranieri e alla tassazione delle compagnie minerarie hanno trovato l'appoggio degli elettori, soprattutto nelle regioni industriali del nord del paese e nella capitale Lusaka. "Gli investimenti asiatici non stanno portando alcun beneficio", Sata mi disse alla vigilia della campagna elettorale "e il governo è il primo a violare le leggi approvate in parlamento".
Sata si è abilmente costruito un'immagine di "uomo d'azione" dalla parte dei più deboli. I prossimi mesi ci diranno se il brillante politico riuscirà a trasformarsi in buon amministratore. Intanto, all'indomani delle elezioni la valuta nazionale è crollata e Sata si trova nella condizione di dover rassicurare gli investitori stranieri. Resta il fatto che, in Zambia come altrove, l'alternanza politica è un fatto compiuto e le elezioni le vincono i partiti che riescono a farsi interpreti delle istanze popolari.