Una lunga storia di odio, una scia di sangue che sembra una lezione che in troppi non vogliono imparare. Quando la religione e la politica si incontrano, o si scontrano, i risultati sono sempre dolorosi.
Il libro La via dei conventi, di Pino Adriano e Giorgio Cingolani, edito da Mursia, ne è una drammatica testimonianza. Usando come filo conduttore la parabola politica di Ante Pavelic, leader nazionalista croato, fondatore del movimento Ustascia - dal verbo ustati o ustajati che significa insorgere, risvegliare, svegliare - e poglavnik (duce, condottiero) dello Stato collaborazionista croato nato nel 1941, tramontato con il nazi-fascismo dopo la Seconda Guerra mondiale, il libro racconta di come la politica e la religione abbiano contribuito al bagno di sangue nei Balcani e non solo.
Sul banco degli imputati, non del libro, ma della storia, finisce il clero cattolico croato e di certi ambienti vaticani. Pavelic, fin dalla sua comparsa sulla scena internazionale, dopo la Prima Guerra Mondiale, potè contare su appoggi importanti. Passi per il fascismo di Mussolini e il nazismo di Hitler, che si commentano da soli, ma tanti, troppi preti e porporati hanno fatto di un criminale di guerra un baluardo della cristianità.
Pavelic emerge dalla galassia dei nazionalisti croati, feriti dalla nascita - post impero Austro-Ungarico - di una monarchia retta dalla famiglia Karađorđević, ritenuta da loro troppo serbo centrica e anti croata. L'emergere a est della rivoluzione bolscevica e del comunismo in Europa, spinsero il Vaticano (fino al Papa) e i regimi totalitari in Italia, Germania e Spagna a sostenere Pavelic e il suo delirio razziale. Che partorirà uno dei mostri del Novecento: i campi di concentramento, come quello di Jasenovac, dove migliaia di Serbi, Rom, Ebrei e croati comunisti vennero massacrati senza pietà. Il Vaticano, come le cancellerie occidentali, sapevano e hanno taciuto. Anzi, hanno agevolato la fuga dei criminali in Sud America.
Nazisti e Ustascia croati, infatti, hanno potuto contare sulle più alte protezioni possibili, da Papa Pio XII al leader argentino Peron, dai servizi segreti Usa a quelli italiani. Al punto che Genova è diventata il trampolino per l'impunità di personaggio come Klaus Barbie, Adolf Eichmann e Ante Pavelic. Figura centrale di questo sistema Krunoslav Draganovic, teologo e filosofo croato, segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo degli Illirici a Roma. Solo nel 1958 il Vaticano chiese a Draganovic di allontanarsi, dopo che grazie a lui migliaia di criminali accusati di barbarie e massacri furono messi in salvo in Argentina.
Questo libro, oltre all'importanza dell'aspetto documentale, rende con chiarezza una serie di lezioni che ci ostiniamo a voler ignorare. L'Orientalismo, per iniziare. Il mito dei balcanici sanguinari e assassini, alla fine, serve a volte per distrarre l'attenzione dalle responsabilità che in quella parte di mondo gravano sull'Occidente. Così come il finto mito della religione che diventa motivo di divisione, perché accade solo e soltanto quando qualcuno la usa come una clava. E fa ancora più danni se a farlo sono le massime autorità religiose. Infine, ma non meno importante, il discorso sull'etica dei vincitori. Il nazi-fascismo è stato sconfitto, ma l'ossessione anti-comunista ha macchiato quegli stessi paladini della libertà di colpe che non vanno dimenticate. Per non sbagliare ancora.