"Riceva dalle organizzazioni in rappresentanza dei popoli indigeni e afrodiscendenti del paese un cordiale e affettuoso saluto", è così che un gruppo di Ong honduregne hanno deciso di iniziare la loro missiva indirizzata a Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, nella speranza che ascolti la voce delle popolazioni schiacciate da un terrorismo di Stato che non vede fine.
"Il motivo di questa lettera - scrivono le Ong Copinh, Masta, Ofraneh, Fith, Mimat, Amblih, Ecos de la Moskitia e Dakni - è la situazione penosa che le popolazioni indigene e nere stanno attraversando da anni, in quanto lo Stato ci sta privando dei nostri territori, dei fiumi, dei boschi, dei minerali e della biodiversità, consegnando il tutto nelle mani di governi stranieri, aziende nazionali e multinazionali. Il fine? Realizzare megaprogetti come le dighe o le imprese idroelettriche, alcune già iniziate, altre ancora in nuce, miranti a generare un'energia che andrà a beneficiare soltanto i privati e a rispondere alle necessità di altri. Ma non solo. Nella testa di questa gente il nostro territorio dovrebbe trasformarsi in cittadine modello dai super progetti turistici come la Bahía de Tela, in grandi miniere a cielo aperto o, quando va ancora peggio, in zone militarizzate con basi Usa o honduregne, affinché il furto delle terre in cui da sempre viviamo, proteggendone armonia ed ecosistema, avvenga indisturbato".
Quindi la lettera continua spiegando al segretario generale dell'Onu che l'impatto diretto di questa sottrazione di terre ai nostri popoli è brutale e si traduce in omicidi, arresti arbitrari, torture di coloro che osano denunciare, opporsi, alzare la testa. Soprusi che sono solo il prologo del danno inestimabile che questi progetti provocheranno all'ecosistema e quindi a tutti.
"Denunciamo che il regime honduregno ha violato la Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Denunciamo che gli accordi con i popoli indigeni e afrodiscendenti sono stati disattesi e che la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni è rimasta inascoltata, così come tutti gli accordi internazionali in difesa dei diritti umani", aggiungono. E precisano, infatti, che in nessuno dei casi succitati è stata messa in pratica la consultazione dei residenti delle zone interessate ai progetti, come invece dovrebbe avvenire. Da qui l'idea di rivolgersi alle Nazioni Unite, affinché invii un esperto nella difesa dei diritti delle popolazioni indigene che indaghi sui continui soprusi e tocchi con mano la "terribile situazione in cui viviamo". L'intento è arrivare all'elaborazione di una documentazione che metta nero su bianco quanto avviene e che punti il dito contro lo Stato, imponendogli di conseguenza il rispetto di questa gente.
"Potrebbe anche essere l'occasione giusta - aggiungono - per affrontare il tema dell'impunità, visto che decine di leader indigeni sono stati ammazzati senza che nessuno pagasse e senza che le famiglie abbiano ricevuto un centesimo di riparazione".
Stella Spinelli