Poteva essere bello come a Puerta del Sol o come a Wall Street. Invece no. Sabato a Roma è stato brutto come a Genova, dieci anni fa. Eccetto il morto, che poteva benissimo scapparci anche stavolta. In Italia il tempo non porta consiglio, la storia non insegna e ogni cosa si ripete tristemente uguale a se stessa.
Sulla via per la manifestazione in tanti si chiedevano quale sarebbe stata l'azione inattesa che avrebbe reso questa protesta diversa da tutte quelle del passato, nuova come quelle degli Indignados spagnoli e americani: si occuperà Piazza San Giovanni trasformandola nella Tahrir Square italiana? O magari si cingerà pacificamente d'assedio il Parlamento?
Solo speranzose supposizioni, perché nessuna voce di simili azioni era circolata prima della manifestazione. Purtroppo si vociferava solo di probabili scontri, pianificati dagli sciagurati black bloc filtrati a Roma già da giorni.
Ed eccoli i neri incappucciati e a volto coperto. Il corteo si è appena mosso da Termini lungo via Cavour quando loro, a piccoli gruppi, sfilano in avanti correndo in fila indiana sui marciapiedi. Tutti li notano e li guardano con fastidio, ma non c'è un servizio d'ordine che li fermi. Le forze dell'ordine osservano a debita distanza.
Tempo cinque minuti, una prima colonna di fumo nero si alza in fondo alla via, verso i Fori Imperiali. "Gli stronzi hanno bruciato delle macchine", dice un ragazzo dopo aver parlato al telefono con qualcuno.
Sembra un brutto 'incidente di percorso', isolato, e il corteo prosegue tranquillo fino al Colosseo e oltre, su per via Labicana. Ma più avanti l'illusione va in fumo insieme a nuove macchine in fiamme, che ardono ed esplodono costringendo i manifestanti a zigzagare in un percorso di guerra.
I teppisti in nero sono scatenati: devastano vetrine e appiccano il fuoco ad altre auto. Il cielo si fa nero. Un'edificio prende fuoco. Il corteo reagisce: parte un coro "Fuori! Fuori! Fuori!" contro i neri, gli urlano di smetterla, alcuni si lanciano contro di loro. Ma le aste delle bandiere possono poco contro i bastoni e le mazze.
Sono inarrestabili. Il corteo si ferma, impotente, e loro diventano i padroni della via. La loro opera di distruzione prosegue indisturbata, nella totale e incredibile assenza di forze dell'ordine. E' passata almeno mezz'ora dall'inizio della loro furia devastatrice quando da una via laterale si vede scendere un'onda celeste di caschi.
La polizia carica i neri che sono avanzati verso San Giovanni, ma poi anche il corteo rimasto fermo viene investito da una pioggia di granate lacrimogene e poi dalla criminale corsa di furgoni della polizia lanciati a tutta velocità contro le persone fin sui marciapiedi.
Tutti arretrano di corsa in direzione Colosseo, incrociando altri neri che iniziano a lanciare di tutto: uno di loro urla "Vigliacchi di merda!" ai manifestanti che fuggono. Nel fuoco incrociato volano pietre, bottiglie, bastoni e ancora lacrimogeni. L'aria diventa irrespirabile, mentre le esplosioni di bombe carta e grossi petardi si susseguono senza sosta.
L'unica via di fuga dalla battaglia è salire per via Merulana, dove il corteo, seguendo il camioncino dei Cobas, inizia a infilarsi correndo. Ma subito piovono lacrimogeni anche lì. Sembra non esserci scampo.
Decine di persone si rifugiano dentro la chiesa di Sant'Antonio, che ha caritatevolmente aperto le porte ai manifestanti che bussavano. Donne e uomini di ogni età, con fazzoletti pigiati sulla bocca, piegati in due dalla tosse, si riversano nella penombra del luogo sacro, gettandosi sui bacini marmorei per bere e sciacquarsi gli occhi con l'acqua santa. Ognuno si butta dove capita, sedendosi sulle panche o sul pavimento, tra colonne e confessionali, continuando a tossire. La scena è surreale.
Il fronte della battaglia si sposta nella parte bassa di piazza San Giovanni, costringendo migliaia di manifestanti a risalire verso San Giovanni in Laterano, che si trasforma in una specie di zona franca. Ma anche qui la tranquillità dura poco.
Un cordone di polizia e furgoni avanza minaccioso verso il centro della piazza. I manifestanti urlano "Vergogna! Vergogna!" e si siedono a terra. Gli agenti impugnano scudi e manganelli, ma dopo alcuni minuti di tensione ricevono l'ordine di indietreggiare. Mentre i blindati fanno retromarcia, in piazza scoppia un liberatorio applauso. Finalmente un assaggio di protesta civile ed efficace.
Mentre giù a San Giovanni gli scontri si fanno sempre più duri, in Laterano torna la calma. Ma è solo una pausa. Un camion blindato della polizia fa irruzione in piazza sparando sulla folla pacifica con i cannoni ad acqua. Passa più volte, su e giù, mentre i furgoni dei carabinieri avanzano.
La carica sembra destinata a spazzare la piazza del Laterano. Ma ad un tratto tutti, non solo i neri risaliti da San Giovanni, si lanciano con furia verso i mezzi dei carabinieri. Uno viene abbandonato dai militari e subito dato alle fiamme.
A quel punto è la polizia che prima era arretrata davanti al sit-in a caricare dal lato dove si erano riparati molti manifestanti, costretti nuovamente a fuggire sotto una pioggia di lacrimogeni attraverso l'Ospedale di San Giovanni in Laterano e altre vie laterali.
E' ormai buio quando i 'superstiti' dei vari tronconi del corteo si ritrovano dirottati tra Circo Massimo e il palazzo della Fao, sfiniti dalla tensione e rattristati da una giornata orribile. Come a Genova, dieci anni fa. Nulla è cambiato. E, viene da pensare, nulla cambierà mai. Almeno in Italia.
Enrico Piovesana