La Fiom ha restituito Piazza del Popolo al popolo, alla parte più importante della società: quella operaia. L'ha fatto sfidando le ordinanze "sospensive" del sindaco Gianni Alemanno e i giudizi negativi del prefetto della capitale, Giuseppe Pecoraro, che riteneva inopportuna una manifestazione nella "Roma ferita dal 15 ottobre". Se Alemanno fosse stato in piazza, avrebbe preso una bella lezione di democrazia e partecipazione; se Pecoraro avesse assistito al raduno della Fiom, avrebbe imparato molto sul senso di ordine pubblico e la compostezza della protesta civile.
Strappa appalusi Stefano Rodotà quando ringrazia gli operai che non stanno difendendo solo i propri diritti, ma la democrazia stessa visto che il lavoro ne è l'elemento fondante. E il fatto che il governo con l'articolo 8 del decreto stia cercando di smantellarne le basi è qualcosa di aberrante: il destino del lavoro non può tornare "nelle mani padronali"; sintomo di una grave regressione culturale, politica e civile.
Piazza del Popolo non era un formicaio, è vero: ma i numeri non contano, quando ci sono i contenuti, la chiarezza espositiva, la determinazione, la dignitosa mortificazione di donne e uomini che raccontano dal palco montato sotto la terrazza del Pincio la drammatica quotidianità e l'oscuro futuro della "Fabbrica Italia".
Loro sono Francesca, Anna, Marco, Angelo: solo dei nomi che però rappresentano la rabbia e la frustrazione di chi ama il proprio lavoro, di chi "s'incazza contro chi li fa lavorare male".
Melfi, Pomigliano, Suzzara. La Spezia, Trieste, Mirafiori. Valle Ufita, Modena, Maranello. Palermo, Foggia, Cassino: l'Italia degli operai di Fiat e Fincantieri è una sola. Chiedono un contratto nazionale senza deroghe, vogliono la cancellazione dell'articolo 8, pretendono che la Cgil ritiri la firma di accordo siglata il 28 giugno. "Altrimenti - grida Marco dal palco - non ci si indigni quando 5 donne, operaie a nero, muoiono a Barletta sotto un crollo per 4 euro l'ora".
La forza di un movimento sta nella solidarietà per i cassintegrati, rifiutando commesse sottratte a cantieri in difficoltà; risiede in una raccolta fondi per sostenere i settecento operai della Iribus che sono senza stipendio da cento giorni; è l'unità della parte più importante della società che non deve aver paura delle parole e delle minacce. Non bisogna cedere perché il lavoro deve garantire una vita dignitosa, non la sopravvivenza.
Basta una voce rotta dall'emozione in contrasto con l'orgoglio granitico di "essere operai" per far capire che chi vuole i lavoratori senza diritti è fuori dalla storia e non chi lotta per essi.
Il mercato, l'impresa e la finanza non lasciano scelta al popolo operario: resistenza. Come ha ricordato il segretario della Fiom Maurizio Landini, rifacendosi agli insegnamenti dei suoi predecessori, "la lotta si vince resistendo un minuto più dei padroni".
Gli operai non possono vincere questa battaglia da soli, hanno bisogno del supporto della società e della politica che deve tornare a rappresentare anche i lavoratori; non esclusivamente gli interessi dell'impresa.
Un messaggio, questo, che è indirizzato non solo al governo Berlusconi, ma anche a quella parte politica che aspira a prenderne il posto. "È di fondamentale importanza, - dice Landini - rompere la dittatura finanziaria esercitata dalla banca centrale europea", è un'anomalia che guidi le politiche interne dei governi attraverso lettere e suggerimenti, annientando ogni differenza tra politici di sinistra e politici di destra.
Nicola Sessa